“SANGUE MISTO”, IL RIVOLUZIONARIO “XENO-HORROR” TUTTO ITALIANO

di Roberta Gambaro

“Sangue Misto” è il titolo del film a episodi ideato dal regista genovese Davide Scovazzo, classe 1980. Il critico cinematografico Renato Venturelli lo definisce come primo “Xeno-Horror” italiano, capace di affrontare il delicato tema dell’integrazione in maniera diretta e rivoluzionaria, coraggiosa e divertente, senza ipocrisia e moralismo. Sette registi, sette città, sette gruppi etnici. Sette storie diversamente narrate, ma efficaci nell’obiettivo comune. Non esistono buoni e cattivi, a seconda delle razze. Esiste un solo sangue e una sola specie: quella umana. Ed è marcia.

Davide Scovazzo, in una foto di Riccardo Tenca

Quando, come e perché nasce l’idea di “Sangue Misto”?

«Ha radici lontane, da prima che girassi il mio cortometraggio “Durante la morte” (2011). Ricordo agguantai un numero di Nocturno per immergermi in ciò che più mi fa(ceva) sentire vivo e “a casa” : il cinema. C’era uno speciale sul “new horror” Italiano emergente. Saltavano all’occhio nomi come quello di Raffaele Picchio, col quale poi avrei collaborato per SANGUE MISTO e tanti altri nomi che successivamente avrei conosciuto. Insomma, senza tanti arrivismi, un mondo si schiudeva davanti ai miei occhi e mi diceva che potevo “partecipare” anch’io con la mia idea di un horror “multietnico”. L’horror attinge sempre da paure inconsce collettive, dalle tensioni politiche urgenti. Una volta l’Uomo Nero era Dracula, poi lo Zombi, l’ Alieno e ora il babau è l’Extracomunitario. Così nasce “Sangue Misto”. Accennai l’idea di questo film a episodi alla brava attrice genovese Francesca Faiella, la quale accolse con con entusiasmo la mia idea e mi disse di collaborare con il regista Edo Tagliavini. Così conobbi lui, poi Lorenzo Lepori, Paolo del Fiol, e successivamente si inserirono le registe Isabella Noseda e Chiara Natalini, di loro sponte, con una verve e un entusiasmo che mi fa pensare non dico “girls do it better” ma poco ci manca… Ed ecco formata la squadra dei sette registi per “Sangue Misto”».

So che sei un amante di Salvador Dalì. Se ti chiedo cosa è per te il sangue, riusciresti a dipingermi la tua risposta, come avrebbe fatto lui?

«Dalì è inimitabile, non riuscirei mai ad arrivare alla sua altezza. Posso dirti, però, che il sangue è la costante dell’horror, il suo elemento. Mi interessava molto l’interpretazione che ne dava Martin Landau in “Ed Wood”, il suo essere legato al flusso mestruale, quindi, in senso lato, alla seduzione, alla paura. Il sangue è segno che c’è qualcosa che non va. Teoricamente deve stare dentro le vene, per cui se si vede, se esce fuori, vuol dire che qualcosa si è lacerato, che l’equilibrio è infranto. Pericolo. Vita e Morte. Quando parlo di “Sangue Misto” come mix di razze, quindi mix di “sangui”, volevo semplicemente che il titolo del nostro lavoro fosse riassuntivo del concept: “questo è un horror, e lo si richiama con la parola “sangue”. Parla di multietnia e lo si richiama con la parola “misto”. Almeno sapete cosa aspettarvi.” S.M. è un tuffo in una fossa settica, nerissimo e rossissimo e affonda verso i bassifondi degli istinti dell’umana natura».

So  che hai John Waters come regista di riferimento e di culto. Che influenza ha avuto e ha su di te?

«Waters è stato il mio punto di riferimento nel cinema, soprattutto da ragazzo. Un articolo di Loris Curci su Splatter, letto da bambino, mi ha letteralmente aperto il coperchio del cassonetto su quel mondo “marcio”, fatto di locali malfamati, attori morti di AIDS ma vestiti di lustrini e paillettes; immondizia, vecchie sudicie, comparse raccattate tra i barboni: qualcosa di diverso dal belligerante Punk inglese, più colorato, spaventoso ma, come questo, tremendamente affascinante. Conobbi Waters ad un importante festival cinematografico a Torino. É tra le persone più educate e raffinate nei modi che io abbia mai conosciuto. Dal titolo del mio primo corto,”Pink Film”, a tutta la scena iniziale di ”Rigorosamente dissanguati da vivi” (il mio episodio per Sangue Misto) c’è quasi sempre un omaggio a Waters, a quel mondo “deliziosamente basso” , malato, variopinto; pieno di personaggi potenzialmente pericolosi e buffi al tempo stesso, in cui tuffarsi. Un genovese cerca questo nei vicoli, per esempio. Fare nottata nei vicoli è il “rito d’iniziazione” del fanciullo genovese».

Altri registi di riferimento, magari italiani?

