IL NUOVO EQUILIBRIO TRA TASSI E CONTI PUBBLICI
La politica monetaria europea torna a fare i conti con uno shock energetico che rischia di prolungare l’inflazione proprio mentre la crescita resta moderata.
È il punto di partenza del confronto che attraversa anche i lavori della Banca d’Italia, con la conferenza EPSI dedicata all’economia del settore pubblico e delle istituzioni, aperta a Roma e in programma fino a oggi.
Ma è soprattutto la BCE a occupare il centro della scena, dopo il rialzo dei tassi deciso giovedì e con Christine Lagarde ieri a Vienna per l’evento “Hofburg im Dialog – Economy, Europe, Resilience”.
La BCE ha portato il tasso sui depositi al 2,5%, con un aumento di 25 punti base, il secondo dall’inizio dell’anno.
Il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali è salito al 2,65%, mentre quello sui prestiti marginali è stato portato al 2,90%; i nuovi livelli entreranno in vigore il 16 settembre.
Nelle nuove proiezioni, l’Eurotower prevede un’inflazione mediadel 3% nel 2026, del 2,5% nel 2027 e del2,1% nel 2028.
La crescita, invece, è prevista allo 0,9% nel 2026, all’1,4% nel 2027 e all’1,5% nel 2028: un quadro debole, ma leggermente più resiliente di quanto previsto nei mesi precedenti.
Il problema è che l’inflazione si sta dimostrando più persistente. In agosto ha raggiunto il 3,3%, dal 2,9% di luglio.
La componente energeticaè salita al 14,3%, mentre l’inflazione al netto di energia e alimentari è scesa soltanto marginalmente al 2,4%.
Per ora i salari non mostrano una reazione significativa allo shock: la crescita della retribuzione per dipendente è rallentata al 3,3% nel secondo trimestre, dal 3,5% del primo.
È proprio questa relativa stabilità dell’inflazione di fondo che consente alla BCE di non trasformare ogni aumento dell’energia in un ciclo permanente di rialzi.
Ma il quadro energetico è diventato più complicato. I prezzi del gas naturale sono tornati a salire e i contratti per dicembre hanno superato gli 83 euro per megawattora, oltre il livello di 77 euro utilizzato dalla BCE nello scenario avverso.
Il Brent è salito oltre i 107 dollari al barile.
Per un’economia europea fortemente dipendente dall’importazione di energia, il rischio maggiore è che il rincaro dei combustibili si trasferisca progressivamente ai prezzi dei beni, dei servizi e, in una seconda fase, ai salari e alle aspettative di inflazione.
È su questo punto che si sta spostando il dibattito all’interno del Consiglio direttivo.
La questione, dunque, non è soltanto quanto alzare i tassi, ma per quanto tempo mantenerli elevati. L’aumento del costo del denaro serve a frenare la domanda e a impedire che uno shock esterno diventi inflazione interna.
Ma un ulteriore irrigidimento del credito arriva in un’economia nella quale investimenti e consumi devono ancora consolidare la ripresa.
Ed è proprio su questo equilibrio fra stabilità dei prezzi e capacità di investimento che si è concentrato l’intervento di Lagarde a Vienna.
La presidente della BCE ha spostato il discorso anche oltre la politica monetaria, indicando nell’autonomia tecnologica una delle condizioni della futura crescita europea.
Nel suo intervento alla Hofburg, Lagarde ha lanciato un avvertimento sulla dipendenza europea dall’intelligenza artificiale sviluppata e infrastrutturata prevalentemente all’estero, soprattutto negli Stati Uniti.
Secondo la presidente della BCE, nei prossimi anni l’AI sarà integrata in settori cruciali come i controlli alle frontiere, il fisco, i trasporti, lasanità e i pagamenti bancari. Una eventuale interruzione dell’accesso alle tecnologie straniere avrebbe quindi effetti trasversali sull’intera economia europea.
La risposta, secondo Lagarde, passa dalla costruzione di una capacità europea di calcolo, di data center e di modelli di intelligenza artificiale.
L’Europa dispone oggi di una capacità insufficiente rispetto alla domanda e, mantenendo le tendenze attuali, il divario potrebbe crescere di oltre sei volte nell’arco di un decennio. Un’accelerazione nell’adozione dell’AI potrebbe invece aumentare la produttività dell’area euro fino al 4% nell’arco di dieci anni, con effetti potenzialmente molto rilevanti anche sui conti pubblici.
Una maggiore produttività significa più crescita potenziale, maggiori entrate fiscali e una più facile stabilizzazione del rapporto fra debito e PIL.
Per questo, nella visione di Lagarde, l’investimento tecnologico non è soltanto una questione industriale, diventa anche una questione di finanza pubblica e di autonomia economica.
La presidente della BCE ha collegato inoltre il problema tecnologico a quello dei mercati finanziari. Le famiglie dell’area euro detengono circa 440 miliardi di euro di azioni di società tecnologiche statunitensi, mentre una quota significativa del risparmio europeo viene investita fuori dall’Europa.
Secondo i dati richiamati a Vienna, circa 1.400 miliardi di euro di risparmio europeo ogni anno cercano opportunità oltre i confini dell’area.
Da qui la richiesta di accelerare l’Unione dei mercati dei capitali. L’obiettivo è trasformare una maggiore quantità di risparmio europeo in investimenti europei, soprattutto nei settori strategici: tecnologia, semiconduttori, infrastrutture digitali, energia e difesa.
Per recuperare il ritardo nei data center e nella produzione di chip, Lagarde hai ducato un fabbisogno di investimento che potrebbe arrivare a 600 miliardi di euro nel prossimo decennio.
Senza una maggiore capacità di mobilitare capitali privati, il rischio è che l’Europa disponga del risparmio necessario ma non degli strumenti finanziari per trasformarlo in crescita.
Lucia Serino

