UN VIAGGIO NELLA MEMORIA CON LA MUSICA DEI CROSSWAY

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di Leonardo Pisani

Il binario 21 di Milano

La memoria di alcune ricorrenze va fatta tutti i giorni, soprattutto quando riguardano grandi temi di civiltà o nefandezze che la società, l’umanità, il singolo deve tenere a mente in modo che mai più possa accadere. Ho frequentato molto Milano e capitavo spesso in stazione, era il punto di arrivo o di partenza di quando vivevo a Pavia o a Sesto San Giovanni. Sapevo che nei dintorni c’era la famosa “Via Gluck” resa celebre da Adriano Celentano; ci sono capitato. Ma non sapevo che mentre trascinavo a fatica un bagaglio o aspettavo un treno verso il sud o verso il nord, sotto i miei piedi c’era un binario.  Il binario 21. Non ne ho colpe; quando ero viaggiatore nella terra lombarda, quel binario era nascosto. Del resto anche quando era attivo e orrendamente funzionante, neanche i milanesi di allora ne erano a conoscenza. La discrezione era una delle altre nefandezze delle S.S.: quel binario a livello di strada era nascosto, i vagoni carichi di “carne umana” invisibili agli occhi estranei, quando erano colmi e stracolmi, partivano per varie destinazioni di Morte. Mauthausen, Bergen Belsen, Auschwitz …

«Noi siamo usciti da Auschwitz, ma Auschwitz non è mai uscito da noi »  diceva Goti Bauen, non dovrebbe uscire da nessuno e essere ricordato sempre, oltre la cattiva retorica di un determinato giorno. Con ogni mezzo. La discrezione di Daniela Fiorentino invece è commovente, mi contatta tramite facebook chiedendomi se era possibile un articolo sul loro progetto musicale. Mi sorprende, Daniela è una musicista salentina che vive a Milano, io un giornalista che vivo e scrivo per la Basilicata, ma esiste il web, gli articoli on line. Nella comunicazione digitale capita e quando capita, inutile negarlo, fa piacere. Mi manda materiale siamo a fine dicembre ma per incombenze, ascolto la musica, sono colpito dalla tecnica, ma non riesco a scriverci. Poi ci risentiamo, parliamo un po’; da abitudine preferisco sentire, dialogare, la tecnica mi interessa in un secondo momento, per prima cosa preferisco sentire se c’è empatia, se c’è passione, se c’è qualcosa che è difficile da descrivere a parole ma ci deve essere nelle arti. Poi arriva il “Binario 21” mi coglie di sorpresa e stupisce, perché di quel binario conoscevo poco, sapevo dell’esistenza dopo l’inaugurazione ma non abbastanza. Poi la sorpresa ancora maggiore, quel binario era il titolo di una lirica musicale dei “CrossWay”  un duo formato da Daniela Fiorentino al clarinetto basso e Fabio Bagnato alle chitarre e voce. Un nome che già disegna il loro universo musicale, un ponte, un passaggio, un transito tra la musica colta – la loro formazione è anche accademica- e l’ascolto popolare, facile a dirsi difficile a suonare. Ascolto “Binario 21” vi sono incroci di melodie e musiche, in quel tempo a tre quarti quasi da valzer balcanico o da  danza mitteleuropea. Una melodia semplice, a primo ascolto ma non è così. Fa viaggiare e non porta la melanconia ma un velo di tristezza, unita a una speranza indefinita. Quel clarinetto basso poi dà una patina materiale d’immateriale desiderio di qualcosa di non definibile, una malia velata da tristezza. La discrezione, i nostri dialoghi avvengono durante due episodi; ma Daniela non me lo racconta. Gli ottanta anni dalle leggi razziali e la nomina a senatrice a vita di una bambina di 13 anni, “ospite da gassare ” di Auschwitz-Birkenau, Liliana Segre partì da quel binario, fu tra le poche a ritornare. Daniela non mi racconta la storia del brano, composto dopo aver conosciuto la senatrice Segre al Teatro Arcimboldi di Milano nel gennaio 2016, esprime a Fabio l’idea di sperimentale un brano che abbia un respiro “diverso” e che potesse in qualche modo sensibilizzare maggiormente l’ascoltatore catapultandolo come “spettatore” dell’epoca.

