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STAMPA LIBERA: QUANDO I POLITICI SI DISSOCIANO

L’editoriale di Maria Fedota

Ieri era la giornata mondiale della libertà di stampa. Non un giorno di festeggiamenti, ma di riflessioni preoccupate. Perché anno dopo anno la libertà di stampa sta declinando. Chi pensa non sia un problema ne è, a volte inconsapevolmente, parte; e dovrebbe almeno sapere che secondo tutti i rapporti i luoghi dove la libertà di stampa è inferiore sono anche quelli più corrotti. L’Italia ha un triste primato in Europa in entrambi i sensi. Avremmo voluto fare un appofondimento snocciolando numeri importanti su colleghi ammazzati o altri carcerati. Ma ci siamo resi conto che probabilmente in Basilicata potevano apparire come notizie troppo lontane dal nostro tessuto sociale. Già, perchè in Basilicata per fortuna i giornalisti non vengono arrestati o peggio ancora ammazzati, a loro si riserva la più infima e subdola delle caratteristiche umane: l’intimidazioni. Per chi come noi ascolta storie di colleghi che spesso, per una ragione o un’altra, non fanno ritorno a casa quelle invettive o frasi irripetibili che spesso sfociano in biglietti intimidatori o gesti violenti appaiono come qualcosa di poco preoccupante. Eppure però come spesso si dice le parole fanno più male dei gesti. Mai come ora in piena campagna elettorale per le amministrative del prossimo 14 e 15 maggio i giornalisti sono costretti a subire comportamenti di ogni sorta. C’è quel candidato che non ha gradito una specifica domanda o quell’altro che non ha apprezzato l’articolo in cui si faceva notare un atteggia- mento poco consono. O semplicemente lo spazio che hai dedicato ad un loro comunicato non rispecchiava le loro aspettative. A volte pur rispettando in pieno la parcondicio, in tutti i suoi settori, i “moti- vi” per definire quel giornalista poco corretto si sprecano. Dire che il rapporto tra i canidati e l’informazione sia un rapporto da “cime tempestose” è dir poco. Come si sa, i politici lucani dell’ultima ora “non amano” giornali e giornalisti da tempi non sospetti. Spesso quella difficoltà di rapportassi con i media proviene da numerose lacune personali con cui bisogna fare i conti. Ma per far credere di essere all’altezza del ruolo che si sta rincorrendo si preferisce inveire contro chi ha fatto solo il suo dovere: applicare la libertà di espressione nell’informare i cittadini su un determinato avvenimento. La libertà di espressione, però, per molti sembra un concetto ancora difficile da comprendere e soprattutto rispettare. Con il più classico degli atteggiamenti prepotenti si chiama il giornalista di turno per imprecare, urlargli contro ogni sorta di parola e casomai minacciarlo anche velatamente di non occuparsi più di come si svolge la campagna elettorale in quel comune. Come se non bastasse a volte agli attacchi verbali si aggiunge anche l’odio online contro quella stampa. Anche in questa campagna elettorale che trameno di due settimane giungerà al termine di “paroloni” tra candidati e giornalisti ne sono volate tante, anche la nostra redazione è stata vittima di questi comportamenti. Abbiamo deciso di non fare riferimenti espliciti non vorremmo creare “problemi” alla campagna elettorale di nessuno. Una cosa però abbiamo decisa di farla. Un appello a tutti i canidati sulla necessità della libertà di espressione. Se Internet ha aperto nuovi canali di informazione ed espressione, per- mettendo a candidati di fare soliloqui senza contradditori, ha anche fornito terreno fertile per coloro che cercano di seminare disinformazione e teorie cospirative. Oggi le bugie viaggiano molto più velocemente della verità. È perciò necessario che ai giornalisti si lasci il compito di raccontare avendo come la legge impone anche il diritto di replica. Un racconto però che non può essere viziato da intimidazioni. Una regione senza giornalisti che forniscano notizie su cui le persone possano contare, temo che continueremo a creare l’erosione dei legami civici, l’erosione delle norme democratiche e l’indebolimento della fiducia nelle istituzioni e tra le persone, che è così essenziale per garantire ai cittadini di farsi una propria opinione

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