«SOTTORAPPRESENTATI COME VITTIME»
Valerio Gentile è stato sfigurato con l’acido il 9 luglio scorso, per mano della sua compagna, in casa a Pomezia. Aveva 30 anni, ed oggi Valerio non c’è più.
È morto il primo agosto all’ospedale dei Castelli, ad Ariccia, per cause in fase di accertamento. Ricoverato in ospedale, i medici lo stavano curando e le ferite, sul collo, sul- l’addome, sulle braccia e le gambe, stavano migliorando: pareva ormai essere fuori pericolo di vita, ma le ferite psicologiche l’avevano distrutto.
Tanti gli amici che avevano cercato di sostenerlo, standogli accanto, confortandolo ed esprimendogli parole di stima.
A Gentile però, quelle parole non arrivavano, nel chiuso della sua disperazione.
Ai social affidava i suoi pensieri: «Non potrò mai più sposarmi così, sempre se rimarrò vivo. Sembra tutto un incubo» ed ancora, «è una cosa così drammatica, ma la violenza sulle donne e sugli uomini deve terminare! Ed io ora da una parte ho paura del mio futuro e dall’altra addirittura mi dispiace di aver creduto in un amore che mi dava la forza in tutto».
Per l’aggressione, l’ex compagna era stata arrestata con l’accusa di “deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso”. Aveva anche ricevuto il divieto di avvicinamento al ragazzo.
Forse non tutti conoscevano la storia di Valerio. Forse perché è successa ad un uomo. Ma c’è chi da anni combatte affinché la “violenza di genere” non sia solo associata al mondo femminile.
L’AVVOCATA ESPOSITO E L’IMPEGNO SULLA VIOLENZA DOMESTICA SUBITA DAGLI UOMINI
Antonella Esposito, Avvocato napoletana che si occupa di Diritto di Famiglia e delle Persone da oltre un trentennio, è stata coordinatrice al COA di Napoli della Commissione Famiglia e oggi è Vice Coordinatrice della Commissione Tutela degli Affetti.
Dall’esperienza professionale ha maturato che «troppo spesso nelle vicende separative gli uomini subiscono violenza economica e psicologica dalle ex compagne, assieme alle difficoltà di continuare a vivere il rapporto affettivo e di familiarità con i figli».
Per questo nel 2024 ha costituito una Associazione di promozione sociale “Potere ai Diritti” che si occupa di diritti negati e che ha uno sportello di accoglienza e ascolto del disagio maschile.
Ha preparato, e a Mezzo del Senatore Cantalamessa, ha depositato in Parlamento un’Interrogazione per chiedere ai Ministri degli Interni e della Famiglia «perché ad oggi l’Istat non raccolga dati sulla violenza domestica che gli uomini subiscono, così come richiede la Convenzione di Istanbul».
Raggiunta da Cronache l’Avvocato spiega: «Nell’immaginario comune, ma anche nell’informazione, c’è un appiattimento del tema della violenza domestica, sulla quella che subiscono le donne. In realtà se leggiamo con attenzione la Convenzione di Istanbul, nella definizione di “violenza domestica”, rientra la violenza fisica, psicologica, giudiziaria, economica, che subiscono le persone, quindi le donne, gli uomini e i minori.
Quando parliamo di “violenza domestica”, è la Legge che ci dice che dobbiamo fare attenzione anche alla violenza che subiscono gli uomini e la Convenzione di Istanbul (il primo trattato internazionale vincolante volto a prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica, vede nei suoi capisaldi la prevenzione, protezione e punizione dei colpevoli) dice anche che un elemento fondamentale è la ricerca di dati Istat.
Non essendoci dati sugli uomini, resta una “violenza invisibile” quella che subiscono. Da qui nasce l’accoglimento della proposta che la mia Associazione ha fatto al Senatore Cantalamessa, perché se non cominciamo a calcolare anche i numeri delle denunce, purtroppo senza statistiche non possiamo mettere in campo nemmeno politiche, ma soprattutto questo fenomeno non arriva mai all’attenzione dell’opinione pubblica e anche della politica.
