La Meraviglia (dal Presepe Napoletano)

MARTEDÌ 21 dicembre dalla ore 18:30 presso il Cestrim (via R.Acerenza)

GLI AUGURI DI NATALE

“Il Natale nella Storia dell’arte. Pensieri e immagini” con Rocco Giordano, docente di Storia dell’arte, don Cesare Mariani docente teologia.

Alla chitarra Rocco Fiore

A dare il benvenuto è stato don Marcello Cozzi presidente del Centro Studi e Ricerche Realtà Meridionali che ha ripercorso il coraggioso impegno del Cestrim sottolineando quanto sia impegnativo per una Onlus, e non solo, difendere e accogliere persone che vogliono sottrarsi alla violenza e allo sfruttamento organizzato.
Magistrale l’esposizione di Rocco Giordano

sul Natale nell’arte con la descrizione, semplice ricca e appassionata, delle opere dei grandi artisti ispirati dalla Natività e che hanno fatto di essa forme di festività religiosa cristiana ricorrente e permanente :
Due le opere che hanno scosso e suscitato emozioni e, perchè no, sgomento nei presenti. Il primo è il quadro di Max Ernst
Ieri come oggi crea sgomento per la punizione data al Bambino Gesù, a causa della manata protezione di un famigliare dell’artista, e ped il netto rifiuto del cristianesimo.
A dare il pensiero sul significato della Natività è stato don Cesare Mariani con un’ampia trattazione teologica, partendo dai vangeli di Luca e di Matteo: dal viaggio di Giuseppe e Maria e dalle grotte usate dai pastori alla grotta di Betlemme (case del pane), luogo dove gli animali trovano cibo, alla mangiatoia metafora dell’Eucaristia quando Gesù si dona come pane di vita per l’umanità.
E poi, il farsi piccolo di Gesù, bambino inerme e bisognoso di aiuto, di essere avvolto in fasce affinchè noi potessimo accoglierlo.

Serata anche godibile con le chitarre di Federico Falasca e Rocco Fiore con
Serata in cui è apparso il forte spessore sociale delle Acli e del CTA attestato dai numerosi messaggi pervenuti al CTA.
Però non abbiamo mai perduto la speranza, la capacità dell’attesa, la curiosità, il desiderio, il coraggio, lo sguardo che vede lontano; domandandoci cosa stesse accadendo abbiamo fatto ricorso alla nostra capacità di resistenza che è diventata nostra resilienza.
Come un custode della mia e della vostra curiosità ho cercato di darvi comunque pillole di resistenza: gli ottanta e più messaggi quotidiani nel periodo del lockdown, le passeggiate culturali attraverso il Centro Storico, l’affollata presentazione del mio libro, il concerto di canzoni napoletane, i convegni sull’Afghanistan e su Cuba, l’incontro su I Treni della Felicità.
Pillole di resistenza, appunto, espedienti per non perderci e per ritrovarci. Fili dipanati da un mondo, il nostro, che ha continuato a lavorare, a tessere con altre associazioni una rete di rapporti costruttivi: Libera, l’Anpi, la comunità Insieme, l’Unicef, l’Arci, i Sindacati, l’Agedo, il Cestrim, Gocce d’Autore, Associazione Italia-Cuba sono solo alcune delle Associazioni con le quali collaboriamo.
Alcuni fili si sono persi, la metà dei nostri soci non ha rinnovato l’adesione, ma la comunicazione non si è interrotta e quei fili saranno ritrovati, così come è stato per alcuni che sono tornati con noi dopo un lungo tempo.
Senza di essa io non saprei vivere, sarei un’isola. Invece insieme a voi voglio continuare a cercare quell’isola che non c’è, quell’armonia che può essere a portata di mano se solo vogliamo crederci, se solo vogliamo guardare oltre, se solo non perdiamo la capacità di sognare perchè è proprio l’utopia la forza trainante.
