LA SERBIA CAMBIA PAGINA

LA SERBIA CAMBIA PAGINA

La Serbia volta pagina.

La sconfitta elettorale di Aleksandar Vučić, dopo quattordici anni di dominio politico, segna un passaggio di grande rilievo per i Balcani e per l’intera architettura geopolitica europea.

Alle elezioni parlamentari del 25 ottobre, la lista sostenuta dal movimento studentesco ha ottenu- to, secondo i risultati preliminari, circa il 52,7 per cento dei voti, contro il 39,2 per cento dell’alleanza guidata dal Partito progressista serbo.

Vučić ha riconosciuto la sconfitta.

Si chiude così una stagione politica che aveva fatto della gestione degli equilibri internazionali, oltre che del controllo del potere interno, il proprio principale strumento di sopravvivenza.

Ma sarebbe riduttivo leggere questo risultato come una semplice alternanza di governo.

La vera novità è rappresentata dalla natura del movimento che ha condotto alla sconfitta del presidente serbo: una mobilitazione nata nelle università, alimentata dalla richiesta di trasparenza e giustizia, capace di coinvolgere una parte significativa della società civile e di trasformare l’indignazione in una proposta politica.

IL DISSENSO NATO NELLE UNIVERSITÀ

Tutto ha avuto una svolta drammatica il primo novembre 2024, quando il crollo della copertura della stazione ferroviaria di Novi Sad provocò sedici vittime.

La tragedia divenne il simbolo di un malessere più profondo: sospetti di corruzione, opacità negli appalti pubblici, responsabilità istituzionali mai chiarite fino in fondo.

Gli studenti occuparono le facoltà, organizzarono manifestazioni e chiesero che venissero pubblicati i documenti relativi ai lavori e accertate le responsabilità. La protesta si estese ben oltre il mondo accademico.

Docenti, intellettuali, lavoratori e cittadini che non si riconoscevano necessariamente nell’opposizione tradizionale individuarono nella mobilitazione una possibilità concreta di cambiamento.

Nel frattempo, insegnanti e professori che sostenevano le proteste denunciarono pressioni e ritorsioni.

Le organizzazioni internazionali hanno documentato negli ultimi anni un deterioramento delle libertà civili, dell’indipendenza dei media e dell’equilibrio tra i poteri dello Stato. Era dunque una dittatura? La definizione richiede precisione.

La Serbia conservava istituzioni elettive e un sistema multipartitico, ma il progressivo accentramento del potere, i vantaggi della maggioranza nei media, le pressioni sugli oppositori e le contestazioni sul- la regolarità delle elezioni avevano indebolito seriamente la competizione democratica.

Parlare di autoritarismo crescente è più aderente alla natura del sistema: non un regime chiuso nel quale ogni forma di dissenso è impossibile, ma un ordinamento nel quale la possibilità di sfidare chi governa si era fatta sempre più difficile.

La vittoria degli studenti dimostra che quello spazio non era stato cancellato.

Resta da capire se sapranno trasformare la mobilitazione in istituzioni solide, evitando che la protesta si esaurisca una volta conquistato il governo.

TRA BRUXELLES, MOSCA E PECHINO

Vučić aveva costruito la propria politica estera sulla capacità di mantenere aperti più canali contemporaneamente.

La Serbia è candidata all’adesione all’Unione europea, intrattiene rapporti economici sempre più importanti con la Cina, conserva una relazione storica e politica con la Russia e cerca di non compromettere i propri margini di autonomia.

Una strategia pragmatica, ma segnata da contraddizioni crescenti. Belgrado non ha aderito alle sanzioni europee contro Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina.

Ha mantenuto rapporti politici con il Cremlino e, contemporaneamente, ha continuato a collaborare con l’Unione su diversi dossier.

La Cina, dal canto suo, ha accresciuto la propria presenza attraverso investimenti infrastrutturali, accordi industriali e commerciali.

La ferrovia ad alta velocità tra Belgrado e Budapest è diventata uno dei simboli di questa penetrazione economica.

Che cosa cambierà adesso?

È possibile che il nuovo governo cerchi un rap- porto più stretto con Bruxelles, soprattutto sul terreno dello Stato di diritto, della trasparenza amministrativa e delle libertà civili.

