«L’ISLAM POLITICO È UN PERICOLO»
Nata a Settat, in Marocco, il 5 febbraio 1961, Souad Sbai è una saggista e politica italiana di origine marocchina. Vive in Italia da 44 anni ed è stata deputata. Si occupa di Islam politico e di diritti delle donne, a partire dalle violenze e dalle segregazioni subite da molte donne immigrate.
Negli anni Novanta ha avviato un lavoro di monitoraggio dei gruppi radicali e delle moschee “fai da te”. Da allora denuncia quella che definisce un’avanzata della Fratellanza musulmana in Italia e in Europa. Le sue posizioni le hanno attirato critiche e minacce.
L’abbiamo intervistata nei giorni in cui il caso di Milano riaccende il dibattito.
Con lei abbiamo parlato di come si sia evoluta la presenza della Fratellanza nel nostro Paese, delle misure che ritiene necessarie, dei fatti di Milano e del rischio che la vicenda getti un’ombra sulla maggioranza dei musulmani italiani.
È nata in Marocco, vive in Italia da 44 anni, è stata deputata e si occupa di Islam politico e di diritti delle donne. Come è arrivata a questo impegno? Quando ha capito che la presenza della Fratellanza musulmana in Italia meritava attenzione, e che cosa è cambiato da allora a oggi?
Ho capito che qualcosa non andava partendo dalle donne.
Vedevo troppe violenze, troppe donne che avevano bisogno di aiuto, troppe che cominciavano a velarsi in un modo che non aveva alcun senso.
Ci sono state anche donne uccise, come Hina Saleem, Sanaa Dafani, Rashida Radi: questioni gravissime.
Allora ho aperto l’associazione delle donne, con un numero verde a cui rispondevamo. Siamo stati invasi dalle chiamate.
Erano donne che non potevano uscire di casa, che non avevano la possibilità di lavorare, segregate, escluse dalla vita civile ed economica del Paese.
Una cosa che non succedeva nemmeno nei Paesi di provenienza. Negli anni Novanta era l’inizio di una certa radicalizzazione: non si vedeva ovunque, ma si percepiva.
Il nostro interesse si è spostato sul monitoraggio dei gruppi radicali, delle moschee “fai da te”, degli imam “fai da te”. Abbiamo scoperto di tutto: matrimoni a tempo celebrati nelle moschee, pratiche lontane dal rispetto dei diritti umani. Abbiamo cominciato a fare report e a denunciare quasi ogni giorno l’avanzata estremista.
Oggi la situazione non è cambiata. Ci sono ancora le moschee fai da te, e negozi che non si capisce cosa vendano, eppure pagano affitti dai 20 ai 30 mila euro.
Ci sono moschee dove accade di tutto e non si capisce perché non vengano chiuse, come la normalità vorrebbe: se un italiano è fuori regola lo chiudono, e lo stesso dovrebbe valere per loro. Invece continuano ad avanzare politicamente, socialmente, economicamente, perché hanno le loro persone un po’ dappertutto, e hanno i finanziamenti.
Sono ormai vere organizzazioni, come la Fratellanza musulmana. Non dimentichiamo che diversi terroristi che hanno compiuto attentati in Europa sono partiti dall’Italia, anche dal Sud. I Paesi si conoscono: Qatar e Turchia finanziano l’islamizzazione.
Non ce l’hanno fatta nei Paesi arabi con le Primavere arabe, e ci provano in Occidente, perché, come di- cono loro, “con la loro democrazia li sconfiggeremo”».
Quali sono le prime misure che governo e comuni dovrebbero attuare per fermare il fenomeno
«Il governo lo sta facendo con vari decreti, che funzionano e vanno benissimo.
Ma ne servono 10, 20, 30 sulle moschee “fai da te”. Serve un censimento totale di tutte le moschee, senza eccezioni.
Non è una questione di libertà religiosa: in Italia c’è, e io la difendo.
Ma quando a quella libertà subentra un Islam politico che ha come progetto l’occupazione, è il momento di dire no.
Vanno chiuse: non oggi, ma ieri, l’altro ieri, quattro o cinque anni fa. Non si può dare la cittadinanza a un tunisino che è andato a combattere in Siria ed è tornato.
Chi fa queste cose va espulso subito e controllato in tutto ciò che fa. Vanno controllati soprattutto i finanziamenti: serve un decreto perché tutti i fondi dall’estero siano bloccati e verificati, per capire a cosa servano e perché.
Non dobbiamo farci intimidire dalla paura di passare per razzisti o islamofobi: è quello che vogliono. Non ci deve importare niente di ciò che pensano.
È su quel tema che ci vogliono azzittire, ed è su quello che dobbiamo continuare a de- nunciare e a dire le cose come stanno.
L’Islam politico è un pericolo. L’Europa l’ha capito e, con l’Europa, l’Italia può decidere.
Qualsiasi moschea o associazione legata alla Fratellanza musulmana va messa fuori legge.
Si sono svegliati i Paesi arabi, dove questa gente è fuori legge. E qui facciamo i complimenti. Chi tace, secondo me, è complice».
In questi giorni si è parlato molto del caso di Milano. Secondo lei c’entra anche la Fratellanza?
«Non sono convinta, perché è successo una settimana fa, e le conferme spettano alla Procura. Non penso nemmeno che sia un maranza: diffuso a livello nazionale.
Leggendo gli articoli che ha scritto per Il Fatto Quotidiano, si capisce che è una persona tecnica, da non sottovalutare.
Essere filoqualcuno o manifestare per qualcosa non è reato in Italia, ci mancherebbe.
Ma quando diventa un legame con una certa organizzazione, lì sì, è reato. Come ha detto la Presidente, si può manifestare, ma non con quel disordine.
Chi fa disordini come quelli del 17 ottobre va preso e spedito a casa con il primo aereo, perché non è compatibile con l’accoglienza. La Procura indagherà e ci dirà chi c’è dietro».
Un’ultima domanda. Il giovane al centro del caso di Milano ha origine marocchina come lei, che in questi anni ha ricevuto minacce per le sue posizioni. Come si evita che la vicenda getti un’ombra sulla grande maggioranza dei musulmani italiani, che non c’entra nulla?
«È proprio per la maggioranza, quella tranquilla che lavora, che stiamo facendo questa battaglia. Per fortuna è una maggioranza; questa è una piccolissima minoranza, che però va gestita per non farla diventare maggioranza.
La maggior parte dei musulmani è gente onesta che cresce i figli.
Non vorrei essere al posto dei genitori di quel ragazzo, persone che hanno fatto sacrifici per pagargli l’università e poi ritrovarsi in questa situazione.
C’è una classe media che fa sacrifici e porta quasi il 7% del PIL in Marocco.
Chi dice che non c’è integrazione è in malafede. Non voglio il caos, non tutti sono Fratelli musulmani né tutti delinquenti.
Bisogna separare i delinquenti, e lo chiedono ogni giorno tanti stranieri: non ne possono più, perché sono le prime vittime.
Anche le donne sono state le prime vittime di questa avanzata estremista. Io non ho paura delle minacce. Ho talmente tanto da fare che non ci penso.
Ricevere minacce di morte vuol dire che stiamo lavorando bene».
Vito Errichetti

