IL LIBRO DI GIANFRANCO BLASI SULLA VICENDA DI DOMENICO CALIENDO
Ci sono libri che chiedono di essere letti.
E ce ne sono altri che, una volta chiusi, continuano a porre domande. Il cuore mancato di Gianfranco Blasi appartiene a questa seconda categoria.
La vicenda del piccolo Domenico Caliendo è il punto di partenza, ma non esaurisce il senso del libro.
Anzi, è proprio quando il lettore comprende che non si trova davanti soltanto alla ricostruzione di una tragedia che il racconto assume una dimensione più ampia.
La storia di un bambino, di una malattia, di un trapianto e di una morte diventa progressivamente una riflessione sulla medicina contemporanea, sulla donazione degli organi, sulle responsabilità individuali e collettive, ma soprattutto sul bene più difficile da misurare: la fiducia.
È anche questo, probabilmente, uno degli aspetti che spiegano la pluralità delle letture che il libro ha già suscitato.
Le recensioni apparse in queste settimane hanno infatti seguito strade differenti. Alcuni lettori hanno privilegiato la dimensione narrativa e umana; altri si sono soffermati sull’inchiesta e sulle domande che il libro rivolge al sistema dei trapianti; altri ancora hanno colto soprattutto il tema etico, quello della responsabilità e del rapporto tra cittadino e istituzioni.
Questa varietà non è un limite.
È, al contrario, la prima indicazione della natura di un’opera difficile da collocare in un genere preciso. Il cuore mancato è insieme racconto, testimonianza, inchiesta e interrogazione civile.
E forse proprio qui si trova una delle sue caratteristiche più significative. Blasi non racconta Domenico soltanto per restituirgli una memoria. Lo sottrae, per quanto è possibile, alla condizione di “caso clinico”.
Dietro la terminologia medica, dietro le procedure, le cartelle, i protocolli, i tempi di ischemia, la conservazione dell’organo e la complessa macchina del trapianto, rimane una persona. Un bambino. Una famiglia.
Una speranza. È una distinzione fondamentale. La medicina moderna ha costruito una straordinaria capacità di trasformare la sofferenza in procedure, numeri, protocolli, percentuali di successo.
È inevitabile e, per molti aspetti, necessario. Ma proprio questa enorme capacità tecnica rischia talvolta di rendere invisibile ciò che viene prima e dopo la procedura: l’uomo che affida la propria vita a quella macchina e la famiglia che affida alla medicina una speranza.
Il libro di Blasi, edito da IL SEGNO, Potenza, distribuito nel capoluogo di regione da Ermes e in Italia da IBS, Feltrinelli, Amazon, Mondadori e altri, entra precisamente in questa zona delicata. Non mette in discussione il valore della medicina dei trapianti.
Al contrario, ne riconosce la natura straordinaria e il patrimonio di solidarietà che la rende possibile. Ma proprio perché quel sistema rappresenta una delle espressioni più alte della medicina contemporanea, chiede che la fiducia che lo sostiene sia accompagnata dalla massima trasparenza.
È qui che il libro assume una dimensione civile. Un sistema sanitario non vive sol- tanto di competenze. Vive anche di fiducia.
E la fiducia, quando viene messa alla prova, non può essere ricostruita semplicemente attraverso una comunicazione istituzionale.
Ha bisogno di risposte, di documenti, di chiarezza, di responsabilità. Questa è forse una delle domande più forti che Il cuore mancato lascia al lettore: quanto deve essere trasparente un sistema quando qualcosa non funziona?
La domanda non riguarda soltanto il caso di Domenico.
Riguarda tutti noi. Perché ogni cittadino potrebbe trovarsi, domani, dall’altra parte di quella stessa porta.
Potrebbe essere il paziente, il genitore, il familiare. Potrebbe essere colui che aspetta un organo o colui che, in un momento drammatico, decide di donarlo.
