Al grido di “basta morti sul lavoro” si è svolta ieri a Calenzano in provincia di Firenze le manifestazione commemorativa delle 5 vittime dell’esplosione nel deposito carburanti dell’Eni. Tra queste, i due lucani Gerardo Pepe, 45 anni di Sasso di Castalda, e il 50enne Franco Cirielli di Cirigliano. Gli altri sono il 51enne Vincenzo Martinelli, originario di Napoli ma da anni residente a Prato, Carmelo Corso, 57 anni, nato a Catania e anche lui resi- dente a Prato, Davide Baronti, 49 anni, nato ad Angera, provincia di Varese, ma cresciuto a Livorno, residente a Bientina, in provincia di Pisa. Da ricordare che restano gravi le condizioni del 37enne di Villa d’Agri Luigi Murno, ricoverato all’ospedale Cisanello di Pisa. Su disposizione del procuratore di Prato Luca Tescaroli, i Carabinieri hanno perquisito il deposito in cui è avvenuta la tragedia e, in Val d’Agri, la sede della Sergen, la ditta incaricata di lavori di manutenzione nell’impianto di Calenzano e per cui lavoravano i deceduti Pepe e Cirelli. I Carabinieri si sarebbero intrattatenuti per molte ore nello stabilimento di Gru- mento Nova della Sergen e da quanto si è potuto apprendere i militari dell’Arma hanno acquisito numerosi documenti, tra cui quelli relativi alla trasferta di Cirelli e Pepe. Le perquisizioni scattate sarebbero state finalizzate anche ad acquisire chat risalenti ai giorni precedenti all’esplosione nel deposito di Calenzano e nelle ore successive, alla ricerca di comunicazioni utili alla ricostruzione di cosa sia accaduto. I reati ipotizzati dalla Procura, ancora contro ignoti, sarebbero quelli di omicidio colposo plurimo, crollo doloso di costruzioni o altri disastri e rimozione dolosa delle cautele contro gli infortuni sul lavoro. Perquisizioni sono state effettuate in più sedi italiane di Eni, non solo negli uffici del deposito dove c’è stato lo scoppio. Finalità delle perquisizioni , l’acquisizione di documentazione sulla gestione del sito, e anche sull’incarico alla ditta esterna che si occupava della manutenzione straordinaria e sullo stato degli apparati dove c’è stata l’esplosione. Secondo quanto trapelato, la ditta stava eseguendo dei lavori di manutenzione nei pressi dell’area destinata al carico del carburante per, tra le altre cose, rimuovere alcune valvole e tronchetti al fine di mettere in sicurezza una linea benzina dismessa da anni. Poi la fuoriuscita di carburante nella parte anteriore della pensilina di carico e l’innesco dello scoppio incendiario causa della tragedia. Secondo alcune fonti, è circa due mesi fa Vincenzo Martinelli, in base a un manoscritto a lui attribuito, riferiva di «continue anomalie riscontrate sulla base di carico» in una lettera alla sua azienda per replicare all’apertura di un procedimento disciplinare a suo carico per essersi rifiutato di completare un viaggio. «Alle 10,30 del primo ottobre mi apprestavo a caricare il secondo viaggio alla corsia 6 del deposito, per un viaggio costituito da 4 scarichi per una durata di circa 5 ore e 30 minuti», si legge nel documento ritrovato. Durante l’operazione, aveva riscontrato un malfunzionamento del braccio di carico della benzina, che «non erogava prodotto». Dopo vari tentativi falliti, gli era stato chiesto di sospendere il carico e staccare i dispositivi, causando un ritardo significativo. «Ho avvisato il programmatore che dovevo recuperare i 23 mila litri di gasolio dalla botte e di provvedere a sostituirmi, in quanto il viaggio andava ben oltre le ore di lavoro ordinario, facendo saltare i miei impegni personali», aggiungeva Martinelli, evidenziando un accumulo di ore straordinarie ritenute non sostenibili. Per il prosieguo delle indagini, ulteriori indizi sono attesi dagli esiti delle autopsie e dalle perizie dei consulenti della Procura a lavoro sulla ricostruzione della dinamica dell’esplosione
