DEMOCRAZIA, IL PROBLEMA

DEMOCRAZIA, IL PROBLEMA

Nel corso dell’acceso dibattito legato all’approvazione della nuova legge elettorale, uno degli argomenti più enfatici utilizzato dalle opposizioni è stato quello secondo cui lo “Stabilicum” preluderebbe niente meno che a una svolta autoritaria nel paese. In buona sostanza, la Democrazia sarebbe minacciata.

È un peccato che un tema così importante come “il futuro della Democrazia” sia utilizzato per schermaglie dialettiche estemporanee legate al varo dell’ennesimo sistema elettorale prodotto dal parlamento italiano.

È un peccato perché, in questa fase storica, la questione è cruciale: in particolare se viene posta in modo corretto, ovvero “chi deterrà realmente, nel prossimo futuro, il potere (Kratos) di decidere”. Non è il caso di dilungarsi troppo in dettaglio sul significato del concetto di “democrazia”, su come il suo valore semantico sia mutato notevolmente da quando 2500 anni fa i greci la inventarono.

È importante, però, abbozzare una riflessione su cosa intendiamo con il termine “demos”, su cosa sia questo “popolo”. Per Aristotele e per lo Pseudo-Senofonte autore della Costituzione degli Ateniesi (che secondo Luciano Canfora ed altri insigni studiosi della Grecia antica non era altri che Crizia, lo zio di Platone, l’aristocratico estremista fautore del regime dei Trenta Tiranni), sono i cittadini ateniesi salariati nullatenenti (in quanto non proprietari neanche di un piccolo fazzoletto di terra) che prestano la loro forza-lavoro sulle triremi grazie alle quali la loro “polis” ha costruito un impero nel mare Egeo.

Sono circa 20mila, una minoranza numerosa, ma pur sempre una minoranza, e costituiscono, per dirla con Gramsci, un blocco sociale ben definito, con interessi specifici che, inevitabilmente, pesano nel momento in cui essi votano in assemblea, dove si recano grazie al “gettone” riconosciuto a chi la frequenta quando essa si riunisce per assumere decisioni.

Cosa che i piccoli proprietari terrieri, maggioranza nell’Attica, fanno di rado, perché recarsi in città richiede tempo e perché coltivare la terra richiede cure quotidiane.

Nonostante sia un blocco sociale altamente caratterizzato, il “demos” è però manipolabile: è una massa di manovra su cui si avventano i ricchi aristocratici, che un po’ con la demagogia e molto con pratiche clientelari, cercano di accaparrarsene il favore, piegandolo ai propri disegni.

Nella democrazia moderna, nata con la Rivoluzione Francese (e con quella americana), per oltre un secolo (tutto l’Ottocento e l’inizio del Novecento) lo scontro tra “destra e sinistra” ha riguardato proprio la definizione del “demos”: per i democratici radicali esso doveva essere costituito da tutti i cittadini di un determinato Stato, senza distinzione di censo, di istruzione o di genere.

In poche parole tutto girava intorno al suffragio universale, che ancora il senatore Benedetto Croce, membro dell’Assemblea Costituente che avrebbe redatto la nostra Carta fondamentale, sottoponeva a critica serrata, chiedendosi se fosse il sistema più adatto per reclutare la classe dirigente di un paese moderno.

Acquisito il suffragio universale, giunse il tempo in cui lo scontro finì col dividere i difensori della “democrazia formale”, dai fautori della “democrazia sostanziale”, ovvero coloro secondo i quali godere del diritto di votare alle elezioni, non era sufficiente ad esercitare compiutamente i propri diritti politici, in assenza di una piena giustizia sociale realizzata.

Come nell’antica Atene di Pericle, anche nella moderna democrazia parlamentare occidentale, che per le dimensioni degli Stati non poteva che strutturarsi in “democrazia de- legata” – attraverso il mandato concesso dagli elettori ai propri rappresentanti in Parlamento – il “demos”, il popolo, ha finito per essere una massa di manovra manipolabile tramite la demagogia (e l’ideologia) e le pratiche clientelari.