A portata di mano è l’armonia del Natale. Credenti e non credenti abbiamo tutti bisogno di pensare che al di là di tutto ci sono momenti e situazioni nelle quali, anche se per poco, possiamo davvero raggiungere l’isola che non c’è, seguendo Edoardo Bennato nella sua bellissima canzone:
“Seconda stella a destraQuesto è il camminoE poi diretto fino al mattino.Poi la strada la trovi da tèporta all’ Isola che non c’è.
BUONA VISIONE E BUON ASCOLTO DIRETTA FACEBOOK
VIDEO 1
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VIDEO 2
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INTERVENTO di don Cesare Mariani docente teologia {testo completo ed integrale)

“Questo per voi il segno: un bambino che giace in una mangiatoia” (Lc 2,12) Povero tra i poveri. Il Natale del Signore
(Potenza, ACLI, 21 dic. 2021)
1. Lectio
Et Verbum caro factum est – il Verbo si è fatto carne (Gv 1,14).
Fino a questo punto, Gesù è il nostro Salvatore: egli assume, cioè fa sua interamente la nostra umanità e, in questo modo, la redime e la salva.
Giuseppe Ungaretti, nella raccolta Il dolore, pubblicata nel 1947
Cristo, pensoso palpito, / Astro incarnato nell’umane tenebre, / Fratello che t’immoli / Perennemente per riedificare / Umanamente l’uomo, / Santo, Santo che soffri, / Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli, / Santo, Santo che soffri / Per liberare dalla morte i morti / E sorreggere noi infelici vivi, / D’un pianto solo mio non piango più, / Ecco, Ti chiamo, Santo, / Santo, Santo che soffri”.
Vi propongo di andare al capitolo secondo del vangelo di Luca (2,1-12):
1 In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2 Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. 3 Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. 4 Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. 5 Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. 6 Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7 Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. 8 C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. 9 Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, 10 ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11 oggi, nella città di Davide, è nato per voi come salvatore Cristo Signore. 12 Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
Mirabile paradosso dell’amore di Dio!
Ciò che sembra grande (l’impero romano, la grande storia della storiografia scolastica) dipende da ciò che è piccolo e quasi impercettibile: un bambino, non cittadino romano, figlio di una povera gente, che nasce in un luogo marginale di una remota provincia dell’Impero.
Il tutto di Dio, la Parola creatrice si rivela e dona nel frammento di un bréfos, un infante (in-fantem, participio del v. fāri, “non parlante”): non coerceri a maximo, contineri a minimo divinum est (epitaffio ignaziano).
La luce del Figlio di Dio che nasce come figlio di povera gente illuminando la grotta di Betlemme (una delle tre “grotte lucide” da cui la luce di Cristo si irradia su tutta la terra: la natività, l’Eleona, il S. Sepolcro).
Il segno del bambino nella mangiatoia è anticipazione profetica del suo sacrificio, della sua morte e risurrezione, del nutrimento eucaristico (bet-lehem, casa del pane). Il progetto di Dio, la sua volontà di salvezza è rivelata nel Natale, si compie nella Pasqua.
L’uomo non può salvarsi attraverso la vana superbia, l’uomo è salvato dall’umiltà di Dio: “Un miracolo nuovo, Dio ha compiuto tra gli abitanti della terra: egli, che misura il cielo con la spanna, giace in una mangiatoia d’una spanna; egli, che contiene il mare nel cavo della mano, conobbe la propria nascita in un antro. Il cielo è pieno della sua gloria e la mangiatoia è piena del suo splendore” (S. Efrem, Inno per la nascita di Cristo, 1).
Protagonisti dei primi due capitoli del vangelo di Luca sono due bambini già prima del parto, quando sono ancora embrioni nel grembo delle loro madri: Gesù e S. Giovanni: annunciazione, nascita, infanzia (con un’asimmetria strutturale: uno è il precursore, l’altro il Messia-Figlio).
