«SANITÀ, ABBIAMO INVERTITO IL TREND»
Ugo Cappellacci, deputato di Forza Italia ed ex presidente della Regione Sardegna, dal 2022 guida la Commissione Affari Sociali e Salute di Montecitorio: l’organismo parlamentare che negli ultimi anni ha portato avanti dossier come la riforma delle liste d’attesa, la stretta sui cosiddetti “medici gettonisti” e, ora, la legge delega sulla riforma delle professioni sanitarie.
Il recente report Gimbe ha riacceso il dibattito sulla sanità pubblica italiana, descrivendo un sistema sotto pressione, sottofinanziato rispetto alla media europea e ultimo tra i paesi del G7 per spesa sanitaria in rapporto al PIL.
Cronache ha raggiunto in esclusiva l’onorevole Cappellacci per fargli alcune domande su questi temi: dallo stato di salute del Servizio Sanitario Nazionale alle liste d’attesa, dal nodo del personale medico alle priorità per la prossima manovra.
Il report Gimbe parla di un sistema sanitario sotto pressione. È d’accordo con questa lettura?
«Il sistema sanitario italiano è certamente sotto pressione.
Questo è dovuto al fatto che, purtroppo, in passato è stato oggetto, oltre che di un definanziamento — sono stati tagliati 35 miliardi negli ultimi 15 anni, prima del 2022 — soprattutto non si è avuta la capacità di immaginare quello che stava succedendo, ovvero una domanda di sanità che cambia in funzione del fatto che l’età media della popolazione aumenta, e quindi aumentano i bisogni sul territorio, aumentano le cronicità rispetto alle acuzie.
Il nostro era un sistema ospedalocentrico che doveva invece andare verso un rafforzamento della componente territoriale.
Questo non è avvenuto, e a questo si è aggiunto il Covid che, ovviamente, è stato uno scossone le cui conseguenze si pagano anche dopo, con esami rinviati e liste d’attesa ulteriormente aggravate.
E quindi abbiamo ereditato uno stato della sanità che era nel pieno della tempesta, nell’occhio del ciclone.
Si è ripartiti, si sono fatti, secondo me, passi in avanti, ma c’è ancora molto da fare. Questo va detto onestamente.
D’altra parte la situazione era tale, la pressione è tale, la situazione è tale oggi, che non si può certo pensare di risolvere i problemi negli ultimi pochi anni.
Il Fondo Sanitario Nazionale, cioè le risorse pubbliche per la sanità, arriverà a 143 miliardi nel 2026, più 7 miliardi sull’anno scorso — la cifra più alta mai investita in sanità.
Il problema però non è solo e tanto quanto si investe: potremmo avere, come dire, risorse illimitate in linea teorica, ma non si risolvono i problemi se non si affrontano i nodi, e quindi se non si interviene con le riforme».
Il cittadino può aspettarsi miglioramenti concreti dalle riforme avviate, ad esempio sulle liste d’attesa?
«Faccio il caso delle liste d’attesa, che è uno dei problemi che stanno più a cuore ai cittadini perché toccano la pelle viva del cittadino.
Tutti si scontrano con questo problema.
Ebbene, le liste d’attesa sono state oggetto di una riforma fatta ormai un anno e mezzo fa, quasi due anni fa, che cambia radicalmente le cose e consente al governo nazionale di avere la disponibilità dei dati.
Cosa voglio dire con questo?
Che sì, fino a ieri, senza i dati, il governo non era in grado di intervenire in modo efficace, soprattutto sulle risorse che venivano mandate alle regioni, perché non dimentichiamo che la gestione della sanità è regionale, mentre il quadro normativo di finanziamento è nazionale.
Senza quei dati non si poteva intervenire dove c’erano le criticità.
Oggi le cose stanno cambiando. Le regioni che sono state in grado già di trasferire tutte le informazioni necessarie hanno fatto registrare miglioramenti.
Le prestazioni sanitarie sono aumentate di 1 milione e 600mila nell’ultimo anno rispetto al precedente. Quindi ci sono dei miglioramenti.
Come ho detto prima, questo non significa evidentemente che sia tutto risolto. C’è ancora molto lavoro da fare».
Si è parlato molto dei “gettonisti”, i medici a chiamata pagati dagli ospedali per coprire i turni scoperti, a costi alti. Lei dice che il fenomeno è stato superato: se sì, come ci siete riusciti?
«Il fenomeno è stato arginato, non superato.
