LA TEMPESTA CHE VERRÀ: QUANDO LA GUERRA DIVENTA VELOCELa scelta dell’Italia di affidarsi all’esperienza di Mychajlo Fedorov, ex ministro della Difesa rimosso da Zelenzky

LA TEMPESTA CHE VERRÀ: QUANDO LA GUERRA DIVENTA VELOCE

C’ è un punto dal quale, forse, dobbiamo cominciare a ragionare sulle guerre del nostro tempo: la tecnologia militare sta diventando più veloce della politica.

Non è una frase ad effetto.

È un problema politico e, direi, un problema della democrazia.

Le democrazie liberali hanno bisogno di tempo. Tempo per discutere, per verificare le informazioni, per confrontare posizioni diverse, per coinvolgere i parlamenti, per ascoltare l’opinione pubblica, per tentare una mediazione diplomatica.

Le guerre, invece, soprattutto quelle combattute con le nuove tecnologie, tendono a comprimere il tempo. Un drone osserva, una rete trasmette, un algoritmo elabora, un comando decide e un’arma colpisce.

Quando questa sequenza arriva a durare pochi secondi o pochi minuti, la politica rischia di trovarsi davanti a un problema inedito: come governare una guerra che procede più rapidamente del tempo necessario per decidere democraticamente?

È questo, più ancora della sofisticazione delle armi, il nuovo terreno sul quale dovremmo ragionare.

Non a caso, Mykhailo Fedorov, l’ex ministro della Difesa ucraino rimosso da Zelensky, sarà consulente per l’innovazione del governo italiano e, in particolare di Guido Crosetto e della nostra Difesa.

Il ministro italiano, che ha ricevuto Fedorov a Roma, ha citato l’esperienza e i successi dell’Ucraina nella guerra con i droni, oltre al lavoro di Fedorov nella digitalizzazione dell’apparato statale ucraino, che aveva contribuito a renderlo un ministro molto apprezzato, soprattutto dai giovani.

Fedorov ha confermato la nomina, dicendo: “Aiuterò l’Italia ad adattarsi alle tecnologie belliche moderne, a rafforzare il suo settore della Difesa e ad adattarsi alle nascenti sfide alla sicurezza globale”.

Ha presentato l’incontro come tappa di un viaggio internazionale, in cui potrebbero essere decise nomine simili.

È comprensibile che si possa avere paura persino delle parole. Ma parlare di una possibile trasformazione radicale della guerra non significa annunciare una nuova guerra mondiale.

Significa cercare di capire il mondo che si sta preparando davanti a noi.

Andiamo per ordine.

C’è una guerra che conosciamo, quella del Novecento, fatta di eserciti, carri armati, divisioni corazzate, bombardamenti, portaerei, grandi mobilitazioni industriali.

Una guerra nella quale per conquistare un territorio occorrevano uomini, mezzi, denaro, tempo.

E nella quale, almeno in teoria, la dimensione dello scontro rendeva evidente anche la responsabilità politica di chi decideva di iniziarlo.

La guerra che si prepara davanti a noi potrebbe essere completamente diversa. Bret Stephens, l’opinionista americano, in una sua recente riflessione parla delle nubi di un nuovo conflitto apocalittico e mette in guardia dall’errore di immaginare le guerre future come una semplice prosecuzione di quelle del Novecento.

È un’intuizione sulla quale vale la pena soffermarsi. Perché il problema non è soltanto che oggi disponiamo di armi più sofisticate.

Il problema è che è cambiata la grammatica stessa della guerra. Droni, intelligenza artificiale, satelliti, comunicazioni istantanee, guerra elettronica, sistemi autonomi stanno producendo qualcosa di più di una rivoluzione tecnologica.

Stanno cambiando il rapporto fra guerra, tempo, spazio e costo. Ed è proprio il costo, forse, uno degli aspetti più inquietanti.

Un drone relativamente economico può essere utilizzato per distruggere o mettere fuori uso un mezzo militare che vale milioni.

Uno sciame di droni può saturare le difese di un esercito.

