«SOTTOMISSIONE» E CRISI DEI VALORI FRA INTEGRAZIONE E PROVOCAZIONE
È comprensibile provare preoccupazione di fronte a episodi di violenza giovanile, tensioni sociali e fenomeni di radicalizzazione che attraversano le nostre città.
Esprimere interrogativi e timori non significa alimentare pregiudizi, così come interrogarsi sulle fragilità dei modelli d’integrazione non equivale a mettere in discussione la dignità delle persone.
Il punto è riuscire a guardare la realtà senza lasciarsi condizionare né dalle semplificazioni allarmistiche né da quel riflesso culturale che tende talvolta a liquidare ogni domanda scomoda come espressione di intolleranza.
Le vicende che hanno interessato fino alle scorse ore Milano, Bo- logna e Torino, con il coinvolgimento di gruppi giovanili e adolescenti, riportano al centro una questione che non può essere ridotta alla sola sicurezza urbana.
In questo quadro si colloca anche il cosiddetto «Movimento 17 ottobre», nato dopo i disordini di metà mese. Ad inquietare è soprattutto la vicenda di Youssef Siher, indicato nelle cronache come presunto ideatore e gestore della relativa pagina social. Trent’anni, Siher è un cittadino italiano di origini marocchine. Ricercatore specializzato in politica mediorientale, attivista dei movimenti pro-Palestina e giornalista freelance, con precedenti collaborazioni con Il Fatto Quotidiano.
Ha conseguito una laurea in Comunicazione e un master in Scienze politiche all’Università degli Studi di Milano e ha collaborato con l’ISPI, l’Istituto per gli studi di politica internazionale.
Nei giorni scorsi è stato condotto in Questura a Milano per essere interrogato e sono state effettuate perquisizioni. Naturalmente, le responsabilità individuali vanno accertate nelle sedi competenti.
Ma il fenomeno, al di là delle singole posizioni, sol- lecita una riflessione più ampia. Che cosa raccontano queste forme di mobilitazione, quali aspettative intercettano e quale rapporto intendono costruire con la società in cui si manifestano?
Per provare a leggere queste inquietudini può essere utile tornare a un romanzo che, fin dalla sua pubblicazione nel 2015, ha alimentato un intenso dibattito: Sottomissione di Michel Houellebecq.
L’opera immagina una Francia nella quale un partito islamico moderato arriva alla presidenza attraverso il sistema democratico, in un contesto segnato dalla crisi dei partiti tradizionali e da una profonda stanchezza culturale.
Non è la conquista violenta del potere a determinare il cambiamento, bensì una combi- nazione di vuoto ideale, opportunismo politico e disponibilità ad adattarsi al nuovo equilibrio. Una delle chiavi di lettura del romanzo riguarda proprio la fragilità dell’Occidente.
Le democrazie europee, pur disponendo di istituzioni solide e di un patrimonio di libertà conquistate nel tempo, sembrano talvolta incapaci di trasmettere alle nuove generazioni le ragioni profonde della pro- pria esistenza.
I diritti vengono dati per acquisiti, le identità collettive si indeboliscono, la cultura si trasforma spesso in consumo e intrattenimento.
In questo spazio di incertezza, il bisogno di ap- partenenza può essere soddisfatto da identità più rigide, da ideologie totalizzanti o da narrazioni che individuano nella società circostante un nemico da combattere.
Ma Houellebecq non offre soltanto una rappresentazione della vulnerabilità occidentale. Il suo bersaglio è anche l’opportunismo di una classe dirigente intellettuale e politica pronta a rinunciare ai propri principi pur di conservare posizioni e privilegi.
Nel romanzo, la trasformazione degli equilibri istituzionali si accompagna alla disponibilità dei protagonisti ad accettare ciò che fino a poco prima avrebbero considerato inaccettabile.
È una satira che interroga non soltanto chi contesta l’ordine esistente, ma anche chi dovrebbe difenderlo e finisce invece per adattarvisi senza discutere.
È qui che il confronto con la cronaca diventa interessante, purché non si trasformi in un’equivalenza impropria.
Un movimento giovanile, una protesta radicale e la distopia letteraria di Houellebecq appartengono a piani differenti.
Non sarebbe corretto attribuire a un gruppo, sulla base di informazioni ancora da verificare, un pro- getto ideologico organico o una volontà sovversiva già dimostrata.
È però legittimo domandarsi se alcune manifestazioni esprimano una richiesta di inclusione e riconoscimento oppure una contestazione più profonda dei principi che regolano la convivenza democratica.
Per rispondere servono fatti, parole, comportamenti e responsabilità accertate, non etichette preventive. In Francia in queste settimane sono state devastate e date al fuoco decine di chiese cattoliche. Non una moschea è stata toccata.
Sarà un caso, ma è un caso che va registrato e che rappresenta una tendenza. Sotto attacco c’è il sistema di valori dell’occidente cristiano.
Questo sembra essere evidente.
Così come, personaggi come questo Youssef Siher rappresentano la spinta ideologica di un mondo antagonista che ha anche una chiara matrice religiosa. La questione, dunque, non riguarda soltanto l’ordine pubblico.
Una società democratica deve saper distinguere il dissenso, anche aspro, dalla violenza.
La diversità culturale dalla negazione dei diritti altrui.
La legittima critica alle istituzioni dal tentativo di imporre modelli incompatibili con le libertà fondamentali. L’integrazione non può ridursi alla semplice coesistenza di comunità separate, ciascuna chiusa nei propri codici e indifferente alle regole comuni.
La domanda posta da Sottomissione resta dunque attuale, una sorta di profezia letteraria, una provocazione rivolta alle democrazie europee.
Siamo consapevoli dei valori che vogliamo difendere?
Sappiamo trasmetterli senza trasformarli in slogan? E siamo capaci di affrontare i conflitti culturali senza cedere né alla paura né alla rimozione?
La vera alternativa è tra una società che discute i propri principi, li rende vivi e li difende con coerenza e una società che, per stanchezza o convenienza, smette di credere in se stessa.
La libertà non si conserva da sola: ha bisogno di istituzioni credibili, di responsabilità individuali e di una cultura civile condivisa.
Anche quando il confronto diventa scomodo.
Ed è da qui che bisogna ripartire.
Gianfranco Blasi