Sono state emanate delle norme che hanno vietato una situazione che arrivava a degli assurdi, perché c’erano medici che lavoravano fianco a fianco: uno che era strutturato dentro quel reparto, che peraltro aveva il controllo della situazione proprio perché strutturato lì, e uno che arrivava d’aiuto, con il paradosso che quest’ultimo prendeva tre volte tanto quello che lavorava normalmente lì.
È evidente che questo è uno squilibrio che non si poteva tollerare, uno squilibrio che peraltro faceva scappare i medici.
Quindi si è arginato questo fenomeno e si sta cercando di aumentare le assunzioni; sono state investite risorse per aumentare le assunzioni.
Il problema dei medici — si dice spesso che mancano medici — in realtà, in termini assoluti, non mancano, perché il numero di medici rispetto alla popolazione in Italia è più alto della media, o comunque sopra la media europea.
Il problema è che mancano medici in determinate specializzazioni e in determinate realtà. Quindi si sta lavorando per cercare di incentivare proprio quelle situazioni in cui ci sono difficoltà».
Gimbe sostiene che nel 2025 l’Italia ha speso in sanità il 6,2% del PIL, ultima nel G7, con un gap di 36 miliardi rispetto all’Europa. Come spiega questo divario?
«36 miliardi, caso vuole, corrisponde esattamente ai tagli che ci sono stati nei quindici anni precedenti all’entrata in carica di questo governo.
Questo non è un taglio, ma una differenza nominale che deriva da una valutazione statistica.
I numeri vanno letti per intero: nel 2026 siamo arrivati al 6,4% del PIL e l’Italia è tra i Paesi con le migliori performance sanitarie, superiori alla media OCSE. L’aspettativa di vita è tra le più alte, 83,5 anni.
Questo dimostra che la qualità della sanità non dipende solo dalle risorse, ma anche dalla qualità dei professionisti e dall’organizzazione del sistema».
C’è qualcosa, nelle critiche di Gimbe o delle opposizioni, che considera comunque fondato, anche se non ne condivide le conclusioni?
«Guardi, io credo che la sanità sia un tema così importante e cruciale per la vita, per il futuro dell’Italia, per il bene dei cittadini, che dovrebbe essere sottratto a quelle che sono spesso polemiche strumentali e talvolta addirittura propaganda.
Io sento il PD rivendicare la necessità di aumentare il finanziamento sino alla media europea.
Però a questo punto faccio una domanda al PD: quando erano loro al governo, con l’ultimo governo Draghi — c’erano anche loro dentro quel governo — la spesa per il 2025 per il fondo sanitario era stata programmata al 6,2% e al 6%.
Allora la domanda che faccio è: ma perché quando ci sono loro tutto quello che indicano si debba fare, quando non ci sono non lo hanno fatto?»
Guardando alla legge di bilancio 2027, quali sono le sue priorità come presidente della Commissione Affari Sociali e Salute?
«Guardi, ci sono alcune priorità. La prima è quella di intervenire ulteriormente su tutto il personale sanitario, cioè le condizioni di lavoro vanno migliorate sia in termini organizzativi che di risultato economico.
La seconda: dobbiamo continuare a investire — l’abbiamo fatto, abbiamo aumentato e invertito il trend — dobbiamo continuare a investire sulla prevenzione, primaria e secondaria. Quindi stile di vita, qualità della vita, screening, diagnosi precoci.
Perché il Servizio Sanitario Nazionale è un sistema d’eccellenza, ha la caratteristica dell’universalità, e questo è quasi un unicum rispetto a molti paesi, però non può reggere all’infinito.
E quindi, per reggere, bisogna intervenire prima che la malattia si manifesti. Io credo che questi aspetti — attenzione al personale sanitario, prevenzione e medicina territoriale — siano i tre cardini principali».
Ultima domanda: che voto darebbe alla sanità italiana di oggi rispetto a quattro anni fa, e cosa manca ancora?
«A quattro anni fa alla sanità italiana avrei dato un 5.
Oggi alla sanità italiana do un 6,5. Manca arrivare almeno all’8.
Il lavoro che si è impostato è indirizzato a quel risultato.
Ma credo che la sanità italiana e gli italiani, soprattutto per quella che è l’eccellenza della nostra qualità, degli operatori medici, della scienza italiana, di tutti gli operatori sanitari, meritino anche di arrivare all’eccellenza.
Magari mi ci posso far sognare… il 10».
Vito Errichetti