S Giovanni Battista 1,5-25
1,57-58 1,59-66
1,80
annuncio della nascita
Visitazione e Magnificat
1,39-56
Nascita
Circoncisione
Benedictus (cantico del Messia e del suo Precursore)
Infanzia
Gesù Cristo 1,26-38
2,1-20 2,21-38
2,39-51
Accanto al Messia e al suo Precursore ci sono gli anawim: Maria e Giuseppe, Elisabetta e Zaccaria (ravveduto), i pastori, i magi, il vegliardo Simeone e la profetessa Anna. Per poter accogliere il dono del Salvatore, per entrare nel Natale del Signore bisogna diventare come loro, perché questa è la via che Dio stesso ha deciso di percorrere nell’incarnazione e continua a percorrere per venire a noi.
Commentando il testo di Tt 2,11 («È apparsa la grazia di Dio». La grazia di Dio, che «porta salvezza a tutti gli uomini») nell’omelia della S. Messa della notte di Natale del 2019, il Papa disse:
“Ma che cos’è questa grazia? È l’amore divino, l’amore che trasforma la vita, rinnova la storia, libera dal male, infonde pace e gioia. Stanotte l’amore di Dio si è mostrato a noi: è Gesù. In Gesù l’Altissimo si è fatto piccolo, per essere amato da noi. In Gesù Dio si è fatto Bambino, per lasciarsi abbracciare da noi. Ma, possiamo ancora chiederci, perché San Paolo chiama la venuta nel mondo di Dio “grazia”? Per dirci che è completamente gratuita. Mentre qui in terra tutto pare rispondere alla logica del dare per avere, Dio arriva gratis. Il suo amore non è negoziabile: non abbiamo fatto nulla per meritarlo e non potremo mai ricompensarlo.
È apparsa la grazia di Dio. Stanotte ci rendiamo conto che, mentre non eravamo all’altezza, Egli si è fatto per noi piccolezza; mentre andavamo per i fatti nostri, Egli è venuto tra noi. Natale ci ricorda che Dio continua ad amare ogni uomo, anche il peggiore. A me, a te, a ciascuno di noi oggi dice: “Ti amo e ti amerò sempre, sei prezioso ai miei occhi”. Dio non ti ama perché pensi giusto e ti comporti bene; ti ama e basta. Il suo amore è incondizionato, non dipende da te. Puoi avere idee sbagliate, puoi averne combinate di tutti i colori, ma il Signore non rinuncia a volerti bene. Quante volte pensiamo che Dio è buono se noi siamo buoni e che ci castiga se siamo cattivi. Non è così. Nei nostri peccati continua ad amarci. Il suo amore non cambia, non è permaloso; è fedele, è paziente. Ecco il dono che troviamo a Natale: scopriamo con stupore che il Signore è tutta la gratuità possibile, tutta la tenerezza possibile. La sua gloria non ci abbaglia, la sua presenza non ci spaventa. Nasce povero di tutto, per conquistarci con la ricchezza del suo amore”.
Per accogliere il Messia-Figlio che si fa anaw, piccolo, per mendicare il cuore nostro, è necessario un cuore umile come il suo. Infatti, in Lc 6,17-26 (cf. Mt 5,3-12), nel testo delle beatitudini, la prima beatitudine regge l’intero ottavario (quattro beatitudini e quattro antibeatitudini) è «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
In Lc 4,14-20 all’inizio del ministero messianico Gesù dichiara adempiuta la profezia di Is 61,1-3a (cf. Sof 2,3):
17 Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto (Is 61,1-2; cf. Sof 2,3): 18 Lo Spirito del Signore è sopra di me; / per questo mi ha consacrato con l’unzione / e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio (εὐαγγελίσασθαι πτωχοῖς), / a proclamare ai prigionieri la liberazione / e ai ciechi la vista; / a rimettere in libertà gli oppressi, / 19a proclamare l’anno di grazia del Signore. 20 Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. 21 Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
A Lc 4,14-20 corrisponde, in Matteo, l’inizio del Discorso della montagna (Mt 5,1ss).