«Un nome è Paolo Genovese. Stimo molto, inoltre, Edoardo Leo, sia come attore e regista. Sta facendo una grande carriera. Mi piacerebbe lavorare con lui e con l’attore Luca Marinelli, l’astro nascente del momento.Nel nostro un po’ troppo ombelicale mondo di “almost famous” dell’underground autoriale, apprezzo molto Simone Scafìdi. Tra i miei ‘guilty pleasures’, invece, Christian De Sica, i Fratelli Vanzina e Francesco Nuti. Poi, Piccio Raffanini, Franco Bròcani, Paolo Ricagno, Marcello Avallone. I grandi Luciano Salce e Pasquale Festa Campanile».

Tu sei genovese, anche se hai abitato a Milano per un po’ di tempo. Ti sei definito “figlio” della tua città. Quanto e come ti ha influenzato Genova nel tuo cammino di regista? E Milano?

«Forse non è un caso che Genova sia gemellata con Baltimora, la “casa” di Waters. Dunque, mi piacerebbe, con la massima umiltà e senso della proporzione, essere per Genova quello che Waters è per Baltimora. Ha girato sempre e solo lì. La città è set e personaggio principale dei suoi film. Come lui lo ha colto per Baltimora, io voglio raccontare le mille sfaccettature di Genova che ha uno stile unico anche nel degrado e nel marciume, e crescendo, abbandonandola e tornandovi, scopri che c’è molto di più di quello che traspare. Genova è surrealista. Milano è futurista, ansiosa ed ansiogena ma intanto “fa”. Ne lodo il turbodinamismo, spesso caricaturale. A volte certe sue atmosfere mi mancano, ma un uomo può avere una e una sola “Casa” e Genova è la mia. In questo senso me ne definisco “figlio”. Più ti avvicini, più scopri tesori nascosti e particolare bellezza».

Oltre a Sangue Misto, hai realizzato dei corti molto originali e notevoli a livello concettuale. Il primo,“Pink Film”, risale al 2003. Sei autore di un libro di poesie, intitolato “Spazzatura, rossetto e un po’ di Dio qua e là” , che ho letto. Trovo interessante la continua ricerca di Dio attraverso la scrittura, nonostante il tuo ateismo dichiarato. Descrivi scene quotidiane con l’amarezza, il disagio e il dolore talvolta adolescenziale, talvolta maturo, sia in chiave ermetica, confessionale e surreale, inventando un linguaggio tuo.Questo lo traduci e trasporti nella tua idea di cinema, in maniera più diretta e talvolta struggente. Mi parleresti di Davide Scovazzo, non solo regista, ma artista completo?

«La parola “Artista” mi va stretta e enormemente grande, insieme. Dalì o Kubrick erano artisti! Però, sì, sono tale quando cerco di dire quello che ho da dire con i mezzi che ho a disposizione. La differenza tra “regista” e “filmmaker” è sostanziale nell’era digitale: sono un fotoamatore e un computer so giusto accenderlo, questo va detto. Però ciò che faccio è mio al 200%: sceneggiatura, inquadrature, direzione del montaggio, lavoro con gli attori, creazione del personaggio, e buona parte dell’organizzazione sono mie. Questo è il mio lavoro da regista. Poi c’è il lavoro da  “filmmaker” che “si mette lì con la telecamera” ma distanza di 15 anni dal mio esordio, mi sento di dire nella quasi totalità dei casi: “si vede”. Per quanto riguarda la contenutistica, sono un ateo in cerca di Dio ma non come in cerca di un “perché”. Siamo noi che abbiamo creato Dio a nostra immagine e somiglianza, non viceversa. E ora eccoci qua, a mettere sveglie per cercare di dare un senso a ciò che non può che non averlo; inventarci cose e nomi, per non assumerci la responsabilità di non essere niente e di non stare andando incontro a niente. Di me posso dirti che sono un bravo cristo, con una timidezza patologica; perverso e dolce al tempo stesso. Il mio cervello si eccita con le peggiori nefandezze umane. Poi, nella realtà, vorrei solo un mondo di amore, solidarietà e comprensione».

Concludendo, a maggio, cosa succederà?

«Parlando di maggio, ringrazio Giacomo Ioannis e la sua HOME MOVIES: sta dando una chance a un Cinema che altrimenti resterebbe invisibile. Stanno facendo un lavoro di una professionalità impensabile a questi budget, con tanta pazienza verso di me. Nell’edizione di “Sangue Misto” che uscirà a Maggio, vogliamo dare al pubblico un Monstrvm curatissimo nella veste grafica, pieno di extra, edizioni limitate con altri contenuti, altri artwork e doppio Blu Ray con altri cortometraggi, video e showreel. Nessuno deve pensare di aver comprato un filmettino amatoriale. Sono molto soddisfatto del lavoro. Adesso, però, ho bisogno di respirare e di dedicarmi a miei obiettivi “esistenziali” prima che cinematografici. Ma finito un carnevale possono iniziarne mille altri, diversi e migliori. Il Cinema non è un lavoro che si fa, il Cinema lo si è, quindi, prima o poi faremo di nuovo i conti. Ho sceneggiature e soggetti, sia scritti che dentro la mia testa, con cui potrei riempire interi archivi. Non riesco a non pensare costantemente in quei termini. Non è necessario essere Alfred Hitckcock per aver dato il proprio piccolo contributo alla più grande invenzione della Storia, che è il Cinema. Le ricompense che mi ha già dato, nel mio piccolo, superano quelle che un uomo, nella media, ha in tutta una vita».