Le Cronache Lucane

CHISSÀ COSA SI PROVA A VIVERE CENT’ANNI

Lettere lucane

Spesso sulla stampa regionale leggo articoli riguardanti i compleanni dei nostri centenari. Le amministrazioni comunali festeggiano con grande partecipazione chi arriva al secolo di età, e la stampa, sempre in cerca di notizie – che in Basilicata sono poche, tanto che il bravo giornalista lucano deve sempre avere molta fantasia – dà grande risalto a questi eventi. A volte mi capita di soffermarmi sulle foto dei festeggiati, e ogni volta, osservando il loro sguardo distante e stanco, mi domando la stessa cosa: è davvero bello vivere così a lungo? Tutti noi speriamo di morire il più tardi possibile – e, possibilmente, in buona salute. Ma cosa succede se si sopravvive a tutti i propri amici, parenti, coetanei? Cosa si prova a non poter condividere con nessuno il senso del proprio tempo e della propria età? E soprattutto: cosa si sente, se si è lucidi, ad avere un’età in cui il domani è matematicamente un territorio limitato, una probabilità sfavorevole? Sul nostro personale futuro non possiamo dire nulla; e questo perché si cambia, e ciò che per noi oggi ha valore, domani potrebbe non averlo più. Ma in linea di massima dico che non mi piacerebbe, essere un centenario. Vivrei con fastidio i festeggiamenti, i complimenti sulla lucidità, sullo stato di salute, le premure di facciata, la siderale distanza da tutti i presenti, ecc. E vivrei con grande malinconia il fatto di essere sopravvissuto a tutti i miei compagni di vita. Non so quale sia l’età giusta per morire; ma credo venga un giorno – se si ha la fortuna di non morire prematuramente – in cui si sente di aver compiuto la propria opera, e di aver pienamente espresso la propria vitalità. Quindi prego di non diventare mai un centenario – mio nonno paterno è morto a novantasette anni –, un trofeo della stampa locale da esibire con torte e sindaci sorridenti con la fascia tricolore. O forse tutto è meglio della morte?

diconsoli@lecronache.info

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