LA GALLO È INTOCCABILE
Il Provveditorato si è espresso. Non lo ha fatto a voce, ma con gli atti amministrativi e in spregio alle vicende contestate alla dirigente scolastica dell’istituto comprensivo ‘Sinisgalli’, alle sentenze del Tar, alle indagini della Procura e alle numerose testimonianze che hanno scoperchiato un vaso di Pandora in cui alcuni studenti fragili avrebbero subito angherie e soprusi.
Giovanna Gallo, che da venti anni siede alla scrivania della presidenza di quella scuola, non si tocca: resta lì dov’è perché così è stato deciso.
La mancata rotazione alla guida della Sinisgalli non è un dettaglio amministrativo, ma il segnale di una linea di continuità che lascia aperti tutti i nodi esplosi fino ad oggi.
Dopo settimane di polemiche, resta immutato un “sistema” che, almeno per ora, il Provveditorato ha scelto di non toccare.
Un nulla di fatto, per usare un termine calcistico in una decisione pesante come un autogol, e che rende intoccabile una dirigente che pure, ci dicono le carte sanitarie e gli atti amministrativi, avrebbe commesso gravi negligenze e presunti soprusi.
Quel posto, dunque, non si tocca almeno fino alla naturale scadenza del mandato, salvo ulteriori proroghe che potrebbero portarla direttamente al pensionamento nel 2031 nella «sua scuola» – come amerebbe dire su piú fronti.
Si chiude, dunque, per ora la partita degli spostamenti ma non si può chiudere affatto la ferita aperta nella comunità scolastica.
Una ferita che viene riaperta sotto un’altra forma: quella della responsabilità isti- tuzionale.
Perché quando un caso scuote così profondamente una scuola, quando investe diritti fondamentali di un minore e divide famiglie, docenti, sindacati e amministrazione, la scelta di non cambiare nulla finisce per essere essa stessa una scelta politica o dettata da sistemi che stanno ancora più in alto.
La vicenda del ragazzo autistico cacciato da scuola dopo la rottura accidentale di un’ampolla, ha già mostrato un quadro gravissimo in cui si sono susseguite diagnosi complesse, una relazione scolastica piena di episodi di aggressività, interventi sanitari, tensioni dentro e fuori l’aula, segnalazioni giudiziarie e un contenzioso amministrativo che ha acceso i riflettori su ciò che non ha funzionato nella gestione del caso.
A ciò si aggiungono anche profili di indagine della Procura per ipotesi di maltrattamenti e abuso dei mezzi di correzione oltre che un referto medico, di cui siamo entrati in possesso all’inizio della vicenda, per lesioni di circa due centimetri riscontrate dal medico certificatore e attribuibili a quanto accaduto nella fase di inter- vento sanitario a scuola.
Sono elementi che, se confermati negli atti, restituirebbero la misura di una vicenda che non può essere ridotta a un semplice scontro tra scuola e famiglia.
Ed è proprio qui che la mancata decisione del Provveditorato pesa di più, perché il problema non è soltanto se la dirigente doveva restare o meno, ma quale messaggio arrivi da una stabilità amministrativa che, in un contesto così compromesso, appare più come una blindatura che la volontà di mantenere gli equilibri. Se l’ufficio scolastico ha scelto di non intervenire, allora deve assumersi fino in fondo il costo di questa scelta: il costo di lasciare intatta una struttura che, agli occhi di molti, non è riuscita a prevenire, contenere o ricomporre la crisi.
La questione non riguarda solo la ‘Sinisgalli’ ma il modo in cui il Provveditorato concepisce la propria funzione quando una scuola entra in ‘zona rossa’.
In casi del genere non basta amministrare l’ordinario: serve dare un segnale di discontinuità, di attenzione, di presa in carico vera.
Se questo segnale non arriva, diventa inevitabile il sospetto che la macchina centrale preferisca proteggere la propria continuità anziché interrogarsi sugli errori. Il punto più delicato è proprio questo: la permanenza della dirigente, alla luce di tutto ciò che è accaduto, rischia di essere letta come un messaggio di autosufficienza e auticelebrazione del ‘sistema’.
Come se la scuola potesse andare avanti senza una revisione profonda delle sue modalità di gestione, senza un’assunzione di responsabilità, senza un cambio di passo sul piano della trasparenza e della prevenzione.
La scelta fatta dal Provveditore Anna Dell’Aquila può anche essere formalmente legittima, ma resta politicamente e moralmente esposta, perché la stabilità non è di per sé un valore se coincide con la rinuncia a intervenire su un contesto ormai compromesso.
Dalle nostre colonne abbiamo ricostruito una progressione precisa: dalla relazione scolastica di maggio che descriveva un ambiente già pesantemente segnato da crisi, aggressioni e interventi del 118, fino ai passaggi successivi in cui la scuola ha chiesto un riassetto del percorso educativo.
In mezzo c’è stato il contenzioso, la cautelare al Tar, la richiesta di rettifica e le reazioni sindacali. Ma resta un nodo che nessuna nota amministrativa può aggirare: la tutela concreta del minore non può essere separata dalla qualità delle decisioni assunte intorno a lui.
Ed è questo il vero punto cieco della vicenda. Non basta dire che la dirigente resta in carica.
Bisogna chiedersi quale sia oggi la capacità dell’amministrazione di prevenire nuovi conflitti, di proteggere gli alunni, di sostenere i docenti e di evitare che un caso già esploso si trasformi in un precedente normalizzato.
E qui si arriva alla parte più seria, quella che non conviene a nessuno ignorare. Se una vicenda così esplosiva non produce alcuna conseguenza, il rischio è che il precedente venga a ripetersi: oggi alla ‘Sinisgalli’, domani in un altro istituto, in Basilicata o altrove.
Stessi conflitti, stessa rigidità, stessa incapacità di intervenire prima che il danno si allarghi. Perché il vero pericolo non è solo ciò che è già accaduto.
È la possibilità concreta che, lasciando tutto com’è, si preparino le condizioni per nuovi episodi, nuove fratture, nuove emergenze scolastiche.
La stabilità amministrativa, in questa storia, non può diventare sinonimo di immobilismo.
Se il Provveditorato non è intervenuto, allora la domanda è a quale prezzo? Con quali garanzie per gli studenti fragili, per i docenti, per le famiglie?
Il ‘caso’ Sinisgalli resta il simbolo di una scuola che non ha sa- puto fermarsi prima di arrivare al punto di rottura.
Per questo la vera notizia non è soltanto che la dirigente Gallo resta alla ‘Sinisgalli’.
La vera notizia è che, nonostante tutto, il Provveditore ha scelto di non scegliere.
E quando il silenzio arriva dopo una vicenda così grave, il rischio non è la calma: è la ripetizione incontrollata.
Il ‘sistema’ almeno per ora ha preferito proteggere sé stesso.
E quando un’amministrazione scolastica si difende invece di correggersi, la scuola smette di essere presidio di inclusione e diventa terreno di rimozione.
È lì che nascono le ferite più profonde, ed è lì che possono maturare nuovi episodi, nella stessa scuola e in altre ancora.
Eliana Positano
