INFLAZIONE SU MA IL LAVORO TIENELa fotografia dell’Istat: dai dati emerge una crescita lenta

INFLAZIONE SU MA IL LAVORO TIENE

L’Istat ha diffuso ieri tre dati chiave per l’economia italiana: l’inflazione di agosto, la crescita del Pil del secondo trimestre e l’andamento dell’occupazione a luglio.

Il quadro che emerge è misto: alcuni indicatori migliorano, altri destano attenzione.

Il dato che preoccupa è il tasso di inflazione che ad agosto è salito al 3,3% su base annua, dal 2,9% di luglio. È il livello più alto da quasi tre anni.

Bisogna risalire a settembre 2023 per trovare un dato superiore.

Su base mensile i prezzi sono cresciuti dello 0,5%.A spingere l’indice sono soprattutto i beni energetici, quelli non regolamentati passano da +11,4% a +16,9% annuo, quelli regolamentati da +14,8% a +18,8%. Le due voci di spesa con maggiore rincaro restano abitazione, elettricità e gas (+8,9% annuo) e i trasporti (+6,1%). Il “carrello della spesa” (alimentari, cura della casa e della persona) resta invece stabile, a +1,0%, mentre i prodotti ad alta frequenza d’acquisto accelerano da +3,4% a +4,3%.

In controtendenza, rallentano i servizi ricreativi e culturali (da +3,0% a +2,6%) e quelli legati ai trasporti (da +1,6% a +0,9%).

L’inflazione acquisita per l’intero 2026, cioè quella che si registrerebbe restando fermi ai livelli attuali, è stimata al 2,9%.Sul fronte occupazionale il quadro è un po’ più solido.

A luglio gli occupati restano stabili a quota 24 milioni 370mila, ma la composizione migliora: crescono di 53mila unità i contratti a tempo indeterminato e di 13mila gli autonomi, mentre i contratti a termine calano di 64mila unità (-2,5% in un mese).

Il tasso di occupazione resta al 63,2%, il tasso di disoccupazione scende al 5,8% (-0,1 punti), con un milione e 490mila persone in cerca di lavoro.

Rispetto a luglio 2025 il bilancio è positivo: +307mila occupati in un anno (+1,3%), trainati dall’aumento dei dipendenti permanenti (+303mila) e degli autonomi (+85mila), a fronte di un calo dei contratti a termine (-82mila).

Il tasso di occupazione è salito di 0,8 punti in dodici mesi.

Resta però un punto debole, cioè la disoccupazione giovanile (15-24 anni) che sale al 18,9%, in aumento di 0,2 punti sul mese precedente.

Anche l’occupazione femminile ha segnato una lieve flessione nell’ultimo mese.

Per quanto riguarda il Pil, il prodotto interno lordo del secondo trimestre 2026 è aumentato dello 0,2% rispetto ai primi tre mesi dell’anno, e dell’1% su base annua. Il dato conferma le anticipazioni di fine luglio ed è sostenuto soprattutto dalla domanda interna e dai servizi.

La crescita acquisita per l’intero 2026 resta pari allo 0,8%.Accanto ai dati congiunturali, l’Istat ha già aggiornato anche il quadro demografico, che resta il nodo di fondo dell’economia italiana.

Nel 2025 le nascite si sono fermate a 355mila, in calo del 3,9% rispetto al 2024: è il livello più basso dal secondo dopoguerra.

Il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, contro l’1,18 del 2024 e ben al di sotto della soglia di sostituzione, fissata a 2,1 figli per donna necessari a mantenere stabile la popolazione.

I decessi nello stesso anno sono stati 652mila, sostanzialmente stabili.

Il saldo naturale, cioè la differenza tra nati e morti, è quindi negativo per circa 297mila unità.

La popolazione residente al primo gennaio 2026 si attesta a 58 milioni 943mila persone, stabile rispetto all’anno prima, ma solo grazie ai flussi migratori, che compensano il calo naturale.

La crescita si concentra al Nord (+2,2 per mille), mentre il Mezzogiorno continua a perdere abitanti (-3,1 per mille). L’età media al parto è salita a 32,7 anni.

Il fenomeno non è nuovo, il calo delle nascite prosegue senza interruzioni dal 2008, ma si è accentuato nell’ultimo anno più della media del decennio.

Le cause indicate dall’Istat sono soprattutto economiche e organizzative – precarietà lavorativa, difficoltà di accesso alla casa, tempi di formazione più lunghi – non un fenomeno improvviso o isolato all’Italia, dato che riguarda molti Paesi europei, anche se qui in forma più marcata.

È un dato che non produce effetti immediati sui numeri di oggi (inflazione, Pil, occupazione), ma pesa sulle proiezioni di medio periodo su forza lavoro, consumi e sostenibilità del welfare.

Mettendo in fila i numeri, il messaggio dell’Istat oggi è abbastanza chiaro. Il mercato del lavoro va nella direzione giusta: più occupati, più stabilità contrattuale, meno disoccupazione.

Il Pil cresce, ma a un ritmo troppo debole per generare da solo un salto di reddito reale. L’inflazione, tornata sopra il 3%, rischia di erodere proprio quel guadagno di potere d’acquisto che l’occupazione più solida dovrebbe portare, perché a spingerla sono i costi energetici, difficili da controllare nel breve periodo.

Sullo sfondo, la denatalità non incide sui dati mensili ma resta il fattore strutturale che nei prossimi anni condizionerà offerta di lavoro e sostenibilità della spesa pubblica, ed è quindi un tema da tenere separato dalla congiuntura, senza sovrapporlo.

Lucia Serino

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