I FLUSSI MIGRATORI MINANO LE FONDAMENTA DELL’UE
Alcuni anni fa l’ex Presidente della Repubblica ceka, Vaclav Klaus, scrisse un libro sulla crisi migratoria e l’impatto che essa avrebbe potuto avere sull’Unione Europea.
Era il 2016 e l’anno successivo il testo fu tradotto in francese e in tedesco.
In quel periodo la pressione migratoria era improvvisamente aumentata, anche in virtù della politica votata alla più ampia accoglienza decisa da Angela Merkel, ma la fiducia nei confronti del progetto europeo era già andata incrinandosi in larghi settori dell’opinione pubblica, soprattutto a causa della crisi economica dei debiti sovrani e della conseguente nascita dei movimenti No Euro.
La tesi di Klaus era tanto originale quanto inquietante: a suo avviso la grande idea di un’Europa unita e la stessa Unione Europea, concepita con l’intento di realizzarla, sarebbero crollate non a causa dell’acuirsi delle problematiche economico-finanziarie, o dello stallo nel processo di unificazione politico-istituzionale seguito all’affondamento nel decennio precedente del Trattato costituzionale europeo.
A minarne le fondamenta sarebbe stata l’incapacità di gestire e contenere i flussi migratori.
Il ragionamento di Klaus era molto semplice e squisitamente politico: il primo compito di uno Stato è garantire la sicurezza dei confini e dei suoi cittadini.
La stessa legittimità dell’autorità pubblica si fonda su questo principio, al punto che la sovranità politica su un certo territorio dipende dalla capacità dei governi di difenderlo dai nemici e di regolarne l’accesso a chi, venendo da fuori, vuole venirvi ad abitare.
Persino il consenso nei confronti del potere costituito da parte di coloro, sudditi o cittadini, che ne sono soggetti, dipende innanzitutto dalla capacità dell’organizzazione statuale di garantirne la sicurezza dai potenziali invasori o dai criminali (ovvero da tutti coloro che non rispettano le norme su cui si basa la convivenza civile, ossia la cittadinanza in quanto tale).
L’erogazione di prestazioni sociali aiuta ed è un merito del modello sociale europeo, ma non ne è il fondamento essenziale.
Il testo di Klaus aiuta a comprendere, quindi, cosa è successo in seguito, perché si sia acuito il disincanto degli europei nei confronti del progetto unitario e quali siano le strategie di coloro che, dall’esterno, manovrano contro la costruzione di un’Europa unita e politicamente protagonista dello scenario globale.
Il concetto di “guerra ibrida” è ormai patrimonio comune di politici, analisti, commentatori, persino cittadini comuni.
Sappiamo che essa ha spostato il conflitto dallo scontro tra eserciti o tra combattenti regolari e irregolari (vedi guerriglia e terrorismo), ad altri ambiti: il cyberspazio, la finanza, le materie prime, ad esempio, sono divenute terreno di scontro a bassa intensità tra potenze avversarie.
Ma nell’ambito della “guerra ibrida” i flussi migratori occupano un ruolo speciale, perché impattano direttamente sulla vita delle persone e minano, come abbiamo visto, dalle fondamenta la sovranità statuale.
Tutti ricordiamo il ricatto esercitato dai libici sin dai tempi di Gheddafi nei confronti del nostro paese, con le partenze di scafi colmi di migranti regolate a seconda della disponibilità dei nostri governi di accogliere o meno le richieste di Tripoli sui temi più disparati.
Oppure i comportamenti simili adottati dalla Turchia nei confronti della Grecia e delle istituzioni europee.
O ancora quelli dei bielorussi per esercitare pressione sulla Polonia nel 2021. L’elenco potrebbe continuare.
Anche il Marocco ha spesso utilizzato in passato l’aumento della pressione migratoria per condizionare Madrid.
È dunque legittimo il sospetto di chi ritiene che le autorità di Rabat non siano estranee all’arrivo improvviso di decine di migliaia di persone che hanno provato ad accedere nel- l’enclave spagnola in terra africana di Ceuta.
Non c’è dubbio che la “sanatoria monstre” voluta da Sanchez per oltre mezzo milione di migranti abbia giocato un ruolo importante nel sollecitare le partenze, così come la recente sentenza della Corte Suprema che ha reso più difficili i respingimenti per chi arriva in Spagna via mare.
Insomma l’ideologia dell’accoglienza a tutti i costi offre il fianco a chi assume atteggiamenti ostili nei confronti del Vecchio Continente e imporrebbe quantomeno un minimo di autocritica in chi la propugna.
A maggior ragione in questo caso, visto che, stando almeno ad alcune fonti di intelligence spagnola, stavolta potrebbe essersi trattato non di una forma di pressione come altre volte accaduto in passato, ma addirittura di un tentativo di “riconquista” simile a quello adottato nel 1976 dall’allora re Hassan II, quando 350mila marocchini disarmati (molti appena liberati dalle carceri) furono indotti a “invadere” il Sahara Occidentale, allora ancora colonia di Madrid, inducendo la Spagna ad abbandonare quel territorio.
La stretta alleanza di Rabat con gli Stati Uniti di Donald Trump e lo Stato di Israele guidato da Benjamin Netanyahu – non esattamente due amici del governo Sanchez nè, più in generale, del progetto di un’Europa unita – potrebbe non essere stata un fattore irrilevante.
Tornando all’”ideologia dell’accoglienza a tutti i costi”, diventa allora essenziale una profonda maturazione politico-culturale della sinistra di governo sul tema immigrazione, altrimenti il rischio è la definitiva polverizzazione del progetto europeo, laddove i singoli Stati non potranno fare altro, di fronte a queste situazioni, che reagire con la sospensione del Trattato di Schengen, vero e proprio pilastro dell’Unione Europea, come accaduto in questa circostanza.
Una reazione dettata proprio dalla necessità, per tornare al ragionamento di Klaus, di salvaguardare il principio della sovranità statuale. In questo senso l’esempio fornito dal primo ministro danese, la socialdemocratica Mette Frederiksen, che non a caso ha assunto una posizione analoga a quella di Giorgia Meloni, potrebbe fornire un modello interessante.
In tempo di guerra ibrida, in conclusione, l’Europa ha un futuro solo se capisce che la difesa dei confini e il contenimento dei flussi migratori è una sfida comune e va combattuta senza ideologismi, assecondando il naturale bisogno di sicurezza dei cittadini e con nuove norme (europee) che garantiscano la tenuta delle frontiere.
Alessandro Sansoni