Ma sarebbe un errore considerare scontato un immediato allontanamento da Russia e Cina.

Il movimento studentesco è nato principalmente da rivendicazioni interne, non da una piattaforma univo- ca di politica internazionale.

La sua capacità di mantenere unita una coalizione così eterogenea sarà messa alla prova proprio quando dovrà affrontare le scelte più controverse.

L’Unione europea, per parte sua, dovrà dimostrare che l’integrazione non è soltanto una promessa ripetuta nei momenti di convenienza diplomatica.

Offrire a Belgrado un percorso credibile di adesione, legato a riforme verificabili, significa investire nella stabilità del continente.

Pretendere risultati senza offrire prospettive concrete rischierebbe invece di riconsegnare spazio ai concorrenti geopolitici di Bruxelles.

I BALCANI E IL FIANCO MERIDIONALE

La questione serba non riguarda soltanto la Serbia.

I Balcani occidentali sono uno snodo tra Europa centrale, Mar Adriatico, Mar Nero e Mediterraneo orientale.

La fragilità degli equilibri regionali, il nodo irrisolto del Kosovo, le relazioni tra Belgrado e Pristina e le tensioni che attraversano Bosnia- Erzegovina e altre realtà dell’area rendono la regione particolarmente sensibile alle interferenze esterne.

Per l’Italia, che ha interessi economici, commerciali e di sicurezza nell’Adriatico e nell’area balcanica, questa evoluzione non può essere considerata una vicenda lontana.

La stabilità della regione riguarda le infrastrutture, i collegamenti, gli investimenti, la sicurezza e la credibilità dell’Europa come soggetto politico.

C’è poi un secondo fronte, geograficamente distinto ma strategicamente connesso: la Libia.

La Russia ha rafforzato la propria presenza militare nel Paese, consolidando strutture logistiche e basi soprattutto nelle aree orientali e meridionali.

Nel settembre 2026, l’arrivo a Tobruk di un convoglio navale russo ha richiamato l’attenzione sulla crescente proiezione di Mosca nel Mediterraneo centrale.

In Libia operano anche la Turchia, con una presenza militare e politica significativa soprattutto nell’area occidentale, e altri attori regionali e internazionali.

Non si tratta di sovrapporre situazioni differenti, né di immaginare un unico disegno coordinato tra tutti gli attori. Si tratta di riconoscere che la competizione strategica si sviluppa su più direttrici e che la Russia, pur impegnata nella guerra in Ucraina, continua a cercare punti d’appoggio in aree decisive per gli equilibri europei e africani.

L’ITALIA NON PUÒ RESTARE SPETTATRICE

In questo scenario l’Europa deve recuperare una capacità di iniziativa politica che vada oltre la gestione delle emergenze.

E l’Italia, per posizione geografica, legami economici e responsabilità nel Mediterraneo, ha ragioni particolari per assumere un ruolo attivo. Servono una strategia europea per i Balcani, un sostegno concreto alle istituzioni democratiche serbe, una diplomazia capace di affrontare il dossier Kosovo senza alimentare nuove tensioni e una politica mediterranea che consideri la presenza militare russa in Libia per ciò che è: un fattore strutturale di cui tenere conto nella pianificazione della sicurezza.

La risposta non può essere una nuova contrapposizione ideologica tra blocchi, né l’illusione che ogni cambiamento politico a Belgrado produca automaticamente un riallineamento internazionale.

Occorrono diplomazia, cooperazione economica, investimenti e capacità di difendere interessi legittimi senza rinunciare al dialogo.

La sconfitta di Vučić apre una possibilità, non garantisce un esito. I giovani serbi hanno dimostrato che la richiesta di legalità può spezzare equilibri apparentemente consolidati.

Ora dovranno dimostrare che il dissenso può diventare governo e che il cambiamento può tradursi in istituzioni credibili.

Per l’Europa, e soprattutto per l’Italia, la lezione è altrettanto chiara: la stabilità non si costruisce aspettando che siano gli altri a decidere il futuro dei territori che ci circondano.

Si costruisce partecipando, con una visione politica, agli equilibri che determineranno il destino del continente e del Mediterraneo.

Gianfranco Blasi

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