Liliana Segre

Fabio così, suonò alla chitarra una semplice melodia..  «Ho chiuso gli occhi.. sentivo rumori di sottofondo.. passi, fischi, i motori dei camion e il silenzio… il silenzio degli uomini senza forma, il silenzio degli uomini destinati a morire.. un silenzio prepotente.. ».  Si esprime Fabio. E nessuno di noi disse nulla. Dopo poco continuò: «ho deciso così di inserire tutto questo in tre minuti di musica». musica Yiddish creata da chi non è di cultura Yiddish.. Questo è il grande messaggio del disco SWEET SWEAT” uscito il 7 dicembre 2017 , Liliana Segre non era ancora stata nominata senatrice a vita e scriviamo la verità, anche misconosciuta ai tanti. Forse la discrezione di Daniela e Fabio va oltre una gran virtù, ci permette di ricordare fuori dal coro mediatico, semmai ascoltando un valzer dalle melodie di un popolo senza terra e di una cultura da conoscere. Ma Daniela l’ho sorpresa anche io quando gli ho parlato del normanno di Basilicata, nobile e prete poi convertito all’ebraismo. Giovanni, figlio di Drogo di Oppido e parente degli Altavilla, conosciuto come Obadiah il Proselito (circa 1070-1140 d. C.) autore del più antico manoscritto conosciuto di musica ebraica.

Mi risponde Daniela: «Non conoscevo Obadiah e sinceramente mi piacerebbe tanto avere tra le mani quel manoscritto, il primo ( forse l’unico?!) di origine ebraica. Ho studiato questa musica come musica che si tramanda, che si ascolta e si arricchisce col proprio animo e con la propria sensibilità musicale. Sono stati pochi i musicisti di origine ebraica ad aver scritto o composto con lo scopo di far ricordare: basti pensare a Giora Feidman clarinettista che si licenzia dal posto fisso per dedicarsi alla sua musica. Lui è un esempio di cultura, di sfida verso una `società sbagliata`, è un esempio di coraggio!Non dovremmo forse anche noi avere il coraggio di tramandare? La stessa Liliana Segre non vorrebbe che regnasse INDIFFERENZA, e noi lo facciamo attraverso la musica»

Poi Tocca a Fabio, mi colpisce il suo uso della chitarra battente, la nostra chitarra tradizionale ormai in disuso, capita di vederla suonare a Eugenio Bennato, la vedevo suonare al mio amico Giampiero Lotito oltre trenta anni fa con il gruppo lombardo-lucano Tiempo Mancante. Quelle dieci corde, con il foro di risonanza coperto e decorato, suonata con le dita con un’antica tecnica mi hanno sempre affascinato. Ne chiedo come mai una scelta così inusuale e Fabio mi risponde  «mi ha sempre affascinato e incuriosito la cultura contadina e gli strumenti ad essa collegata…ancor di più quando parliamo di strumenti appartenenti alla tradizione meridionale. Questo strumento l’ho sentito suonare da bambino, in Calabria, da un amico di mio nonno (mio nonno invece al sax)…il classico suono di chitarra battente non tanto accordata ma con una potenzialità ritmica incredibile. In età adulta, dopo aver suonato per anni rock, blues, approda in me il desiderio di voler sperimentare, di rendere questo strumento antico più versatile e più “cantabile”; da lì inizio a “stravolgerla” utilizzando accordature aperte e componendo brani “contemporanei” supportati dalla batteria, dal basso e dalla fisarmonica (con la formazione etno/folk A3 Apulia Project) e poi da questo strumento a fiato (tanto simile alla chitarra battente per versatilità) che è il clarinetto basso di Daniela (Crossway duo). Spero che l’esperimento sia riuscito».

 

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