In continuità con la rivelazione biblica sono proclamati beati gli anawim, i piccoli e gli umili dell’Israele fedele ma a partire dalla novità inaudita: il Figlio di Dio si è fatto uomo e uomo povero tra i poveri.
Nella Es. Ap. Gaudete et exsultate sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo (19 marzo 2018), al c. 3 Alla luce del Maestro, il Papa dice: “Nelle beatitudini si delinea il volto del Maestro, che siamo chiamati a far trasparire nella quotidianità della nostra vita” (n. 63).
Gli anawim sono caratterizzati dall’umiltà di cuore che li porta a presentarsi a Dio come mendicanti, anawim, bassi (anaw) nello spirito, e cioè umili.
Il tratto semantico dominante è dunque quello dell’umiltà come autentica coscienza di sé nel porsi davanti alla presenza misteriosa e provvidente dell’amore di Dio. L’essenzialità e sobrietà di vita favorisce e custodisce l’umiltà del cuore. L’anaw, il povero sa di dipendere ontologicamente come creatura e come figlio da Dio e vive questa dipendenza strutturale con gioia nell’obbedienza filiale a Dio Creatore e Padre.
Ecco dunque i tre fattori semantici decisivi degli anawim:
1) coscienza creaturale;
2) coscienza filiale;
3) umile e gioiosa obbedienza a Dio Creatore e Padre.
Nel Magnificat (Lc 1,46-55) Maria dà voce a tutti gli anawim dell’AT (cf. spec.
Cantico di Anna in 1Sam 2,1-10) e della pre-storia di Gesù: lei, Giuseppe, Zaccaria (2: cioè “lo Zaccaria ravveduto, quello del Benedictus”), Elisabetta, i pastori, Simeone, Anna.
Nel Magnificat sono intrecciate due berakot:
– vv. 46-50: ringraziamento “personale” per ciò che Dio ha realizzato in lei (“L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore …”)
– vv. 51-55: ringraziamento a nome di tutto il popolo d’Israele e di tutta l’umanità a causa di ciò che Dio sta realizzando nella grande storia della salvezza (“Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore …”). Le due berakot sono concepite come due cerchi concentrici: il secondo dipende dal primo, sempre, fino al compimento finale.
2. Meditatio – Oratio
Dalla Vergine Madre apprendiamo il metodo: riconoscere e contemplare il nesso tra la grande storia della salvezza e la salvezza che Dio realizza giorno per giorno nella nostra vita.
Papa Francesco lo ricorda e lo testimonia costantemente. Nel messaggio Urbi et Orbi dell’anno scorso (25 dicembre 2020) disse:
“È nato un bambino: la nascita è sempre fonte di speranza, è vita che sboccia, è promessa di futuro. E questo Bambino, Gesù, è “nato per noi”: un noi senza confini, senza privilegi né esclusioni. Il Bambino che la Vergine Maria ha dato alla luce a Betlemme è nato per tutti: è il “figlio” che Dio ha dato all’intera famiglia umana.
Grazie a questo Bambino, tutti possiamo rivolgerci a Dio chiamandolo “Padre”, “Papà”. Gesù è l’Unigenito; nessun’altro conosce il Padre, se non Lui. Ma Lui è venuto nel mondo proprio per rivelarci il volto del Padre. E così, grazie a questo Bambino, tutti possiamo chiamarci ed essere realmente fratelli: di ogni continente, di qualsiasi lingua e cultura, con le nostre identità e diversità, eppure tutti fratelli e sorelle. In questo momento storico, segnato dalla crisi ecologica e da gravi squilibri economici e sociali, aggravati dalla pandemia del coronavirus, abbiamo più che mai bisogno di fraternità. E Dio ce la offre donandoci il suo Figlio Gesù: non una fraternità fatta di belle parole, di ideali astratti, di vaghi sentimenti… No. Una fraternità basata sull’amore reale, capace di incontrare l’altro diverso da me, di con-patire le sue sofferenze, di avvicinarsi e prendersene cura anche se non è della mia famiglia, della mia etnia, della mia religione; è diverso da me ma è mio fratello, è mia sorella. E questo vale anche nei rapporti tra i popoli e le nazioni: fratelli tutti!”
