«LA VERITÀ PER NOI È GIÀ CHIARA»Oggi la sentenza di primo grado. A Cronache la presidente del Comitato ricordo delle vittime

«LA VERITÀ PER NOI È GIÀ CHIARA»

Genova di ferro e aria”, scriveva Giorgio Caproni nella Litania, il cantico in rima dedicato alla città che lo aveva adottato, alla città della sua anima.

E lo spiegava lui stesso: il ferro è quello dell’industria, l’aria è quella del mare, dell’infinito. Ma il 14 agosto del 2018 quell’unione si è trasformata in tragedia: il ferro – l’acciaio corroso degli stralli della pila 9 – ha ceduto e l’aria si è aperta completamente sotto il viadotto Polcevera, inghiottendo 43 persone nel letto del torrente. All’improvviso un rumore di vuoto.

Otto anni dopo, il tribunale di Genova pronuncia oggi la sentenza di primo grado di uno dei processi più intensi della storia giudiziaria italiana: 248 udienze, 282 testimoni, 12 terabyte di documenti e 57 imputati.

E proprio ieri l’attuale Ad di Aspi Arrigo Giana ha diffuso una lettera di scuse definendola «un’esigenza morale».

La replica del Comitato è stata durissima: «Sbigottiti, nemmeno Totò avrebbe immaginato un momento così poco opportuno».

Quando nelle ore di botta e risposta raggiungiamo telefonicamente Egle Possetti – che nel crollo ha perso la sorella Claudia, il cognato Andrea e i due nipotini Manuela e Camilla – il verdetto è ancora un’incognita. «Sono un po’ agitata – dice-. Domani è un giorno importante».

Come vive questa vigilia, dopo otto anni di attesa?

«Con apprensione e con emozione. Siamo alla sintesi di tanti anni di lavoro di tante persone: chi ha lavorato in procura, nelle indagini, in tribunale.

C’è anche un po’ del nostro lavoro, come comitato, una minima parte, un’emotività nel cuore incredibilmente alta.

Per noi la verità è chiarissima: ora deve diventare verità processuale, perché abbia un senso e un seguito».

C’è una domanda che ancora non ha trovato risposta?

«Sì, perché è successo. Non riesco ancora a capire come tante persone, passate nella gestione del ponte Morandi, non siano riuscite a intervenire prima.

C’è stata molta incompetenza. Non riesco a darmi pace per come si sia sottovalutata tanto e per tanto tempo la situazione».

Le scuse di Giana potevano arrivare in un momento giusto?

«In un momento diverso, sì! Ma nulla mai potrà ridarci quello che abbiamo perso e la scusa in sé è un atto di umiltà che deve essere accompagnato da un’azione.

Il ponte Morandi rimarrà per sempre per Autostrade come una macchia: chi arriva a gestire quel fardello dovrà dire in modo chiaro alle famiglie e allo Stato come intende lavorare e assicurare che nessuno perderà più la vita così come è accaduto quel fatidico 14 agosto.

Il “nuovo corso” così come è stato raccontato non mi convince: vogliamo conoscere il pia- no dettagliato di manutenzione.

Come cittadina vorrei sapere se si stanno facendo interventi strutturali o semplici tappabuchi».

LA CATENA DI COMANDO

Al centro dell’impianto accusatorio c’è la tesi del “profitto sopra la sicurezza”. Secondo la Procura, i vertici di Autostrade e della controllata Spea erano consapevoli del progressivo degrado strutturale della pila 9; ciò nonostante avrebbero rinviato gli interventi di manutenzione straordinaria per non intaccare i dividendi da distribuire alla holding.

Le condanne più pesanti colpiscono i vertici della concessionaria: per Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Aspi – già in carcere per una condanna a sei anni per la strage del viadotto di Acqualonga di Avellino – i pm hanno chiesto 18 anni e 6 mesi di reclusione.

Seguono Michele Donferri Mitelli, ex responsabile delle manutenzioni di Aspi (15 anni e 6 mesi), Gabriele Camomilla, direttore centrale manutenzioni (14 anni), Mauro Malgarini (13 anni e 6 mesi), Riccardo Mollo, ex direttore generale (12 anni e 8 mesi) e Paolo Berti (12 anni e 6 mesi); per Antonio Galatà, ex di Spea, la richiesta è di 7 anni.

Gli altri imputati sono tecnici delle due società e funzionari del ministero dei Trasporti, accusati di omessa vigilanza istituzionale.

 In questi anni di udienza c’è una frase di un imputato, di un giudice o di un testimone, rimasta come un chiodo fisso nella sua mente?

«Quella di Castellucci: “responsabile ma non colpevole”.

Se sono responsabile di un’infrastruttura e le cose non funzionano per mia negligenza nel controllo e nell’esecutività delle azioni necessarie, come faccio a non essere colpevole?».

Le difese sostengono la tesi del difetto di costruzione originario

«Non è la causa del crollo, né diretta, né indiretta.

Le cause furono la carenza di iniezione della malta e l’assenza di protezione dall’acqua per i primi quindici anni.

Quel difetto non si poteva diagnosticare, ma era ipotizzabile: gli stessi problemi erano già emersi nelle altre pile, poi ristrutturate.

Se ho tre elementi costruiti insieme e su due c’è un problema, perché il terzo non lo guardo per vent’anni? Non è accettabile».

A processo ci sono anche i dirigenti del ministero.

«I controllori si fidavano del con- trollato. Autostrade mandava rapporti a volte in fotocopia da un anno all’altro, e al ministero nessuno ha mai verificato che corrispondessero al vero.

Per questo speriamo in condanne su tutti e tre i filoni- Autostrade, Spea e ministero – calibrate sul ruolo e sulla responsabilità».

Oggi si potrà parlare di giustizia?

«L’importante è che le verità siano sancite. Questo è un Paese in cui è facile avere gli onori e molto difficile prendersi gli oneri.

E’ la prima sentenza che m

Cosa direbbe oggi a sua sorella e ai suoi nipoti?

«Tutto quello che ho fatto l’ho fatto per loro. Abbiamo cercato tutti noi, parenti delle vittime del crollo, di fare il più possibile per dare giustizia e dignità alla loro morte, perché non sia avvenuta invano.

Per me questo è importante».

Possiamo dire che il “Modello Genova” sta cambiando la cultura della sicurezza delle infrastrutture in Italia?

«Ci speriamo. Ma la ricostruzione veloce è stata una risposta estemporanea, in cui si sono by- passati molti controlli.

Il modello Genova, senza che nel tempo venga mantenuto e controllato, sarà nuovamente fallimentare».

Questa mattina alle 9:30, in Aula Magna, l’ultima udienza.

Poi i giudici Paolo Lepri, Ferdinando Baldini e Fulvio Polidori si chiuderanno in camera di consiglio e nel pomeriggio ci sarà la lettura della sentenza.

Così Genova scoprirà se il crollo del suo ponte resterà una fatalità ingegneristica o l’emblema di un disastro dell’incompetenza umana.

Tiziana Magrì

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com
error: Contentuti protetti