Le Cronache Lucane

LA RISPOSTA SULLA MORTE DEL PENSIERO MAGICO

Lettere lucane

Stanotte ho fatto brutti sogni. Non ricordo cosa ho sognato, ma sento che questi sogni avevano a che fare con la mia morte – la sensazione che mi è rimasta addosso è quella di un rammarico disperato. Rammarico per le cose non fatte, non dette, dette male. E quindi prendo atto che la mia vita non è ancora compiuta; e che la sento a mezz’aria, sospesa – anche se ignoro se esistano davvero vite compiute, rotonde, precise come un cerchio di compasso. In questo periodo il pensiero della morte mi assedia più del solito. Mentre un tassì stamattina mi portava alla stazione Termini, provavo a ricordare in che modo i vecchi della mia contrada lucana pensavano alla morte. Conoscevano anche loro quest’angoscia profonda? E anche loro vivevano quest’agghiacciante consapevolezza del nulla? Forse mi sbaglio, ma li ricordo più sereni, più persuasi – anche se ho ancora nelle orecchie gli strilli e i lamenti dei funerali degli anni ‘80, quando c’era ancora l’abitudine finanche di sgridare i morti per aver fatto sprofondare nella disperazione i famigliari. Però a prevalere era sempre la fiducia che un giorno i vivi e i morti si sarebbero riabbracciati. Per secoli, per millenni, gli esseri umani hanno risposto alla tragica incognita della morte con il pensiero magico, immaginando un tempo e un luogo mai più dominato dalla tirannia della morte. In quest’Italia secolarizzata e scientista, il pensiero magico non è più praticabile, perché in fondo lo sappiamo tutti, che la vita non si riaccenderà mai più, una volta spenta. Indietro non si torna. Ma il sapere scientifico, nel mentre affranca dall’ignoranza e dalla superstizione, getta gli esseri umani nella più assoluta disperazione, perché le sue risposte sono senza speranza. Tuttavia invidio chi ha vissuto nella consolazione del pensiero magico, nella concreta immagine di un oltrevita nel quale i morti sono e saranno per sempre vivi.

diconsoli@lecronache.info

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