Una tecnologia che fino a qualche anno fa apparteneva quasi esclusivamente alle grandi potenze può essere oggi acquisita, modificata e prodotta da Stati di dimensioni molto più piccole e, in alcuni casi, da organizzazioni non statali.

La guerra, insomma, si sta democratizzando nel senso più terribile del termine.

Non significa che tutti abbiano la stessa potenza militare.

Significa che è diminuita la soglia economica e tecnologica necessaria per poter colpire. Ed è una trasformazione enorme.

Per buona parte del Novecento la guerra era una gigantesca macchina industriale.

Per combatterla occorrevano fabbriche, acciaierie, cantieri, carburante, uomini, milioni di munizioni.

La guerra richiedeva una mobilitazione nazionale.

Oggi una parte crescente della capacità distruttiva può essere affidata a sistemi piccoli, relativamente economici, prodotti rapidamente e continuamente aggiornati attraverso il software. La quantità può tornare a diventare una forma di qualità.

E soprattutto la guerra sta diventando velocissima. Il drone vede. La rete trasmette. L’intelligenza artificiale elabora.

L’operatore decide.

Il sistema colpisce.

La distanza fra l’individuazione del bersaglio e l’attacco tende a ridursi continuamente.

La guerra non si combatte più soltanto nello spazio fisico: si combatte nella velocità con cui si raccolgono informazioni, si interpretano dati e si prendono decisioni.

È qui che l’intelligenza artificiale introduce una discontinuità destinata probabilmente a cambiare profondamente il modo di combattere.

Una macchina non ha bisogno del tempo di un essere umano per analizzare migliaia di immagini, individuare schemi, confrontare informazioni, seguire movimenti.

E quanto più la tecnologia riuscirà a comprimere il tempo fra osservazione e decisione, tanto più la guerra rischierà di sfuggire ai tempi della politica.

La macchina accelera. La politica, invece, ha bisogno di tempo.

E qui emerge una differenza che merita di essere considerata.

Nelle democrazie liberali il tempo della decisione è anche una garanzia.

È il tempo del confronto, della responsabilità, della possibilità di dissentire.

È il tempo nel quale una scelta può essere sottoposta al Parlamento, all’opinione pubblica, alla stampa, agli alleati.

Nelle autocrazie, nelle dittature e nelle oligarchie il processo può essere molto più rapido. La decisione è concentrata, il dissenso può essere compresso, l’informazione può essere controllata. La velocità della guerra, dunque, non è soltanto un problema militare.

Può diventare un vantaggio politico per chi è meno vincolato dalle procedure democratiche.

E questo introduce una domanda che forse finora abbiamo considerato troppo poco: se la guerra del futuro richiederà decisioni sempre più rapide, come potranno le democrazie difendere il proprio modello politico senza trasformarsi, esse stesse, in sistemi che sacrificano il tempo della deliberazione?

Non è una domanda alla quale possiamo rispondere semplicemente scegliendo di essere più veloci.

Perché una democrazia non può competere con una dittatura soltanto sul terreno della velocità. Se lo facesse, rischierebbe di perdere proprio ciò che deve difendere.

La questione è allora come tenere insieme velocità tecnologica e responsabilità politica.

E poi c’è lo spazio. Starlink e le altre reti satellitari hanno mostrato che una guerra moderna può dipendere da infrastrutture che non sono propriamente militari.

Una rete di comunicazione satellitare può diventare decisiva per collegare droni, soldati, centri di comando e sistemi di osservazione.

Il campo di battaglia si allarga così verso l’alto, nello spazio, e contemporaneamente verso il basso, dentro le reti digitali.

La guerra non è più soltanto quella che vediamo sul territorio.

Può essere un attacco informatico.

Può essere l’interruzione di una rete elettrica. Può essere la paralisi delle comunicazioni.

Può essere un attacco a un satellite.

Può essere un drone che attraversa centinaia di chilometri per colpire un aeroporto, una raffineria, un deposito.

Il territorio, in altre parole, non è più soltanto il luogo della guerra.

È diventato anche la sua infrastruttura. Ed è qui che arriviamo alla questione forse più inquietante.

