ISRAELE
Non sono un estimatore della postura di Israele di fronte al mondo. Lo dico senza ambiguità, ma senza indulgere nei pregiudizi che troppo spesso accompagnano il dibattito sullo Stato ebraico.
La mia è una posizione culturale e politica, non un’ostilità verso un popolo o una religione. Non mi convince l’idea che la fede possa trasformarsi in potenza, l’identità in supremazia, la memoria storica in una licenza permanente a decidere le sorti degli altri.
Uno Stato non può invocare il proprio passato per sottrarsi al giudizio sul presente. Nessuna tragedia, per quanto immane, giustifica un uso illimitato della forza.
È su questo terreno che vanno misurate le responsabilità dei governi israeliani, le scelte militari e il rapporto con i palestinesi.
La sicurezza è un diritto, ma non può coincidere con la guerra permanente. La forza può allontanare una minaccia, non costruire da sola una pace duratura.
Eppure, giudicare Israele richiede di riconoscerne anche la complessità.
In un Medio Oriente attraversato da autoritarismi e poteri che reprimono il dissenso, Israele conserva istituzioni democratiche, una stampa libera, una magistratura indipendente, il diritto di protesta e un sistema elettorale nel quale il governo può essere contestato.
È una democrazia imperfetta, attraversata da profonde contraddizioni e disuguaglianze, ma proprio per questo va giudicata sulla capacità di rispettare i propri principi, non assolta o condannata per pregiudizio.
Le recenti elezioni hanno confermato questa complessità. Benjamin Netanyahu ha ottenuto la maggioranza relativa, smentendo le previsioni di quanti immaginavano un arretramento più netto del suo schieramento.
L’affluenza, vicina all’80 per cento, testimonia una forte mobilitazione: gli israeliani hanno compreso che la posta in gioco riguarda il futuro politico e strategico del Paese. Ma arrivare primi non significa poter go- vernare da soli.
Il sistema proporzionale israeliano, con i suoi 120 deputati, richiede almeno 61 seggi per formare una maggioranza assoluta.
La crescita delle liste arabe aggiunge un elemento significativo agli equilibri parlamentari e rende più articolata la partita delle alleanze.
Non è però scontato che le opposizioni riescano a convergere, né che le forze arabe possano tradurre il proprio peso elettorale in un accordo di governo.
Netanyahu conserva dunque un consenso importante, ma deve misurarsi con la necessità di costruire una maggioranza.
Se le trattative dovessero fallire, un nuovo ricorso alle urne potrebbe diventare una prospettiva concreta.
La democrazia proporzionale impone mediazioni: non basta vincere una competizione elettorale, occorre dimostrare di saper governare.
È una lezione che vale anche per Israele, soprattutto in una fase in cui le divisioni interne si intrecciano con una crisi regionale dagli esiti imprevedibili.
Criticare il premier, come è stato giustamente fatto in questi mesi, non significa negare la legittimità dello Stato che governa.
Al contrario, difendere la democrazia israeliana significa pretendere che rimanga fedele ai propri fondamenti: rispetto del diritto, tutela delle minoranze, responsabilità delle decisioni militari e possibilità di alternanza. La critica politica può essere una forma di responsabilità verso un Paese la cui storia è profondamente intrecciata a quella europea.
C’è poi il ritorno di una logica antica e pericolosa: occhio per occhio, dente per dente.
Ogni attacco reclama una rappresaglia, ogni rappresaglia prepara una nuova vendetta.
La violenza, invece di chiudere il conflitto, lo riproduce e lo consegna alle generazioni successive.
In questa spirale scompaiono le differenze tra governi e popolazioni, tra responsabilità individuali e colpe collettive.
I palestinesi non possono essere identificati con Hamas, così come gli israeliani non possono essere ridotti alle decisioni del governo di turno.
Il diritto di Israele a vivere in sicurezza non cancella quello dei palestinesi a una vita libera, dignitosa e politicamente riconosciuta.
La crescita della rappresentanza araba nelle istituzioni israeliane ricorda che il pluralismo è una risorsa democratica, anche se non basta, da solo, a superare le profonde divisioni che attraversano la società e la regione. Il conflitto, inoltre, non riguarda soltanto Israele e i palestinesi.
La competizione con l’Iran, le ambizioni delle potenze regionali e la presenza di organizzazioni armate posso- no trascinare il Medio Oriente in una crisi ancora più vasta.
Il rischio nucleare rende indispensabili deterrenza e difesa, ma anche diplomazia e controllo degli armamenti.
Nessuna potenza può considerare accettabile una catastrofe umana pur di affermare la propria supremazia. È qui che entra in gioco l’Europa.
Non può limitarsi a dichiarazioni di solidarietà, condanne rituali e divisioni interne. Deve difendere il diritto di Israele a esistere e proteggere i propri cittadini, chiedendo al tempo stesso il rispetto del diritto internazionale, la tutela dei civili e una prospettiva politica concreta per i palestinesi.
La sua credibilità si misura nella capacità di tenere insieme questi principi, senza doppi standard.
La mia posizione rimane questa: non condivido molte delle scelte di Israele, ma non considero indifferente il destino della sua democrazia.
La storia europea, segnata dalla persecuzione degli ebrei e dalla Shoah, ci impone una responsabilità che non può essere cancellata dalle controversie del presente.
Questo non attribuisce a Israele diritti superiori a quelli degli altri popoli; impone piuttosto di riconoscere il valore della sua sopravvivenza senza rinunciare a giudicarne le azioni.
Israele deve poter vivere senza la minaccia della distruzione.
Ma deve anche scegliere quale futuro costruire: quello di una democrazia capace di contenere la propria forza dentro il diritto, oppure quello di una fortezza assediata che finisce per considerare la guerra il proprio destino.
La differenza non riguarda soltanto Israele. Riguarda tutti noi.
Gianfranco Blasi

