ACCIAIERIE DI TARANTO, SPERA: «A RISCHIO 7.500 POSTI DI LAVORO»
Il giorno dopo la sentenza della Corte d’Appello di Milano, che conferma lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto entro il 28 ottobre, il segretario nazionale UGL Metalmeccanici Antonio Spera fa il punto sulla vertenza: il tavolo dell’8 settembre a Palazzo Chigi, l’ipotesi di una nuova gara per lo stabilimento senza l’area a caldo, il possibile ingresso dello Stato in una futura compagine societaria e la richiesta sindacale di misure previdenziali dedicate ai lavoratori esposti all’amianto.
Con quale spirito arriva l’UGL Metalmeccanici a questo esito, dopo mesi di mobilitazione?
«Noi arriviamo con uno spirito sicuramente molto basso, perché ci aspettavamo che almeno ci fosse un rinvio, per cercare di trovare delle soluzioni che potessero mettere a posto la situazione.
Purtroppo questo non è avvenuto, perché le sentenze comunque vanno rispettate.
A questo punto dobbiamo iniziare a lavorare per capire quali condizioni mettere in campo per la salvaguardia della produzione, ma soprattutto dei lavoratori».
All’incontro dell’8 settembre a Palazzo Chigi, cosa avete ottenuto concretamente su quel tavolo, al di là della sospensione temporanea dei licenziamenti?
«Oltre alla sospensione temporanea, c’è stato l’impegno da parte del Governo di riconvocare il tavolo non appena fosse uscita la sentenza, per pronunciarsi su cosa mettere in campo.
Naturalmente adesso c’è bisogno di lavorare tutti insieme, perché sulla salvaguardia di produzione e lavoratori, in questo momento, non abbiamo uno scudo che ci permetta di garantire tutto.
Bisogna lavorare con i vari ministeri preposti per creare le condizioni che diano garanzie».
Sono emerse diverse manifestazioni di interesse per l’acquisto dello stabilimento. C’è oggi, secondo l’UGL Metalmeccanici, un candidato realmente in grado di presentare un piano industriale credibile in tempi compatibili con questa vertenza?
«L’unica garanzia in questo momento potrebbe essere soltanto lo Stato, perché oggi le manifestazioni di interesse arrivano tante, anche dalle varie cordate italiane, ma c’è un problema: senza l’area a caldo avremmo tra i 5.000 e i 7.500 esuberi, perché tutto quello che genera l’area a caldo di Taranto — sia i lavoratori diretti sia una parte dell’indotto — diventa complicato da gestire.
Quindi bisogna bandire una nuova gara che non comprenda l’area a caldo e poi vedere realmente chi è disposto ad acquistare lo stabilimento in queste condizioni».
La relazione tecnica di Rina fissa al 16 settembre l’avvio del raffreddamento irreversibile dell’altoforno 2. Che margine reale resta, tecnicamente, tra questa data e il 28 ottobre della sentenza?
«Il Governo è stato chiaro, nell’incontro dell’8 settembre, nel dire che non avrebbe impugnato la decisione del Tribunale di Milano.
Quindi le percentuali di un intervento sono bassissime, se non pari a zero. Non credo che il Governo possa, in questo momento, fare un decreto legge che vada a sovrastare la decisione del Tribunale».
Taranto rischia di diventare il caso simbolo di una crisi più ampia della siderurgia e della manifattura italiana, o resta a suo giudizio una vertenza a sé per dimensioni e caratteristiche?
«Questa è una vertenza dell’acciaio, della siderurgia, non solo italiana ma europea. Parliamo dello stabilimento più grande d’Europa, in un momento in cui la richiesta di acciaio in Italia sta aumentando: senza uno stabilimento come quello di Taranto, saremmo costretti a continuare a importare acciaio da altri Paesi.
Quello che si rischia è una desertificazione delle aziende del Tarantino, della Puglia, dell’intera economia del territorio, se si va nella direzione auspicata dal Tribunale di Milano — perché fare un nuovo piano con forni elettrici richiede anni, non si mette in piedi dalla sera alla mattina, e bisogna tenere conto anche dello smantellamento e della bonifica dall’amianto.
Nell’immediato credo che si debba iniziare a ragionare su un percorso di pre-pensionamento e su una legge sull’amianto che accompagni i lavoratori più vicini alla pensione, e poi costruire un piano industriale con aziende in grado di portare avanti la siderurgia e acquisire lo stabilimento di Taranto, con il Governo all’interno della compagine societaria.
Anche nell’incontro dell’8 settembre, del resto, è emersa questa disponibilità: lo Stato pronto a entrare con una propria quota di partecipazione».
Vito Errichetti

