MELONI, L’ENERGIA E LA SFIDA DELLA RICCHEZZA

MELONI, L’ENERGIA E LA SFIDA DELLA RICCHEZZA

C’ è un punto dal quale dovrebbe ripartire ogni ragionamento serio sull’economia ita- liana: senza ricchezza non c’è futuro, e senza imprese non c’è ricchezza. Sembra una considerazione elementare, eppure non sempre il dibattito pubblico sembra tenerne conto.

Troppo spesso si discute di come distribuire le risorse prima ancora di interrogarsi su come produrle, si invoca l’intervento dello Stato senza chiedersi quanto spazio rimanga a chi crea lavoro, investe, rischia e compete sui mercati inter- nazionali.

È dentro questa contraddizione che si colloca la sfida di Giorgia Meloni. Nel confronto con il mondo produttivo, a partire dall’incontro con Assolombarda, la presidente del Consiglio ha riconosciuto le difficoltà dell’economia italiana, rivendicando al tempo stesso la capacità del Paese di resistere a una stagione segnata da crisi, tensioni geopolitiche e instabilità dei mercati.

Un bilancio che non nasconde i problemi, ma prova a ricondurli alla questione essenziale: come fare dell’Italia un sistema economico capace non soltanto di tenere, ma di crescere.

La distinzione non è secondaria. Resistere è una qualità; crescere è una necessità. La tenuta del sistema produttivo italiano, la vitalità delle piccole e medie imprese, la capacità di esportare e di conservare posizioni importanti nelle filiere internazionali rappresentano un patrimonio che non possiamo permetterci di disperdere.

Ma la resilienza, da sola, non basta. Un’economia può dimostrare di saper superare le crisi e, nello stesso tempo, accumulare ritardi, perdere competitività e rinunciare a opportunità di sviluppo.

Per questo Meloni ha fatto bene a riconoscere che la crescita è ancora insufficiente.

Il rispetto per il lavoro del governo non impone di considerare risolti problemi che restano aperti.

Al contrario, significa chiedere alla politica di misurarsi con essi senza rifugiarsi nella propaganda, ma anche senza cedere alla tentazione di descrivere l’Italia come un Paese condannato al declino.

IMPRESE E LAVORO AL CENTRO DELLA POLITICA ECONOMICA

La questione decisiva è il rapporto con le imprese.

Non esiste una politica economica credibile che consideri il sistema produttivo un semplice contribuente, una riserva fiscale alla quale attingere ogni volta che emergono nuove esigenze di spesa.

Le imprese non sono un corpo estraneo alla società, né una controparte da guardare con sospetto. Sono il luogo nel quale si incontrano capitale, lavoro, competenze, innovazione e capacità di rischiare.

Sono, insieme ai lavoratori, il cuore produttivo del Paese.

Riconoscerlo non significa ignorare i diritti, le responsabilità sociali o le disuguaglianze.

Significa comprendere che nessuna politica redistributiva può reggere a lungo se non poggia su una base produttiva solida.

Prima di distribuire ricchezza bisogna creare le condizioni perché venga prodotta.

E per produrla occorrono investimenti, infrastrutture, ricerca, formazione, certezza delle regole e una pubblica amministrazione che accompagni chi intraprende, anziché moltiplicarne gli ostacoli.

È qui che il governo è chiamato a dimostrare la propria capacità di visione. Già in questa manovra economica.

Non bastano gli annunci, così come non bastano gli interventi emergenziali.

Occorre costruire un ambiente favorevole all’impresa, soprattutto in un Paese nel quale tante aziende competono con concorrenti che possono contare su condizioni finanziarie, infrastrutturali ed energetiche più vantaggiose.

LA SFIDA ENERGETICA E LA COMPETITIVITÀ DELLE IMPRESE

La partita dell’energia è, da questo punto di vista, una questione di politica industriale prima ancora che di politica ambientale. Il costo del gas e dell’elettricità incide direttamente sulla competitività delle aziende, sulla capacità di investire, sui prezzi dei prodotti e sul potere d’acquisto delle famiglie.

Gli oltre 60 miliardi di euro richiamati dalla presidente del Consiglio per fronteggiare il caro energia testimoniano la dimensione dell’emergenza affrontata in questi anni.

Ma il sostegno pubblico, per quanto necessario nei momenti più difficili, non può diventare l’unica risposta. Bisogna intervenire sulle cause strutturali del problema: diversificare le fonti, investire sul nucleare civile, rafforzare le infrastrutture, accelerare lo sviluppo delle rinnovabili, investire nelle reti e nella capacità di accumulo, assicurare condizioni che rendano conveniente produrre energia e non soltanto acquistarla.