La stessa origine del presepe ci pone dinanzi al mistero dell’Incarnazione, al prima dell’amore di Dio e della proclamazione di Cristo unico Salvatore.
Nella Lettera apostolica Admirabile signum (1 dic. 2019) al n. 2, il Papa osserva:
«Le Fonti Francescane raccontano nei particolari cosa avvenne a Greccio. Quindici giorni prima di Natale, Francesco chiamò un uomo del posto, di nome Giovanni, e lo pregò di aiutarlo nell’attuare un desiderio: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello» (Tommaso da Celano, Vita Prima, 84: Fonti francescane (FF), n. 468). Appena l’ebbe ascoltato, il fedele amico andò subito ad approntare sul luogo designato tutto il necessario, secondo il desiderio del Santo. Il 25 dicembre giunsero a Greccio molti frati da varie parti e arrivarono anche uomini e donne dai casolari della zona, portando fiori e fiaccole per illuminare quella santa notte. Arrivato Francesco, trovò la greppia con il fieno, il bue e l’asinello. La gente accorsa manifestò una gioia indicibile, mai assaporata prima, davanti alla scena del Natale. Poi il sacerdote, sulla mangiatoia, celebrò solennemente l’Eucaristia, mostrando il legame tra l’Incarnazione del Figlio di Dio e l’Eucaristia. In quella circostanza, a Greccio, non c’erano statuine: il presepe fu realizzato e vissuto da quanti erano presenti».
Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio (Is 9,5). Un bambino, destinato a morire per la nostra salvezza, a dare se stesso per noi per riscattarci da ogni iniquità (Tt 2,14) e fare di noi un popolo, un popolo puro, entusiasta nelle opere buone (Tt 2,14). Per vivere autenticamente il Natale, è necessario che non sottrarsi alla luce del Verbo Incarnato, gustando la verità, la bellezza, la bontà, la luce del Verbo fatto carne.
È il gusto spirituale che mette ordine nella nostra mente e nel nostro cuore. Agostino, De musica 6,1179: “Delectatio ergo ordinat animam – è il diletto a dar ordine all’anima”.
3. Contemplatio – Actio
Come è possibile incontrare davvero Gesù oggi, gustare la bellezza della sua luce e della sua grazia? Poiché egli è venuto nella carne duemila anni fa, poiché il tempo ha fatto sedimentare una lunghissima teoria di anni, di secoli, come possiamo noi, uomini e donne del 2021, vivere quest’esperienza? Come possiamo incontrare Gesù e stare con lui, fare esperienza di lui come i primi discepoli?
Nella storia del cristianesimo si possono riconoscere tre impostazioni di fondo nel rispondere alla domanda appena posta. La prima posizione è quella razionalistica, la seconda quella protestante, la terza quella cattolico-ortodossa.
La posizione razionalistica considera Gesù è un fatto del passato da studiare attraverso la ragione storica.
In base alla posizione protestante, la distanza storica tra Gesù e noi viene colmata attraverso un’illuminazione interiore, un contatto diretto tra Dio e l’uomo. Questo dato si trova all’origine dell’esperienza dello stesso Martin Lutero.
Secondo la concezione cattolico-ortodossa, Cristo continua ad utilizzare il metodo dell’Incarnazione e continua ad essere presente nella storia, contemporaneo ad ogni uomo attraverso il suo popolo, la Chiesa, che è il suo Corpo mistico. La Chiesa si presenta nella storia come una realtà, un fatto in cui è possibile vivere una reale contemporaneità con Gesù Cristo.