Quindi è proprio una lacuna normativa, di mancata applicazione di una legge».
Gli uomini dunque sarebbero sottorappresentati come vittime e sovrarappresentati come autori di violenze. La mancanza di dati è aggravata dal fatto che concorrono la vergogna che impedisce a molti uomini di denunciare e la tendenza culturale a sottostimare il fenomeno?
«Sicuramente c’è un dato culturale, perché noi siamo tutti figli del femminismo, al quale dobbiamo un grande grazie, perché oggi l’emancipazione di gran parte delle donne è dovuta alle battaglie che loro hanno fatto, però se oggi continuiamo a sostenere solo quelle battaglie senza renderci conto che viviamo in un contesto sociale che è cambiato, perché oggi gli uomini vogliono essere padri presenti, genitori consapevoli, che non si sottraggono a cambiare il pannolino, ad accompagnare il figlio a scuola, a portarlo dal pediatra.
Ma questo è il risultato di una battaglia femminista che aveva visto le donne relegate all’angolo al focolare domestico e che le impediva di diventare anche delle donne libere, emancipate e a svolgere ruoli di rilievo nel sociale, ciò non vuol dire però che le donne devono essere emancipate senza riconoscere quelli che sono i diritti, ma anche le fragilità degli uomini».
Uno studio della Caritas mostra come il numero di uomini che fanno ricorso ad assistenza e aiuto, sia aumentato moltissimo negli ultimi anni. Cosa è successo?
«Caritas oggi rileva che nel 40% degli uomini che chiede assistenza, c’è una buonissima fetta di “separati”.
Ciò ci dice che questi uomini nelle separazioni subiscono una violenza, perché comunque nella maggior parte dei casi perdono la casa e hanno assegni di mantenimento da sostenere.
Quindi nella separazione chi subisce danni maggiori è comunque l’uomo, che si ritrova a mangiare alla Caritas. A ciò si aggiunge che dal 2021 il numero dei suicidi maschili è di un terzo maggiore di quello delle donne, c’è una sproporzione: ora io non dico che sono tutti uomini separati, ma questo deve evidenziare una maggiore fragilità degli uomini che non possiamo più pensare che siano tutti forti, rampanti, strafottenti, violenti etc., anzi si evidenzia una fragilità maschile che non corrisponde al modello descritto dalle femministe.
Dunque questa rivoluzione che stiamo provando a portare avanti, che è applicazione di una Legge, deve essere accompagnata da una rivoluzione dell’informazione che metta al centro le persone e evidenzi quelli che sono i nuovi contesti socio-economici nei quali viviamo, perché se non partiamo da questo, sembra sempre una battaglia impossibile.
Anche i Magistrati non sono proprio pronti. Faccio un esempio: la Legge sull’affido condiviso, che quest’anno 2026 compie 20 anni, non ha visto nessuna celebrazione e soprattutto sul principio della bigenitorialità, che dice che anche i padri nella fase della separazione hanno gli stessi diritti delle madri, di fatto nella realtà… non è così. È ancora una chimera».
Nella violenza contro gli uomini, quella psicologica ricorrerebbe più frequentemente rispetto alla fisica e risulterebbe più duratura. Fra le violenze psicologiche rientrano le minacce di distruggere le cose dell’al- tro, di denunciarlo con false accuse, le false denunce di abuso nei confronti dei figli al fine di averne la custodia in caso di separazione, le false denunce di stalking e la cosiddetta alienazione parentale. Per quanto ha avuto modo di riscontrare, anche attraverso la sua Associazione, la violenza verso gli uomini è più una violenza di tipo fisica o psicologica?
