IL NUOVO MONDO PASSA DA HORMUZ

IL NUOVO MONDO PASSA DA HORMUZ

Nel giorno in cui l’ISTAT certifica che ad agosto l’inflazione ha avuto un balzo record del 3,3% e che esso è dovuto all’andamento dei beni energetici che continuano a risentire delle tensioni internazionali, dal resto del mondo le notizie che arrivano non sono buone.

Innanzitutto le armi continuano a farsi sentire nello stretto di Hormuz, dove le forze americane hanno colpito obiettivi legati ai pasdaran iraniani a Bandar Abbas e sull’isola di Qeshm.

Questo significa che gli idrocarburi del Golfo Persico continuano a essere indisponibili sul mercato globale, con le inevitabili ripercussioni sul prezzo di petrolio e gas.

E significa, come avevamo scritto su queste colonne, che il D-Day economico contro Teheran annunciato da Trump difficilmente potrà piegare la resistenza della Repubblica Islamica.

La Dichiarazione di Bishkek, ovvero il documento finale firmato da tutti i leader degli Stati membri della Organizzazione della cooperazione di Shanghai (SCO) riuniti nella capitale del Kirghizistan, in questo senso, è eloquente.

Vi si ribadisce il sostegno all’Iran, l’auspicio di una soluzione diplomatica per il Medio Oriente e la condanna all’uso di “doppi standard” nella tutela dei diritti umani, nonché all’ingerenza negli affari interni di Stati sovrani. In particolare vengono respinte, nel documento, le sanzioni unilaterali: un chiaro riferimento a quelle annunciate dalla Casa Bianca contro i paesi terzi disponibili a commerciare con l’Iran (oltre che con la Russia impegnata nella guerra contro l’Ucraina, peraltro mai citata nella dichiarazione). Tutto questo non è affatto banale.

E nemmeno scontato.

Quali sono, infatti, i paesi che aderiscono alla SCO? Oltre all’Iran e alla Russia (paesi sanzionati), ne fanno parte anche le Repubbliche ex-sovietiche centro-asiatiche e la Cina, a conferma del fatto che Pechino è pronta a salvaguardare la sua piena sovranità economica e finanziaria, ergendosi a Grande Potenza mondiale di fronte agli Stati Uniti.

Ma – ancor più significativo – va ricordato che membri della SCO, e dunque firmatari della Dichiarazione, sono anche due paesi come India e Pakistan, ovvero due nazioni che, in modi differenti, non possono essere ascritte al campo anti-occidentale.

Insomma il tentativo di affondare l’Iran, rendendolo uno Stato-paria, attraverso l’isolamento economico-finanziario, si scontra con la forza della geografia (e della necessità di materie prime) e con la volontà politica di alcuni grandi paesi di preservare le proprie prerogative sovrane.

Ma a Bishkek è accaduto anche altro. A margine del vertice, Erdogan e Putin hanno avuto un loro incontro (la Turchia è partner di dialogo della SCO), al termine del quale hanno dichiarato che le relazioni tra Mosca e Ankara “sono oggi a un livello molto più avanzato rispetto a qualsiasi altro periodo”.

Poche ore prima ad Asheville, nel North Carolina, nel corso del G20 dei ministri delle Finanze, il segretario USA al Tesoro, Scott Bessent, incontrava il suo omologo russo Anton Siluanov, circondato dalla disapprovazione di tutti i partner europei.

Cosa ancor più grave, secondo quanto riferito da Fox Business, durante l’incontro Bessent avrebbe rilanciato il piano di pace in 28 punti di Trump, che altro non è che la piattaforma stilata l’anno scorso al vertice di Anchorage in Alaska tra i due presidenti russo e americano, che teneva in scarsa considerazione le rivendicazioni delle cancellerie europee.

Cosa significa tutto ciò? Che mentre a Berlino si decideva di chiudere il consolato russo di Bonn come rappresaglia ai sospetti attacchi ibridi russi avvenuti a Lipsia il 4 agosto, portando ai minimi storici le relazioni russotedesche (e dunque russoeuropee); mentre il principio della libera circolazione sui mari sembra essere ormai compromesso dopo la chiusura di Hormuz; mentre Washington continua ad assumere atteggiamenti sprezzanti nei confronti di Bruxelles; mentre la Spagna (e dunque l’Europa) è sotto pressione per l’ondata migratoria diretta verso Ceuta, il mondo è in movimento, alle prese con la costruzione di un nuovo equilibrio internazionale, perseguito in totale libertà d’azione, laddove il Vecchio Continente sembra subire un accerchiamento, con poche opzioni di risposta disponibili per entrare nel gioco da protagonista. Domani a Wicklow, in Irlanda, si riuniranno i ministri degli esteri dell’UE.

La speranza è che sappiano almeno abbozzare una strategia in grado di rilanciare il ruolo dell’Europa sulla scena internazionale, in una fase in cui ripercorrere direttrici d’azione stereotipate potrebbe non essere sufficiente a proteggere non solo gli interessi dei cittadini europei, ma persino la tenuta della stessa Unione.

Alessandro Sansoni

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