L’obiettivo deve essere una disponibilità energetica più sicura, sostenibile e competitiva. Per l’Italia, che sconta la dipendenza dalle importazioni e la vulnerabilità alle crisi internazionali, questa è una priorità strategica.

Non possiamo chiedere alle nostre imprese di competere nel mondo se, a parità di altre condizioni, sono costrette a sostenere costi energetici sensibilmente più elevati.

La transizione ecologica deve accompagnare la trasformazione industriale, non tradursi in un processo che indebolisca proprio le strutture produttive chiamate a sostenerla.

EUROPA, ETS E AUTONOMIA STRATEGICA

In questo quadro si colloca anche la necessità di rivedere, con pragmatismo, alcuni meccanismi europei, a partire dall’ETS, il sistema di scambio delle quote di emissione.

La riduzione delle emissioni è un obiettivo imprescindibile, ma gli strumenti utilizzati devono essere valutati anche alla luce dei loro effetti sulla competitività, sugli investimenti e sull’occupazione.

La neutralità climatica non può essere perseguita ignorando le condizioni concrete nelle quali operano le imprese europee, soprattutto quando i concorrenti internazionali non sono sottoposti agli stessi vincoli.

È un terreno sul quale il governo italiano deve esercitare la propria iniziativa, senza trasformare il confronto con Bruxelles in una contrapposizione permanente e senza accettare, per principio, qualsiasi decisione europea.

L’Europa non può tradire le attese di un Paese come l’Italia; l’Italia, a sua volta, non può limitarsi a dire sempre sì a Bruxelles.

Nel rispetto delle istituzioni e delle procedure comuni, serve una maggiore flessibilità, soprattutto quando sono in gioco la sicurezza energetica, la tenuta industriale e la capacità di affrontare shock internazionali.

Un’Unione europea che si limiti a imporre regole, senza dimostrare di saper rispondere alle emergenze, rischia di allontanarsi dalle ragioni stesse della propria esistenza.

La risposta, tuttavia, non può essere affidata alle singole nazioni. Il mercato energetico, le catene del valore e le grandi trasformazioni industriali superano i confini nazionali.

Occorre una strategia europea comune che sappia coniugare sicurezza degli approvvigionamenti, prezzi sostenibili, autonomia strategica e competitività.

È proprio quando le condizioni internazionali diventano più difficili che l’Europa dovrebbe dimostrare il valore della sua unità.

A Giorgia Meloni spetta dunque una responsabilità duplice: difendere con determinazione gli interessi italiani e contribuire a costruire soluzioni europee condivise.

Non basta rivendicare una maggiore autonomia se poi non si riesce a tradurla in risultati concreti.

Ma non è accettabile neppure un europeismo burocratico, incapace di distinguere tra la fedeltà ai principi comuni e l’applicazione rigida di regole che rischiano di produrre effetti contrari agli obiettivi dichiarati.

La credibilità internazionale dell’Italia, del resto, non si misura soltanto nelle relazioni diplomatiche o nella capacità di partecipare ai grandi vertici.

Si misura anche nella solidità della sua economia, nella fiducia degli investitori, nella forza delle sue aziende e nella possibilità di offrire ai giovani opportunità di lavoro e di crescita.

È questa la vera sfida che attende il governo.

Trasformare la capacità di resistere in una stagione di sviluppo, riconoscere nelle imprese un alleato strategico, liberare energie produttive e affrontare la questione energetica con una visione che tenga insieme ambiente, industria e interesse nazionale.

Il giudizio su Meloni dovrà essere formulato, come è giusto in una democrazia, sulla base dei risultati.

Ma sarebbe un errore sottovalutare il valore politico di un’impostazione che riconosce il ruolo centrale di chi produce e lavora.

Da questo riconoscimento bisogna passare ai fatti: meno ostacoli, più investimenti, regole certe, energia competitiva e un’Europa capace di agire.

Perché il futuro non si costruisce distribuendo ciò che non si è prodotto.

Si costruisce creando le condizioni perché un Paese possa generare nuova ricchezza, difenderla e trasformarla in benessere diffuso.

Senza imprese non c’è ricchezza. Senza ricchezza non c’è sviluppo.

E senza sviluppo, nessuna promessa politica può diventare futuro.

Gianfranco Blasi

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