Davvero avrei grande difficoltà a spiegare il significato del termine “ciutìa”, ampiamente usato in Basilicata e in parte del Sud. Cos’è la “ciutìa”? È, genericamente, la stupidità, ma anche l’imbecillità, l’insensatezza, l’ignoranza, l’inconsapevolezza, ecc. La cosa interessante della “ciutìa” è che noi esseri umani la addebitiamo sempre agli altri, mai a noi stessi; e, se lo facciamo, lo facciamo con ironia, per autocommiserarci per gioco, ma mai con reale convinzione. Chi mai direbbe di sé di essere un “cioto”? Più di una volta ho sentito sospirare questa frase: “Beata ciutìa”. Come a dire: beato chi non sa, chi non è consapevole, chi è illuso, chi non si pone delle domande, chi è convinto di cose assurde e strampalate, ecc. E allora mi è venuto il dubbio che non deve essere poi così male, questa “ciutìa”. Cioè, se la “ciutìa” è inconsapevolezza e ignoranza, è probabile che difenda dai tormenti del troppo pensare. Ma siamo sicuri che il “cioto” non soffra? No, perché se la “ciutìa” difendesse davvero dal dolore, allora dovremmo capirla meglio, studiarla di più, provare a comprenderne i segreti, perché non è che noi che abbiamo la presunzione di non essere “cioti” viviamo meglio dei presunti “cioti”, anzi. E dunque? Si dice sempre che ci salverà il sapere, il conoscere. Non ne sono più così convinto. Faccio un esempio. Oggi noi sappiamo molte cose di medicina, e a ogni sintomo associamo una serie di malattie. È un bene o è un male sapere così tante cose? Non vive forse meglio chi ignora le leggi del corpo? Il fatto è che la “ciutìa” non è assenza di sapere, ma sapere sballato, delirante, straccione, a testa in giù, spesso deriso e marginalizzato. È dunque assenza di dolore, la “ciutìa”? Oppure è solo un non fare bene a se stessi e fare male agli altri? Secondo me pure il “cioto” soffre. Ma chi non è “cioto” scagli la prima pietra.

diconsoli@lecronache.info

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