IL CAMPO LARGO ILLUSIONE DELLA SINISTRA

IL CAMPO LARGO ILLUSIONE DELLA SINISTRA

C’ è un’ossessione che attraversa da decenni la sinistra italiana: quella dell’unità a ogni costo.

Oggi si chiama “campo largo”, ieri si chiamava Ulivo, prima ancora Fronte Democratico Popolare.

Cambiano i nomi, ma non il vizio di fondo: mettere insieme culture politiche, storie, programmi e visioni del mondo profondamente diverse, nella speranza che la semplice somma dei voti si trasformi automaticamente in una proposta di governo credibile. In politica non si vince contro “un nemico”.

Non si “mostrifica” l’avversario pensando di poterlo ricondurre ad un recinto ideologico, magari usando l’ossessione del “fascismo” come grimaldello di una propaganda a senso unico. Non esistono “i buoni e i cattivi”.

I democratici e gli illiberali. I voti sono il vero bene comune della nostra costituzione e della nostra democrazia. Ed i voti non si disprezzano.

I voti si rispettano.

È un errore antico.

E’ un errore tattico e strategico. Ancor di più, un errore politico. Già nel 1948 la sinistra immaginò che la costruzione di un fronte unita- rio fosse suf- ficiente a battere l’avversario.

L’esperienza dimostrò il contrario. Lo stesso schema si è ripetuto negli anni Novanta e nei primi Duemila con l’Ulivo di Romano Prodi: una coalizione capace di vincere le elezioni, ma continuamente logorata dai veti incrociati e dalle contraddizioni interne.

Da Clemente Mastella a Fausto Bertinotti, ogni forza politica esercitava un diritto di veto tale da rendere fragili governi che avrebbero dovuto rappresentare l’alternativa stabile al centrodestra.

Oggi Elly Schlein sembra ripercorrere quella medesima strada. La segretaria del Partito Democratico appare convinta che il problema principale sia costruire l’alleanza, non definirne l’identità.

Ma un cartello elettorale non diventa automaticamente un progetto politico. Anzi, più si allarga il perimetro, più aumentano le incompatibilità.

Il caso più evidente è il rapporto con il Movimento 5 Stelle. Giuseppe Conte e l’universo politico e culturale che gli ruota attorno hanno assunto posizioni molto distanti da quelle tradizionalmente europeiste del Partito Democratico.

Sul conflitto in Ucraina le differenze so- no evidenti: i pentastellati si oppongono all’invio delle armi, contestano le politiche di rafforzamento della NATO e guardano con crescente diffidenza alle strategie dell’Unione Europea. Una sensibilità che spesso intercetta le analisi di Marco Travaglio e di quella parte dell’opinione pubblica fortemente critica nei confronti del sostegno militare a Kyiv. È difficile immaginare che tali differenze possano essere cancellate da una cena o da una fotografia sorridente.

La politica richiede sintesi, non rappresentazioni teatrali. Se le divergenze riguardano la collocazione internazionale dell’Italia, il rapporto con l’Alleanza Atlantica, la politica industriale europea e la difesa comune, il problema non è comunicativo: è sostanziale.

Ma il campo largo non finisce qui.

Alla sinistra del Partito Democratico siedono Alleanza Verdi e Sinistra, con Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, protagonisti di battaglie spesso lontane dalla sensibilità dell’elettorato moderato che il PD continua a dichiarare di voler conquistare.

Le posizioni sul Medio Oriente, l’attenzione ai movimenti più radicali dei pro-Palestina e il dialogo con alcune liste civiche espressione di comunità islamiche presenti in diverse competizioni amministrative contribuiscono ad accentuare un quadro già complesso, alimentando ulteriori tensioni interne alla coalizione.

La domanda allora diventa inevitabile: quale sarebbe il programma comune? Quale politica estera?

Quale linea sulla sicurezza?

Quale strategia energetica? Quale posizione sull’Europa?

Sono interrogativi ai quali, finora, il campo largo ha risposto con il silenzio. Nel frattempo si affaccia anche un’altra ipotesi.

Se davvero la coalizione dovesse scegliere il proprio candidato attraverso le primarie, Giuseppe Conte potrebbe persino uscirne vincitore.

Sarebbe il paradosso finale: il leader del Movimento 5 Stelle alla guida dell’intero centrosinistra, con il Partito Democratico costretto ad inseguire l’agenda politica di chi, fino a pochi anni fa, rappresentava il principale avversario del sistema dei partiti tradizionali.

La recente consultazione referendaria sulla giustizia ha offerto un’anticipazione di questo scenario.

Il Movimento 5 Stelle ha rivendicato una linea rigorosamente giustizialista, mentre il Partito Democratico ha dato l’impressione di muoversi con estrema cautela, rinunciando a riaffermare con chiarezza quella cultura garantista e riformista che pure appartiene a una parte importante della sua storia.

Il risultato è stato quello di lasciare spazio a un dibattito pubblico in cui le posizioni più radicali hanno trovato maggiore visibilità.

Forse il problema del centrosinistra non è che il campo è troppo stretto.

È che è troppo largo per contenere idee così diverse senza perdere una direzione comune.

La storia italiana insegna che le coalizioni costruite esclusivamente per battere qualcuno finiscono quasi sempre per essere battute dalle proprie contraddizioni.

Governare richiede molto più della semplice aritmetica elettorale: richiede una cultura politica condivisa, una visione del Paese e la capacità di assumere decisioni coerenti.

Senza questi elementi, il campo largo rischia di restare ciò che è stato troppe volte nella storia della sinistra italiana.

Un’ambiziosa formula elettorale destinata a scontrarsi con la realtà del governo.

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