Che cosa accade quando diventa più facile iniziare una guerra?

Non è una domanda teorica.

Una guerra territoriale o regionale che un tempo richiedeva una gigantesca preparazione militare può oggi essere alimentata da strumenti relativamente economici, facilmente sostituibili e rapidamente disponibili.

Un conflitto locale può quindi acquisire una capacità distruttiva sproporzionata rispetto alle dimensioni degli attori che lo combattono.

E soprattutto può allargarsi.

Un attacco genera una risposta. La risposta produce una rappresaglia. La rappresaglia coinvolge un alleato. L’alleato reagisce.

Un’infrastruttura viene colpita.

Un’altra potenza decide di intervenire. Una guerra che sembrava regionale comincia a coinvolgere interessi e potenze esterne.

È la vecchia dinamica dell’escalation, ma dentro un mondo nel quale la velocità è incomparabilmente maggiore.

Il rischio, allora, non è soltanto una nuova guerra mondiale combattuta con armi ancora più terribili.

Potrebbe essere qualcosa di diverso e, per certi versi, persino più inquietante: un mondo nel quale si moltiplicano le guerre regionali, i conflitti territoriali, le guerre per procura, gli attacchi alle infrastrutture, le operazioni ibride.

Un mondo nel quale la guerra diventa permanente, frammentata, intermittente, difficile da attribuire e soprattutto difficile da fermare.

Non avremo necessariamente una nuova guerra mondiale come quelle che abbiamo studiato nei libri di storia.

Potremmo avere molte guerre contemporaneamente, capaci di influenzarsi reciprocamente e di produrre effetti globali.

È questo che dovrebbe preoccuparci.

Perché se il Novecento ci ha insegnato quanto può essere distruttiva una guerra quando viene industrializzata, il XXI secolo rischia di mostrarci qualcosa di diverso: quanto può diventare pericolosa una guerra quando viene resa veloce, relativamente economica e tecnologicamente accessibile.

La vera rivoluzione, dunque, non è soltanto nei droni o nell’intelligenza artificiale. È nel rapporto fra il costo dell’attacco e il costo della distruzione.

Se un sistema relativamente economico può mettere in crisi un’infrastruttura che vale milioni, se un piccolo gruppo può disporre di una capacità offensiva un tempo riservata a un esercito, se una macchina può individuare un bersaglio in pochi secondi, allora anche la deterrenza cambia natura.

E cambia la politica. Perché la pace non può più essere affidata soltanto all’equilibrio delle grandi potenze e alla paura della distruzione reciproca.

Occorre pensare a nuove regole, nuovi strumenti diplomatici, nuove forme di controllo delle tecnologie militari. Ma soprattutto occorre recuperare una cosa che la tecnologia tende a sottrarci: il tempo.

Il tempo per capire. Il tempo per discutere. Il tempo per negoziare. Il tempo per fermare una risposta prima che ne produca un’altra.

La storia ci ha insegnato che le guerre spesso cominciano quando qualcuno pensa di poterle controllare. Forse la lezione della nuova guerra tecnologica è ancora più inquietante: potremmo arrivare al punto in cui nessuno è più davvero in grado di controllarne la velocità.

E qui torniamo al punto dal quale siamo partiti.

La questione non è se la tecnologia sarà più veloce della politica.

Lo è già. La questione è se la politica saprà costruire le condizioni perché quella velocità non diventi padrona delle decisioni.

Perché una democrazia può anche essere lenta. Anzi, in certe circostanze deve esserlo. La lentezza della deliberazione non è necessariamente una debolezza: può essere una forma di prudenza, una garanzia contro l’errore, una barriera alla precipitazione.

Il problema nasce quando la guerra diventa più veloce della capacità degli uomini di comprenderla. La tempesta che verrà, allora, potrebbe non essere quella di una nuova grande guerra mondiale.

Potrebbe essere un mondo nel quale basta molto meno per accendere una guerra, mentre serve molto di più per riuscire a spegnerla.

E questa, prima ancora che una questione mi- litare, è una sfida alla politica, alla democrazia e alla nostra capacità di governare il futuro.

Gianfranco Blasi

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