POLONIANon è un golpe, è molto peggio

POLONIA

La polizia in assetto antisom- mossa davanti alla Corte costituzionale.

Centinaia di persone in strada. Un presidente della Repubblica che fa invertire l’aereo, già in volo verso l’Africa, e torna precipitosamente a Varsavia denunciando un colpo di Stato.

È la Polonia, bellezza. Ma soprattutto è l’Europa, quella che abbiamo imparato a raccontarci come una casa comune di regole, diritti e istituzioni condivise.

E che improvvisamente ci costringe a fare i conti con una domanda scomoda: che cosa accade quando le regole non sono più riconosciute da tutti?

La crisi polacca è esplosa attorno alla Corte costituzionale, con la sospensione del suo presidente, BogdanŚwięczkowski, e del suo vice.

Una decisione assunta da giudici nominati dal Parlamento, ma non giurati davanti al presidente della Repubblica.

Il governo di Donald Tusk sostiene di voler ripristinare lo Stato di diritto dopo gli anni delle interferenze del PiS, il partito nazionalista che ha governato dal 2015 al 2023.

Il presidente Karol Nawrocki e la destra parlano invece di un attacco alla Costituzione, arrivando a evocare il golpe. Chiamiamo le cose con il loro nome: non siamo davanti a un colpo di Stato milita- re accertato, ma a una guerra istituzionale combattuta a colpi di atti giudiziari e presidi di polizia. Una guerra nella quale ciascuna parte rivendica la legittimità delle proprie ragioni e nega quella dell’avversario. Per capire perché la Polonia sia arrivata fin qui, bisogna però guardare oltre la cronaca.

UN POPOLO CHE HA CONOSCIUTO LA CANCELLAZIONE

Per 123 anni la Polonia non è esistita sulle carte geografiche.

Fu spartita tra Russia, Prussia e Austria.

Per un polacco, dunque, lo Stato non è soltanto un’istituzione: è una conquista che può essere perduta. La sovranità non è una parola astratta, ma una questione di sopravvivenza nazionale.

Quando lo Stato scomparve, fu la Chiesa a custodire la lingua, la cultura e la memoria della nazione. Il cattolicesimo polacco non è soltanto fede religiosa: è anche identità collettiva.

Con Giovanni Paolo II e Solidarność, la Chiesa contribuì in maniera decisiva alla caduta del comunismo. Ecco perché, per una parte consistente della società polacca, le questioni dell’aborto, dei diritti civili e delle direttive europee non vengono percepite come semplici controversie politiche.

Sono vissute come possibili minacce a un’identità difesa per secoli.

C’è poi una tradizione politica che affonda le radici nel Liberum Veto, il diritto di un singolo deputato della nobiltà polacca di bloccare le decisioni parlamentari.

Una cultura della libertà individuale e del- la diffidenza verso il potere centrale che, pur non spiegando da sola la Polonia contemporanea, aiuta a comprenderne l’insofferenza verso ogni autorità percepita come estranea.

Oggi convivono due Polonie. Quella delle grandi città, dei giovani, di Varsavia, che guarda a Berlino e all’Europa liberale.

E quella della provincia, dell’Est e delle campagne, più conservatrice e cattolica, convinta che Bruxelles voglia sottrarle l’identità che ha difeso attraverso la propria storia.

Due mondi che condividono lo stesso territorio, ma sempre meno una visione comune del futuro.

LA DOMANDA CHE RIGUARDA TUTTI NOI

Dal 2023 Donald Tusk tenta di smontare l’eredità istituzionale del PiS.

Ma il presidente della Repubblica e una parte dei contro- poteri restano legati al precedente sistema.

La Corte costituzionale è diventata il terreno sul quale si misura la forza di due legittimità contrapposte. Ed è qui che la vicenda polacca smette di essere soltanto polacca.

Noi che sogniamo gli Stati Uniti d’Europa, una Costituzione federale, un go- verno europeo e una Corte capace di decidere anche sopra le giurisdizioni nazionali, dovremmo guardare a Varsavia con molta attenzione.

Che cosa accade quando una Corte europea giudica illegittima una Corte nazionale?

Che cosa accade quando un governo europeista utilizza la forza pubblica per entrare nella propria Corte costituzionale, rivendicando il ripristino dello Stato di diritto? Non basta rispondere che le regole devono essere rispettate.

È proprio questo il punto: chi stabilisce quali siano le regole legittime, quando le istituzioni che dovrebbero garantirle non si riconoscono più reciprocamente?

L’Europa non è un insieme di ordinamenti giuridi- ci da uniformare.

È un insieme di popoli, memorie e identità differenti, che non hanno ancora trovato una sintesi politica definitiva.

Non si può costruire una Costituzione europea senza rispondere prima a una domanda fondamentale: chi cede sovranità a chi?

E perché un popolo che è stato cancellato dalle mappe dovrebbe fidarsi di un’autorità sovranazionale che gli chiede di cederla nuovamente?

La crisi polacca ci ricorda che l’integrazione europea non è soltanto una questione di trattati, direttive e competenze.

È una questione di storia, di memoria e di identità.

Ecco perché ciò che accade a Varsavia non è un’anomalia da archiviare. È un avvertimento. Perché un’Europa che pretende di essere una comunità politica, ma non sa riconoscere le ragioni profonde dei suoi popoli, rischia di trasformare il sogno dell’unità in una nuova stagione di conflitti.

Il futuro dell’Europa non si decide soltanto a Bruxelles. Si decide anche nella capacità di ascoltare le paure, le memorie e le aspirazioni di chi, per secoli, ha lottato per non scomparire.

Gianfranco Blasi

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