La straordinaria catena della donazione vive infatti di un patto implicito: io mi fido del sistema perché credo che quella vita sarà custodita con il massimo della competenza, della correttezza e della responsabilità. Quando quel patto viene incrinato, il danno non riguarda soltanto una singola vicenda. Riguarda la fiducia collettiva.
Ed è questo il passaggio che rende il libro più ampio della cronaca da cui nasce. Blasi non sembra cercare soltanto una spiegazione a ciò che è accaduto.
Cerca soprattutto di capire che cosa accade alla nostra idea di cura quando la tecnica non riesce a salvare una vita e, soprattutto, quando intorno a quell’insuccesso restano domande senza risposta.
La parola “cura”, allora, acquista un significato più profondo. Curare non significa soltanto intervenire sul corpo.
Significa accompagnare, informare, ascoltare, assumersi una responsabilità. Significa anche spiegare quando qualcosa è andato diversamente da come si sperava. Da questo punto di vista, il titolo del libro diventa quasi una metafora.
Il cuore che non ha cominciato a battere dopo il trapianto è il cuore concreto della vicenda.
Ma esiste anche un altro cuore mancato: quello della promessa che la medicina porta con sé, della speranza che si affida alla tec- nica, del rapporto fiduciario che dovrebbe unire paziente, famiglia e istituzioni.
E c’è un’ulteriore questione che il libro consegna al lettore: fino a dove può spingersi la domanda di verità quando la verità riguarda una tragedia?
È una domanda difficile perché non esiste una risposta semplice.
La ricerca della verità non può trasformarsi automaticamente in un’accusa; ma nemmeno la necessità di tutelare le istituzioni può diventare un motivo per sottrarsi alle domande.
È una distinzione importante anche sul piano civile e culturale.Il libro non offre al lettore la comodità di una conclusione già confezionata.
Gli chiede piuttosto di attraversare l’incertezza. Di distinguere ciò che è ac- certato da ciò che deve ancora essere chiarito.
Di comprendere la complessità di una macchina sanitaria nella quale intervengono competenze, protocolli, responsabilità e decisioni diverse.
E proprio questa scelta rende il testo più interessante di una semplice denuncia.
Il cuore mancato non chiede soltanto “chi ha sbagliato?”. Chiede anche: come deve funzionare un sistema perché la fiducia non venga meno?
È una domanda molto più grande.
E riguarda la medicina, ma anche la società contemporanea. Perché viviamo in un tempo nel quale affidiamo una parte crescente della nostra esistenza a sistemi complessi che non siamo in grado di controllare direttamente: la sanità, la tecnologia, la finanza, la giustizia, le istituzioni.
Ci fidiamo perché non possiamo conoscere tutto. E proprio per questo la trasparenza diventa una forma di responsabilità democratica.
Domenico, in questa prospettiva, non è soltanto il protagonista di una tragedia.
Diventa il punto attraverso il qua- le il libro ci costringe a guardare una questione collettiva. Forse è questa la ragione per cui Il cuore mancato ha generato rea- zioni e letture così diverse.
Ogni lettore vi riconosce una domanda propria: il medico quella della responsabilità professionale; il cittadino quella della trasparenza; il credente quella della speranza; il genitore quella della paura; il giornalista quella della ricerca della verità; il lettore, semplicemente, quella della fragilità.
E in fondo è proprio qui che un libro supera la storia che racconta. Domenico non può tornare. Il cuore che avrebbe dovuto restituirgli la vita non ha compiuto il miracolo che tutti aspettavano.
Ma il libro può ancora fare qualcosa: impedire che quella storia si chiuda nel silenzio di una vicenda privata. Può trasformare una perdita in una domanda.
E una domanda, quando è autentica, può diventare cultura civile.
È forse questo il senso ultimo di Il cuore mancato: non dare al lettore una risposta definitiva, ma restituirgli il diritto di interrogare la realtà.
Perché talvolta un cuore mancato non è soltanto un cuore che non ha ricominciato a battere. È una domanda che continua a battere dentro di noi.
Gianfranco Blasi

