EX ILVA: SCIOPERO E BLOCCHI A TARANTO
Taranto si è svegliata ieri con le strade bloccate. Alle 9 di lunedì mattina, subito dopo l’assemblea davanti alla portineria imprese dello stabilimento, i sindacati Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno proclamato ventiquattro ore di sciopero per tutti i lavoratori dell’appalto.
Poco dopo i cortei hanno occupato la provinciale per Statte. È arrivato poi l’annuncio di un secondo blocco sulla statale in direzione Bari.
Al centro della protesta c’è una scadenza precisa: fine ottobre.
Entro quella data, secondo quanto disposto dalla Corte d’Appello di Milano, che ha respinto il ricorso presentato da Acciaierie d’Italia, dovrà chiudere l’area a caldo dello stabilimento. I sindacati non contestano la decisione dei giudici.
Lo ha detto con chiarezza Francesco Brigati, segretario generale della Fiom di Taranto e Puglia, durante la manifestazione: “I lavoratori stanno scioperando per chiedere il blocco dei licenziamenti, non contro la decisione dei giudici di Milano”. Il punto è cosa succederà a chi ci lavora intorno.
I numeri raccontano una crisi ampia. Sono circa 2.500 i lavoratori dell’appalto, impiegati in manutenzione, logistica e servizi di supporto alla produzione, a rischio di licenziamento collettivo nell’immediato.
Brigati allarga però lo sguardo e parla di una platea molto più vasta: «Parliamo di più di 15mila lavoratori che non hanno alcuna prospettiva».
Un numero che, se confermato, racconta di una crisi che coinvolge tutto l’indotto della città.
Il nodo ora riguarda soprattutto le risposte del governo.
Dopo la mobilitazione di ieri, i sindacati sono stati convocati per oggi, martedì 15 settembre, a Palazzo Chigi.
La richiesta resta quella di fermare i licenziamenti: «Bisogna ritirarli per avviare una discussione o continueremo con la mobilitazione».
Non è la prima volta che i sindacati denunciano ritardi e promesse mancate da parte dell’esecutivo. Ad aprile un vertice al ministero del Lavoro sulla cassa integrazione si era concluso senza accordo, per mancanza di copertura economica.
A luglio il governo aveva azzerato le risorse residue di Dri Italia, la società pubblica pensata per finanziare la decarbonizzazione dello stabilimento, oltre 600 milioni di euro cancellati con un decreto.
Una scelta duramente criticata anche dal coordinatore nazionale siderurgia della Fiom, Loris Scarpa, secondo cui il governo starebbe procedendo «senza un reale criterio».
L’8 settembre il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha fatto sapere che l’esecutivo non esclude una partecipazione pubblica nel futuro assetto dell’ex Ilva, a condizione che chi partecipa alla gara per l’acquisto dello stabilimento presenti un piano industriale solido.
I tempi però restano lunghi: servirà almeno un paio di mesi solo per la scadenza delle offerte, prima che possa iniziare la trattativa vera e propria.
Difficile capire come questi tempi possano conciliarsi con la scadenza di fine ottobre, molto più vicina.
Ora tutti guardano al tavolo di Palazzo Chigi. I sindacati hanno fatto capire che senza risposte concrete lo sciopero di ieri sarà solo il primo di una lunga serie di iniziative.
Ancora non è chiaro se questa volta si arriverà davvero a una svolta.
Vito Errichetti

