IL VERDETTO DI GENOVA: PENA MASSIMA ALL’AD CASTELLUCCISi preannunciano già ricorsi in appello. La sentenza lascia aperta una domanda: è questa la giustizia per le vittime?

IL VERDETTO DI GENOVA: PENA MASSIMA ALL’AD CASTELLUCCI

Si potrebbe dire che ieri si è ripetuto un copione tutto italiano dei processi per disastro: analogie e similitudini toccano la sentenza del ponte Morandi.

Un parallelo con la ThyssenKrupp di Torino e poi, a seguire, l’archetipo del Vajont. Tutti accomunati da procedimenti giudiziari monumentali, dimostrazione dei fatti, dolo che cade e pene sicure che si contano sulla punta delle dita.

Anche la strage del viadotto di Polcevera presenta asimmetrie: la responsabilità è accertata, la sanzione no.

Il Tribunale di Genova ha riconosciuto colpevoli 32 dei 57 imputati per il crollo del Ponte Morandi che il 14 agosto del 2018 provocò la morte di 43 persone.

Il dispositivo si stacca molto da ciò che la Procura aveva chiesto – quattro secoli di reclusione – e ciò che i giudici hanno concesso, circa 177 anni.

Meno della metà. In cima alla scala delle pene c’è Giovanni Castellucci, l’ex amministratore delegato che guidò Autostrade per l’Italia per quattordici anni e già sconta in cella la condanna definitiva per il viadotto di Acqualonga: i pm avevano calcolato per lui una condanna a 18 anni e sei mesi, il tribunale si è fermato a 12. A scendere, 11 anni a Michele Donferri Mitelli fino a raggiungere 5 mesi per il direttore della vigilanza ministeriale sulle concessioni. Per gli altri, interdizione dai pubblici uffici pari alla pena.

«NON POSSO DIRE CHE SIAMO SODDISFATTI»

«L’impianto accusatorio ha retto», dice a Cronache la presidente del comitato, Egle Possetti.

«Sono state sancite condanne nei tre filoni d’imputazione – ASPI, SPEA e ministero – e sanzionate le parti apicali e territoriali che avevano in capo delle responsabilità».

Lo scenario temuto era un altro: «L’ipotesi peggiore era che non ci fossero condanne, che tutti ne uscissero innocenti.

E molto negativo sarebbe stato se la condanna non avesse riguardato i dirigenti, i manager».

Eppure durante la telefonata la parola soddisfazione è come se fosse bloccata.

«Non posso dire che siamo soddisfatti.

Non è una vicenda di cui potremo mai essere soddisfatti.

Però è andata nel senso che speravamo, e di questo siamo contenti».

C’è l’amaro in bocca, ma c’è an- che il valore del precedente che Possetti individua con lucidità: «È una sentenza importante nel panorama giurisprudenziale: dice che il manager non può delegare agli altri e disinteressarsi di tutto quello che accade.

Il manager deve gestire e coordinare, ed è lautamente pagato per questo».

Alla vigilia della sentenza l’incompetenza era la traccia del comitato, con sentenza alla mano quella superficialità avrebbe accompagnato tutta la vicenda.

«Avidità e leggerezza», sono tanti gli aggettivi che la portavoce ha sottolineato.

«UNA SENTENZA CHE NON RENDE GIUSTIZIA ALLA REALTÀ DEI FATTI. FAREMO APPELLO»

«Nessuno aveva mai segnalato l’esistenza di un rischio per la sicurezza dell’infrastruttura».

Attraverso una nota il pool legale di Giovanni Castellucci fa sapere di aver accolto con doveroso rispetto la decisione del Tribunale di Genova, ma non la condivide.

La sentenza che sembrerebbe accettata dai familiari delle vittime ha invece adirato la difesa, che si è detta insoddisfatta, annunciando il ricorso in appello.

Il legale di Giovanni Castellucci definisce il verdetto «sbagliato», sostenendo che si sia voluto a tutti i costi un condannato eccellente.

I collegi difensivi si richiamano alla linea del vizio occulto, secondo cui il crollo sarebbe stato causato da un difetto costruttivo nella pila 9 e risalente agli anni ’60, invisibile e impercettibile per le manutenzioni.

Ora le difese punteranno a smontare le colpe dei singoli manager in secondo grado.

COSA CAMBIA PER IL RISARCIMENTO

Il ridimensionamento ha una precisa architettura: tutti assolti dal reato di attentato alla sicurezza dei trasporti e rimozione delle cautele perché «il fatto non sussiste», esclusa l’aggravante dell’aver agito nonostante la previsione dell’evento e quella sulla sicurezza del lavoro.

Per i giudici nessuno aveva messo in conto la caduta del ponte: negligenza, non strategia per profitto.

Escludendo il dolo e confermando la natura colposa del reato, la sentenza ha blindato i 60 milioni di euro già liquidati da ASPI a familiari e sfollati che accettarono la transazione iniziale.

Mentre per i feriti del crollo il tempo ha presentato il suo conto – tutte le lesioni prescritte – sono stati esclusi dal perimetro penale. Per loro, per lo Stato, il MIT e gli Enti locali, i giudici hanno sancito il diritto al risarcimento complessivo ma sono rinviati a un separato giudizio civile.

Insomma, nessun acconto a chi ha rifiutato negli anni gli accordi privati con Autostrade per andare fino in fondo alla verità, come Egle Possetti e i familiari del Comitato Ricordo Vittime, citati nominativamente durante la lettura del dispositivo, che dovranno affrontare un’altra causa. .

Le motivazioni arriveranno entro novanta giorni, poi appello e Cassazione: è lì che i grandi processi italiani si sono sgretolati, ed è lì che si misurerà la solidità di questo verdetto.

Ma alla domanda che la sentenza lascia aperta, Possetti risponde senza illusioni: «La giustizia per i 43 morti non arriverà mai, perché loro non torneranno più in vita».

Tiziana Magrì

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