«Sì, tratta più di una violenza psicologica che fisica. Tra l’altro giudiziariamente la violenza psicologica, questo lo dico per gli uomini ma anche per le donne, è molto più difficile da provare, però poiché siamo figli del femminismo, se una donna dice che subisce violenza psicologica c’è una maggior disponibilità dell’autorità giudiziaria a dar credito a quella sofferenza rispetto al racconto di un uomo.
Quindi è molto importante: il fatto di poterne parlare e di poter parlare dell’argomento e sviscerarlo, perché questo richiede tempo, le femministe ci hanno messo 50 anni, noi non pensiamo di poter fare tutto oggi, però sono dei piccoli passi, soprattutto se l’informazione ci aiuta.
È notizia di cronaca di pochi giorni fa, la morte di Gentile, il 30enne sfregiato dalla fidanzata con l’acido sul viso.
Ora sono da capire le cause della morte, ma il fatto è che se questa stessissima situazione fosse capitata da una donna, non crede che la notizia sarebbe passata su tutti i giornali e anche in tv?
Stiamo parlando di persone e c’è una diseguaglianza, quindi l’informazione anche su questo punto deve essere molto sensibilizzata».
Tutto ciò premesso preclude anche la nascita di centri di ascolto e aiuto specifici per gli uomini maltrattati, che difatti sono ancora pochi sul territorio italiano. Cosa ci può dire in merito?
«Certo, è così, anche i centri di ascolto e di aiuto specifici per gli uomini maltrattati sono ancora pochi rispetto a quelli che sono nati, invece un po’ ovunque, per accogliere, guidare e tutelare le donne.
La nostra, “Potere ai Diritti” è una di queste Associazioni che si occupa del disagio maschile, infatti noi usufruiamo di una mail che è sos.1523.it, che vuole evidenziare proprio il fatto che se un uomo chiama il 1522, non gli sarà prestata assistenza perché è un numero che tutela soltanto le donne.
Fortunatamente sul territorio italiano ci sono un po’ di Associazioni, ma sono piccole e tra l’altro si autofinanziano e non percepiscono fondi statali. Tenga conto che la presenza del Consiglio dei Ministri ogni anno destina circa 70 milioni di euro alle Associazioni che si occupano della violenza che le donne subiscono, ma a quelle che subiscono gli uomini, zero euro.
Per questo chiedo che tutti se ne interessino, perché questa è una battaglia che possiamo vincere solo insieme, se ognuno nel proprio settore se ne occupa.
È una battaglia culturale, è una battaglia economica, è una battaglia legale, è una battaglia di sensibilità.
Ci vorranno sicuramente anni, perché basta guardare cosa hanno fatto le femministe, oggettivamente a loro dobbiamo tanto, però se continuiamo a insistere su questo, poi è chiaro che emergono fuori tutte le criticità e anche le convenienze di questa battaglia: chiaramente tutto questo sistema è legato a voti, è legato a budget economici importanti che vanno alle Associazioni, quindi è roba che va smantellata o rivista».
Diciamo che bisognerebbe lavorare con un approccio sinergico, culturale, sociale e politico, affinché proprio in sinergia si possa raggiungere questi obiettivi?
«Sì, anche se è complicato.
Questa Interrogazione parlamentare che abbiamo presentato è molto importante, perché i Ministri sono obbligati a rispondere sulla motivazione per cui non hanno dato applicazione alla Convenzione di Istanbul nella parte in cui, parlando della violenza domestica, cioè quella di cui stiamo discutendo, non sono raccolti dati Istat sulla violenza che gli uomini subiscono.
Avere una risposta del Governo, e il fatto che sia stata portata da un Parlamentare, è un momento topico, perché finalmente questa battaglia approda nelle Istituzioni nazionali e anche Internazionali.
È un primo passo, e mi sto battendo molto per questo, perché finalmente usciamo da una zona grigia.
Un piccolo passo nel Parlamento è stato fatto, ora attendiamo risposte».