Come ci insegna il pensiero politologico elitista, esiste sempre una forma di aristocrazia organizzata che indirizza le masse, anche quando essa non è selezionata per nascita o per censo e il sistema politico in cui essa opera è di tipo democratico.

La vera questione, però, è altrove.

Quanto pesa il “demos” nella definizione delle scelte della classe dirigente al comando? Pur con tutti i suoi limiti, lo Stato-nazione, strutturato secondo il modello della democrazia parlamentare nel Novecento in Europa occidentale e nel Nord America, ha accordato al “demos” – organizzato in partiti, sindacati, ordini professionali, associazioni (ossia nei corpi sociali intermedi) – una dose non irrilevante di influenza politica.

Nei fatti, chi comandava – perché eletto o perché economicamente potente o perché inserito negli apparati pubblici in una posizione di rilievo – non poteva non tener conto della volontà che i cittadini esprimevano attraverso le consultazioni elettorali, per quanto essa potesse essere più o meno orientata attraverso i media o altri strumenti volti a condizionare l’opinione pubblica.

Non a caso la partecipazione popolare alle elezioni era molto ampia (elemento che forniva agli eletti, ovvero ai politici, una legittimazione forte, che garantiva loro un certo primato rispetto ad altri pezzi di classe dirigente).

E non a caso le democrazie occidentali hanno avuto la necessità di attivare politiche sociali in grado di ridurre quanto più possibile il divario tra “democrazia formale” e “democrazia sostanziale”.

Il XXI secolo, però, ha inaugurato una nuova fase storico-politica. La crisi dello Stato-nazione europeo e di quel ceto medio che, in fin dei conti, era il blocco sociale su cui si fondava e traeva legittimità il potere politico nelle democrazie parlamentari, ha spostato altrove il “kratos”. Esso risiede, oggi, nelle grandi organizzazioni internazionali, come l’UE, dove a incidere sono più i tecnocrati e i burocrati che i rappresentanti eletti dal popolo.

O, addirittura, esso risiede fuori dalle istituzioni pubbliche, nelle mani di quei nuovi “circoli oligarchici”, che attraverso la finanziarizzazione del capitalismo e la digitalizzazione della società, hanno accumulato una tale forza economica da non poter più essere condizionati significativamente dalle istituzioni pubbliche e dalle loro leggi.

Secondo uno studio redatto lo scorso agosto da quattro economisti della BCE, le Big Tech americane a caccia di capitali soprattutto per finanziare lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale, hanno collocato sul mercato, solo quest’anno, obbligazioni per un valore oscillante tra i 350 e i 550 miliardi di dollari, pari addirittura a un quarto dei titoli di debito pubblico emessi annualmente dal Tesoro statunitense.

Tutto questo renderà difficile anche e soprattutto la gestione del debito pubblico dei paesi europei, banalmente perché l’offerta è tale che per rendere appetibili i nostri bond agli operatori finanziari occorrerà aumentarne i rendimenti, facendo schizzare la spesa per interessi sul debito che già oggi sottrae cospicue risorse al bilancio dello Stato, impedendogli di investire adeguatamente nella spesa sociale.

Se questo è l’andazzo, possiamo dire addio a quelle quote di “democrazia sostanziale” (oltre che di benessere) che avevamo conquistato il secolo scorso. E naturalmente an- che alla capacità dei nostri governi “democraticamente eletti” di adottare politiche volte a salvaguardare gli interessi dei cittadini.

Non c’è da stupirsi, quindi, se poi l’astensionismo cresce a dismisura.

Il “demos” non è stupido… Altro che legge elettorale e, presunte, “svolte autoritarie”. Il futuro della democrazia è IL problema. E richiede un dibattito e un impegno politico seri da parte di tutti.

Alessandro Sansoni

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