Si vede così che la questione della Chiesa viene a coincidere con il problema della contemporaneità con Gesù. A proposito del nesso identitario tra Cristo e la Chiesa chiudo richiamando un passaggio molto espressivo di don Giuseppe De Luca (Sasso di Castalda 1898 – Roma 1962), straordinaria figura di sacerdote, di studioso, di precursore del Vaticano II, di “amoroso ricercatore della storia mistica dell’Italia” (come si definì lui stesso in una lettera a Prezzolini), tratto dal primo volume dei suoi Commenti al Vangelo festivo (pubblicato nel 1968):
“La storia di Gesù è la storia della sua Chiesa. Quasi tutte le parole che si possono dire sulla storia di Gesù, si possono dire della storia della sua Chiesa. Coloro, dunque, che dicono di voler stare con Gesù, ma di non poter stare con la Chiesa, è segno certo che non sarebbero stati nemmeno con Gesù. Di questo si può essere certissimi. … Gesù sopra la terra è oggi la Chiesa. Chi vuol separare l’uno dall’altra, vuol sfuggire a Dio e al proprio eterno destino”.
Nella Chiesa ciascuno di noi è chiamato ad essere protagonista, come collaboratore all’opera di Dio, ricordando la massima di S. Andrea Avellino Castronuovo di Sant’Andrea, 1520 – Napoli, 10 novembre 1608): “Chi non diventa ogni giorno migliore, smette di essere buono”.
Molto significative a indicare delle prospettive di impegno e di operosità fattiva a servizio del bene comune le parole di S. Giovanni Paolo II pronunciate trent’anni fa, il 27 aprile 1991, durante la Visita pastorale in Basilicata, incontrando il mondo del lavoro lucano a Pisticci Scalo:
Vi ripeto quanto ho avuto modo di affermare già altre volte (Ioannis Pauli PP. II, Sollicitudo rei socialis, 28): un “modello di sviluppo” orientato più verso l’“avere” che verso l’“essere” non è degno della persona umana. Il progresso materiale, pur necessario, non riesce da solo a soddisfare pienamente l’uomo. Occorre, per questo, che soprattutto voi, lavoratori cristiani, infondiate nel vostro campo di azione i valori e i principi evangelici sì da facilitare l’apertura del mondo produttivo alla dottrina della Chiesa ed una maggiore e più qualificata attenzione della stessa Chiesa alle problematiche occupazionali.
Fate tutto il possibile per non perdere mai di vista la via che conduce all’autentico progresso! Siate protagonisti del vostro destino, e prendete nelle vostre mani, nelle vostre menti e nei vostri cuori il vostro futuro. Ho detto nelle vostre mani, nelle vostre menti e nei vostri cuori perché si tratta anzitutto di voi stessi, della qualità della vostra vita e delle vostre capacità organizzative, delle vostre scelte e delle vostre decisioni.
Non vi abbandoni mai, su questo cammino, la consapevolezza di essere figli di Dio, chiamati, mediante l’attività lavorativa, a realizzare la missione affidatavi dalla Provvidenza.
Potrete, allora, affrontare e risolvere i problemi che oggi vi angustiano; sarete in grado di offrire un apporto notevole al progresso economico e sociale in Italia, in Europa, e nelle diverse parti del mondo, nelle quali sono emigrati dalla vostra terra tanti vostri conterranei. La spinta evangelica alla solidarietà vi farà guardare con attenzione ai bisogni degli immigrati giunti fra voi da Paesi con ben più gravi problemi, per ricercare possibili fonti di sussistenza per sé e le loro famiglie.
Animati da viva fiducia nel Signore e dalla virtù della speranza cristiana, non dimenticate mai di ringraziare Iddio per i doni che ogni giorno vi elargisce ed invocate su di voi, sulle vostre famiglie, sul vostro quotidiano lavoro, la sua protezione.

