FRANCESCO GUCCINI CYRANO DI MOLTI CANTAUTORE ITALIANO A FUTURA MEMORIA
In una recente notte di luglio si trascorreva allegramente il tempo ad ascoltare canzoni dal diffusore tecnologico a disposizione.
La modalità jukebox viene interrotta con una modalità più impegnativa.
Regola d’ingaggio: ognuno scelga la canzone che appartiene meglio alla sua personalità.
Io dopo aver scelto “L’uomo in frack” di Domenico Modugno attendo quella di Giuseppe Postiglione che senza indugio proferisce “Cyrano” di Guccini Francesco da Pavana morto ieri nel suo borgo ad 86 anni.
Lo guardo sorridendo e penso ecco perché forse andiamo tanto d’accordo e via a cantare tutti insieme: “Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati, buffoni che campate di versi senza forza”.
Guccini ha rubato ad Edmond Ronstand una figura letteraria e a tanti ha invece consegnato una poesia di riferimento del come si affronta il proprio abito mentale rispetto a quello che ci circonda.
Canzone di riferimento so per certo del democratico Salvatore Margiotta che nella contesa politica si sarà spesso lasciato ispirare da quel “facciamola finita, venite tutti avanti, nuovi protagonisti, politici rampanti, venite portaborse, ruffiani e mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false, che avete spesso fatto del qualunquismo un arte”.
Un grande poeta, quale Guccini da cantautore è, riesce ad essere trasversale con il materiale poetico tant’è vero che Giorgia Meloni adoperò i versi proprio del Cyranogucciniano per conquistare la leadership di Azione giovani e lanciare le fondamenta della generazione Atreju mescolando le parole di un vecchio anarchico con ben altri miti fondativi.
Guccini era cosciente che la destra amava i suoi testi come disse a Repubblica, ma per filologia è bene ricordare che nella stessa intervista a Concetto Vecchio di Repubblica ribadiva che “Meloni ha due facce, ma quella vera è violenta”.
Netto ma deciso Guccini, eppure non si negherà al dialogo con Stenio Solinas e Maurizio Cabona per dare il suo racconto degli anni Settanta ad un libro come “C’eravamo tanti a(r)mati” di una casa editrice di destra che scandagliava gli anni Settanta dove tutto era nato e in cui Guccini confessa : “io sono quello che in assoluto ha fatto meno canzoni politiche di tutti i miei colleghi, eppure in quegli anni mi hanno preso per il più politicizzato”.
Eppure ieri quella Camera dei deputati, che in molti vorremmo affrontare con lo spirito di Cyrano, ha levato un applauso bipartisan a Francesco Guccini riconoscendo all’unisono e senza mediare mozioni che un grande italiano al pari di Giuseppe Verdi e Alessandro Manzoni ha lascito il proscenio.
E il presidente della Commissione cultura di Montecitorio, Federico Mollicone, non ha perso un amen per annunciare un evento commemorativo per l’autore della Locomotiva e di chi ha meglio esaltato la fiaccola dell’Anarchia che ora viene omaggiata da chi non ha mai smesso di far ardere la vecchia Fiamma.
Quando mescoli sentimenti, letterature, storie, fiabe, personaggi e avventure può andare a finire anche in questo modo.
Chiedere a Vincenzo Folino che nel suo discorso di addio ad Antonio Luongo chiuse una lettera molto commovente con i versi di Guccini che recitano “voglio ricordarti com’eri, pensare che ancora vivi, voglio pensare che ancora mi ascolti e come allora sorridi” aggiungendo poi la chiusa personale: “E’ stato divertente, è stato bello!
Addio amico mio! Addio fratello” e da quando sentii questo verbo di Guccini con accompagnamento di Folino, ho pensato che si chiudeva definitivamente il sipario sul glorioso Partito Regione di Basilicata.
Guccini nella sua immensa produzione di parole eterne ha dato strumenti a molteplici mondi di riferimenti.
La comunità ebraica di Milano all’apprendere della sua morte ieri ha scritto “Sua è Auschwitz (La canzone del bambino nel vento), uno dei testi più intensi mai scritti sullo sterminio degli ebrei d’Europa, che da decenni continua a far conoscere quella tragedia a generazioni di italiani”.
Qualche proPal non avrà gradito e molti epigoni neonazisti saranno schifati. Francesco Guccini era un semplice con il cuore da poeta.
Me lo ha raccontato bene qualche oste di provincia che accogliendolo nel suo salone si è ritrovato a bere al suo tavolo come un qualunque avventore, o un giovane fumettaro come Luca Scornaienchi che avendo avuto il compito di curatela di una mostra a Napoli si trovò ad occuparsi anche dell’accoglienza degli ospiti tra cui Guccini che accompagna il giovane Luca in una serata da bisboccia. Guccini è anche stato oste a Bologna.
Chiedete aneddoti all’artista lucano Gaetano Russo,il quale appena ammesso all’Accademia delle Belle arti in compagnia del bassista degli Area, Ares Tavolazzi, per festeggiare andò a Bologna all’Osteria delle Dame e si andò a sedere ad un tavolo dove stavano Guccini e Lucio Dalla.
E pensare che quel locale Guccini lo aveva fondato con un prete.
L’osteriadove ci trovavi Lolli, Bonvi, studenti, balordi e canzoni suonate alla chitarra. Un’Italia diversa e lontana.
Quella di Francesco Guccini da Pavana. Vorrei tanto che l’oggi fosse rimasto oggi senza domani.
Ma il domani ormai tende all’infinito.
Paride Leporace

