MARINE VINCE SE LA DESTRA È UNITA: PARLA CHOPPIN DE JANVRY DELL’UDRA Cronache il dirigente del partito francese analizza i possibili scenari delle Presidenziali 2027

MARINE VINCE SE LA DESTRA È UNITA: PARLA CHOPPIN DE JANVRY DELL’UDR

La condanna di Marine Le Pen da parte della Corte d’Appello di Parigi del 7 luglio 2026 non le impedisce di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2027. Inoltre, ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione per ribaltare la sentenza.

Tale ricorso sospende l’esecuzione della sentenza. Data la lunga procedura legale, è altamente improbabile che le venga richiesto di indossare un braccialetto elettronico durante la campagna presidenziale.

I suoi avversari sfrutteranno senza dubbio questo tema durante la campagna. Confido nella capacità degli elettori di distinguere tra dibattito giuridico e dibattito politico».

Ce lo spiega Tristan Choppin de Janvry, avvocato parigino, co-presidente dei giovani professionisti dell’UDR, il partito fondato dall’ex leader neogollista Éric Ciotti, attuale sindaco di Nizza, nato dopo la frattura sorta con Les Républicains, in seguito alla sua decisione di sostenere alle scorse presidenziali Marine Le Pen contro Emmanuel Macron, rompendo il “cordone sanitario” che per anni era stato costruito intorno al movimento lepenista.

Attualmente l’UDR conta 17 deputati all’Assemblea Nazionale e un parlamentare europeo ed è in forte crescita, come dimostrano i diversi sindaci eletti alle amministrative tenutesi lo scorso marzo.

Sosterrete la candidatura di Marine sin dal primo turno alle prossime presidenziali?

«Ciotti ha già annunciato pubblicamente il suo appoggio e la sua intenzione di partecipare attivamente alla campagna.

È dunque naturale che l’UDR la sostenga fin dal primo turno».

Quale valore aggiunto potrebbe portare l’UDR?

«Siamo su posizioni economiche più liberali rispetto al Rassemblement National e questo potrebbe rassicurare una parte dell’elettorato e settori significativi del mondo imprenditoriale che auspicano una svolta a destra, ma attribuiscono una certa importanza a una politica economica contraddistinta da questo orientamento».

Spesso, però, la destra francese tende a dividersi: ci saranno altri candidati alla presidenza di orientamento conservatore oltre a Marine?

«Sì, David Lisnard e Bruno Retailleau, attuale presidente de Les Républicains, hanno già annunciato la loro candidatura.

È possibile che anche Eric Zemmour, leader di Re- conquête, si candidi, ma ancora non ha sciolto la riserva. In questa ottica la scelta di Eric Ciotti risulta essere lungimirante e coraggiosa: anziché aggiungere un altro candidato al panorama della destra, egli ha deciso di sostenere ufficialmente Marine Le Pen proprio per favorire l’unità dello schieramento conservatore».

Dal 2022 al 2024 Ciotti è stato alla guida de Les Républicains, il partito che oggi si contende con voi l’eredità politica del Generale De Gaulle. Quali sono le ragioni che hanno portato a questa spaccatura?

«Sono ragioni squisitamente politiche.

Alle scorse presidenziali Ciotti, allora presidente di LR, prese una decisione senza precedenti nella storia del partito: proporre un’alleanza elettorale con il Rassemblement National.

Alcuni esponenti neogollisti decisero allora di presentare proprie liste, appoggiando il blocco centrista. Taluni arrivarono persino a chiedere voti per candidati di estrema sinistra pur di “bloccare” l’RN.

A quel punto la spaccatura fu completa e Ciotti decise di dar vita all’UDR. L’eredità del Generale de Gaulle, in verità, non appartiene a un solo partito politico e l’UDR oggi è molto più gollista de Les Républicains».

La scena politica francese è sempre più polarizzata e lo scontro tra i partiti e nell’opinione pubblica è talmente forte da dare l’impressione che ci si trovi dinanzi a una sorta di guerra civile strisciante. C’è una crisi di credibilità delle istituzioni?

«Lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale da parte di Macron nel giugno 2024 ha indebolito considerevolmente istituzioni che fino ad allora si erano dimostrate straordinariamente stabili: il partito che ha ottenuto il maggior numero di voti, il Rassemblement National, è solo la terza forza politica in Assemblea e questo è paradossale. Al contrario, la sinistra e il blocco centrista, rispettivamente seconda e terza per numero di voti, costituiscono la prima e la seconda forza politica.

Il Primo Ministro nominato dopo queste elezioni proveniva da LR, un partito che aveva ottenuto solo il 5% dei voti.

Quello successivo, il centrista Sébastien Lecornu, è stato destituito dall’Assemblea Nazionale, ma Macron lo ha confermato al suo posto! Stiamo vivendo una fase di crisi della rappresentanza.

Personalmente ritengo che per la Francia sarebbe meglio adottare un vero sistema parlamentare, come quello italiano o tedesco.

Come minimo, bisognerebbe riformare il sistema elettorale, introducendo quote di proporzionalità, che consentano all’Assemblea Nazionale di rispecchiare più fedelmente il voto del popolo francese».

Tutti i sondaggi danno Le Pen in testa, ma la vera sfida sarà al ballottaggio. Chi sarà il suo avversario, Mélenchon o il candidato macronista?

«Al centro, Édouard Philippe e Gabriel Attal si contendono lo stesso spazio politico, il che potrebbe favorire Jean-Luc Mélenchon.

Ma indipendentemente dal suo avversario, i sondaggi prevedono una vittoria per Marine, anche se con uno scarto minore in caso di scontro con Édouard Philippe.

Nulla è ancora deciso, però.

L’atteggiamento degli altri partiti di destra sarà decisivo: sceglieranno di sostenere il candidato di destra, o inviteranno nuovamente a votare per il centro, o addirittura per la sinistra?»

In Francia, le tensioni interetniche e il malcontento degli immigrati di seconda e terza generazione sono ormai un problema endemico. L’immigrazione rimarrà un tema centrale della prossima campagna elettorale?

«Sì, perché si colloca al crocevia di numerose questioni: sicurezza, istruzione, alloggi, servizi pubblici e identità.

Il problema risiede principalmente nel fallimento dei controlli alle frontiere, nell’integrazione insufficiente e nell’impotenza dello Stato a far valere la sua autorità in alcuni ambiti».

Alessandro Sansoni

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