CALDO DA BOLLINO ROSSO
Ogni mattina faccio una cosa che poi mi prometto di non fare più. Guardo il meteo.
Non per sapere se devo portare l’ombrello. Mi ostino a non portarlo anche quando piove.
Lo guardo per vedere fin dove è arrivato il rosso.
Quel rosso cupo, quasi violaceo, che ormai invade le cartine dell’Italia, dell’Europa, del mondo e che sembra dirci una sola cosa, preparatevi, il peggio deve ancora arrivare.
E ogni mattina mi dico: non ci ricascare. Poi, invece, ci ricasco. E ho paura.
Nella mia famiglia lo hanno capito che ho paura delle cartine rosse.
Mi sembra come se stessimo sprofondando negli inferi, senza possibilità di salvezza.
Il paradosso è che faccio questo mestiere.
So come funziona la comunicazione. So che una cartina colorata cattura più di un grafico.
So che il linguaggio dell’emergenza produce clic, condivisioni, permanenza sulle pagine.
Ma, prima ancora della giornalista, reagisce la persona.
E quella persona, lo ammetto, qualche volta, più di qualche volta, si spaventa.
Non sono una negazionista.. Il cambiamento climatico è un fatto.
Lo vediamo negli incendi, nella siccità, negli eventi estremi, nelle temperature che ogni estate sembrano voler battere il record dell’estate precedente.
Ho letto dei 46 gradi registrati in Sardegna e mi sono sinceramente impressionata.
Non ci si abitua a numeri così.
Ma proprio perché il problema è enorme, dovremmo imparare a raccontarlo senza trasformarlo in una colonna sonora permanente dell’ansia. Io, ormai soffro di ecoansia.
È quella sensazione di impotenza che entra nelle nostre giornate.
È il caldo che ti costringe a cambiare abitudini.
È il condizionatore acceso con il pensiero della bolletta. È chi il condizionatore non ce l’ha o non può permetterselo?
Perché il cambiamento climatico ha anche un volto sociale, la povertà energetica.
C’è chi combatte il caldo con una casa ben isolata e chi con una finestra aperta sperando che entri un filo d’aria.
Confesso che, in piena estate, se dico che sono a Potenza, vedo accendersi gli occhi: “Beata te. Almeno lì si respira”.
È la rivincita del capoluogo lucano, con quei due tre gradi in meno rispetto alle città fornaci che ci sono anche in Basilicata (il massimo dell’ecoansia mi è venuta mentre andavo a Pisticci sulla Basentana ad agosto l’anno scorso, l’auto segnava 41 gradi, ma erano le due del pomeriggio).
L’econasia mi procura suggestioni.
Per esempio camminando nei centri storici, quelli costruiti quando nessuno parlava di sostenibilità, tra vicoli stretti dove il sole arriva con parsimonia e le case si fanno ombra tra loro, mi chiedo se sia stata una strategia climatica quel tipo di urbanistica.
Certo meglio delle periferie moderne dove trovi piazze enormi, distese di cemento, parcheggi, asfalto, pochissimi alberi.
Per anni abbiamo pensato che il progresso fosse costruire spazi sempre più grandi. Invece abbiamo bisogno di ombra, acqua, alberi, meno creatività urbanistica.
La lotta al cambiamento climatico non si combatte soltanto nei vertici internazionali. Si combatte anche decidendo se una piazza debba avere cento alberi o cento metri quadrati di pietra.
Le previsioni dicono che ad agosto arriverà anche la pioggia.
Può darsi. In fondo era così anche prima. Intanto, però, lasciateci almeno l’illusione di una sera sul mare senza controllare la temperatura percepita.
L’illusione di una passeggiata in montagna senza l’ansia dell’indice UV.
L’illusione di poter raccontare il cambiamento climatico senza vivere dentro un bollettino di guerra permanente.
Abbiamo bisogno di più scienza, non di meno, e di politiche pubbliche serie, non di consolazioni.
Ma abbiamo bisogno anche di continuare a stare al mondo e di non paralizzarci davanti a quel rosso inferno dei bollettini meteo.
Adoro il Pollino, ma per me l’estate rimane il mare.
Lucia Serino

