SPAGNA
Alla fine ha scelto le urne.
Lunedì mattina, dal palazzo della Moncloa, Pedro Sánchez ha annunciato lo scioglimento delle Cortes e il ritorno al voto per domenica 29 novembre.
Aveva informato re Felipe VI do- menica pomeriggio e ha riunito un Consiglio dei ministri straordinario lunedì.
La data non è casuale: è la prima utile, e il premier non ha voluto concedere un solo giorno in più né agli avversari né ai dubbi.
LA SPINTA DECISIVA
L’innesco è di venerdì, quando il Congresso ha respinto i due decreti con cui il governo tentava di rispondere all’emergenza abitativa.
Più tutele per chi vive in affitto, un freno alla speculazione. Il dibattito era durato oltre quattro ore, e prima del voto Sánchez aveva avvertito gli oppositori: «La storia vi giudicherà».
Non è bastato. A bocciare i provvedimenti sono stati Pp, Vox e Junts.Quella sconfitta, però, non nasce in Aula.
Nasce da un’immagine: lo sfratto, a Madrid, di Maricarmen Abascal, 87 anni, finito in televisione e diventato in poche ore il simbolo di un Paese che non ce la fa più con gli affitti.
Le proteste sono arrivate subito, e nel fine settimana si sono estese. Mentre in piazza si manifestava, Sánchez chiudeva le porte della Moncloa e consultava ministri, dirigenti socialisti e alleati.
Domenica ha comunicato la decisione al re.
Lunedì l’ha annunciata al Paese.
IL DISCORSO
Il tono è stato quello della chiamata a raccolta.
Il premier ha chiesto una maggioranza progressista molto più ampia, spiegando che per andare avanti serve rinnovare il sostegno popolare.
Ha rivendicato di aver approvato «misure coraggiose» sulla casa e ha riconosciuto di aver commesso errori e di non aver realizzato tutto ciò che si era proposto.
Per un leader che ha costruito la propria immagine sulla resistenza, è un’ammissione tutt’altro che scontata.
Poi l’affondo. Il suo esecutivo, ha detto, ha dovuto misurarsi con un Congresso fortemente conflittuale e con «la peggiore opposizione che la nostra democrazia abbia conosciuto».
E agli elettori ha consegnato il dilemma su cui giocherà l’intera campagna: unirsi all’ondata di ultradestra che, dove governa, fa fare passi indietro, oppure dare al Paese una maggioranza progressista più ampia.
IL DUBBIO
Qui sta la domanda che molti si fanno a Madrid.
Sánchez non aveva sempre detto di voler arrivare a fine legislatura? Così era, fino a pochi giorni fa. Che cosa è cambiato, allora? La risposta ufficiale è il voto del Congresso.
Ma la decisione era caldeggiata anche da diversi esponenti e collaboratori del Psoe, e non si può escludere che il premier abbia ceduto a una pressione interna più che a un’intuizione propria.
Probabilmente c’è stato un po’ dell’una e un po’ dell’altra.
Quel che è certo è che una maggioranza così fragile, con ogni votazione a rischio, non poteva reggere a lungo.
I NUMERI
Non è una scommessa senza rischi.
L’ultimo sondaggio di Sigma Dos per El Mundo, realizzato prima delle manifestazioni, dà il Psoe al 25,6%, oltre sei punti sotto il risultato del luglio 2023.
Altre rilevazioni attribuiscono al Partito popolare il 32,6% e circa 140 seggi, a Vox il 18,3% e 63 deputati.
Insieme, le due destre supererebbero il 50% dei voti.
La maggioranza assoluta è a 176 seggi: Feijóo potrebbe aver bisogno di Abascal.
E sarà proprio questo lo spauracchio che Sánchez agiterà fino all’ultimo giorno di campagna. LA DESTRA Dal centrodestra, comprensibilmente, nessuna esitazione.
Feijóo ha accolto l’annuncio con una frase che è già uno slogan: «Finalmente decideranno gli spagnoli». Da mesi chiedeva lo scioglimento delle Camere, sostenendo che «il Paese non regge più».
Più duro Abascal. Per il leader di Vox il 29 novembre sarà l’«ultima opportunità» per la maggioranza degli spagnoli, e la campagna ruoterà attorno a temi come remigrazione e priorità nazionale.
Ha chiamato Sánchez «il candidato del Marocco» e ha paventato manipolazioni del voto, senza spiegare come potrebbero avvenire.
Nessun elemento concreto, solo un clima che si surriscalda in anticipo.
Il riferimento a Rabat ha una radice precisa. Dopo la crisi migratoria di Ceuta, a fine luglio, Pp e Vox accusano il governo di aver reagito in ritardo e contestano la sua linea sul Marocco. All’epoca Sánchez aveva parlato di una «violazione dell’integrità territoriale» della Spagna, difendendo l’operato delle forze di sicurezza. Il dossier tornerà, state certi.
L’ULTIMA PARTITA
Resta un tassello, tutt’altro che secondario.
Il governo vuole riapprovare martedì le misure sulla casa, che dovranno poi essere convalidate dalla Diputación Permanente del Congresso, l’organo che resta in funzione a Camera sciolta.
Qui gli equilibri sono diversi rispetto all’Aula: la sinistra, insieme al Pnv, dispone di 35 voti contro 34 e può fare a meno di Junts. Servono comunque gli appoggi. Politicamente, anche un secondo stop non sarebbe un dramma per Moncloa: la campagna partirebbe con un colpevole già designato.
Intanto Sánchez e i suoi ministri restano in carica con pieni poteri fino alle elezioni.
COSA ASPETTARSI
Il precedente è noto.
Nel 2023, dopo una pesante sconfitta alle amministrative, il premier convocò a sorpresa le politiche e, contro ogni previsione, restò alla Moncloa. Può ripetersi? Difficile dirlo. Allora aveva dalla sua la paura di un governo Pp-Vox; oggi quella paura c’è ancora, ma c’è anche una piazza che chiede risposte concrete sulla casa e un Paese stanco di polarizzazione. Il «o noi o l’ultradestra» potrebbe non bastare più.
Otto settimane per scoprirlo. Con Sánchez, in fondo, la politica spagnola ha imparato una cosa: non darlo mai per finito prima del tempo.
Ma nemmeno per salvo.
Vito Errichetti

