QUANDO L’AMERICA SAPEVA ANCORA RACCONTARSI

QUANDO L’AMERICA SAPEVA ANCORA RACCONTARSI

In questi giorni sto rileggendo The Fight di Norman Mailer. Non è la pri- ma volta che torno su questo libro, ma ogni rilettura è diversa.

I grandi libri fanno questo effetto: cambiano perché siamo cambiati noi. Restano identici nelle parole, mutano nel significato.

Oggi, forse più di ieri, The Fight non è soltanto il racconto della più celebre sfida di pugilato del Novecento.

È il ritratto di un’America che non c’è più.

Mailer apparteneva a quella generazione irripetibile di scrittori che ha costruito l’immaginario americano del secolo scorso. Due volte vincitore del Premio Pulitzer, protagonista del New Journalism insieme a Tom Wolfe e Truman Capote, possedeva un talento raro: trasformare la cronaca in letteratura senza tradirne la verità. Il suo racconto della notte del 30 ottobre 1974, quando a Kinshasa, nello Zaire, si affrontano Muhammad Ali e George Foreman, va molto oltre il pugilato.

Quello che il mondo ricorda come il “Rumble in the Jungle” diventa, nelle sue pagine, una metafora del Novecento.

Ali non è soltanto un campione.

È carisma allo stato puro.

È intelligenza, ironia, provocazione, parola. La sua boxe è quasi sensuale, fatta di ritmo, eleganza e imprevedibilità.

Foreman è il contrario: potente, essenziale, geometrico, resiliente, costruito come una macchina perfetta. Due uomini, due stili, due caratteri, due modi di stare al mondo. Mailer li osserva come uno scrittore, non come un cronista sportivo.

Cerca ciò che rappresentano, perché sa che ogni grande sfida racconta sempre qualcosa che va oltre il ring.

Chi ha vissuto il Novecento ricorda bene cosa significasse l’America in quegli anni. Era il secolo americano. Non solo perché gli Stati Uniti erano la prima potenza economica e militare del pianeta, ma perché producevano cultura come nessun altro Paese.

Le università, Hollywood, il jazz, il rock, la letteratura, il cinema, il giornalismo, la corsa alla Luna, la ricerca scientifica: tutto contribuiva a costruire un’idea dell’Occidente.

Persino le sue contraddizioni esercitavano fascino. Le proteste contro la guerra del Vietnam, il movimento per i diritti civili, gli assassinii di John Fitzgerald Kennedy e Martin Luther King, lo scandalo Watergate.

Gli Stati Uniti avevano la forza di mettersi in discussione senza rinnegare sé stessi. Era una nazione che litigava, ma parlava ancora una lingua comune.

Oggi quella lingua sembra essersi spezzata. Le immagini che arrivano dagli Stati Uniti raccontano un Paese socialmente scomposto, culturalmente diviso, incapace di riconoscersi in un patrimonio condiviso di valori.

Da una parte le grandi metropoli della finanza, della tecnologia e dell’economia globale; dall’altra l’America profonda delle contee rurali, delle periferie industriali impoverite, delle comunità che si sentono dimenticate.

L’America di Donald Trump non nasce dal nulla. È figlia di questo smarrimento. Il fenomeno MAGA non è soltanto una scelta politica.

È la richiesta di milioni di cittadini di tornare protagonisti di una storia che ritengono sia stata scritta da altri. Naturalmente sarebbe superficiale pensare che tutto si esaurisca in Trump.

Le radici della frattura sono molto più profonde.

La globalizzazione ha redistribuito ricchezza, ma anche disuguaglianze. Ha costruito nuove élite e nuovi esclusi. Ha moltiplicato le opportunità per alcuni e il senso di abbandono per molti altri. Ciò che colpisce, tuttavia, è un altro aspetto.

Gli Stati Uniti continuano a guidare il mondo nella tecnologia, nell’intelligenza artificiale, nella finanza e nell’innovazione.

Ma sembrano aver smarrito quella leadership culturale e morale che aveva caratterizzato il Novecento. Hanno conservato il potere, ma perso gran parte della loro capacità di ispirare.

Per questo, mentre torno a sfogliare le pagine di Mailer, provo una nostalgia che non riguarda soltanto un grande scrittore o una stagione irripetibile della letteratura americana.

È la nostalgia di un’epoca nella quale gli Stati Uniti esercitavano una leadership che non era fatta soltanto di portaerei, dollari o tecnologia. Era una leadership culturale.

Producevano idee prima ancora che ricchezza, immaginario prima ancora che potenza. Democrazia, libertà di pensiero e libera espressione dell’essere prima ancora che algoritmi.

Le loro università formavano le classi dirigenti del mondo, i loro giornalisti insegnavano un modo di raccontare la realtà, i loro scrittori contribuivano a spiegare la condizione umana.

Quell’America, naturalmente, aveva tutte le sue contraddizioni. Ma possedeva una straordinaria capacità di trasformare i propri conflitti in energia civile.

Aveva fiducia nella democrazia liberale come luogo del confronto, non della delegittimazione reciproca. Oggi quella fiducia sembra essersi consumata.

L’America progressista delle grandi città e delle coste guarda con diffidenza quella profonda delle campagne e delle piccole comunità. L’universo MAGA considera le élite culturali e finanziarie un corpo estraneo.

Non è più soltanto una divisione politica: è una frattura antropologica, quasi due nazioni che abitano lo stesso territorio senza più riconoscersi.

Sarebbe però un errore liquidare tutto come un’anomalia trumpiana.

Donald Trump è, semmai, il prodotto di una crisi che viene da lontano: la globalizzazione senza compensazioni sociali, la perdita del ceto medio, l’indebolimento dei corpi intermedi, il tramonto di quel patriottismo costituzionale che aveva accompagnato il secolo americano.

Forse è proprio qui che anche l’Europa dovrebbe interrogarsi. Per decenni abbiamo guardato agli Stati Uniti come al laboratorio dell’Occidente.

Oggi assistiamo alla difficoltà di tenere insieme libertà e coesione, mercato e giustizia sociale, diritti individuali e responsabilità collettiva.

Quando una società smette di condividere una memoria comune e un orizzonte di valori, la politica finisce inevitabilmente per ridursi a scontro identitario. È questa la sensazione che accompagna la rilettura di The Fight.

Mailer raccontava un incontro di pugilato, ma in realtà descriveva un Paese ancora convinto che il confronto producesse grandezza.

Oggi sembra prevalere la convinzione opposta: che ogni avversario sia un nemico da abbattere. Nel suo libro si legge l’indolenza delle giornate di fine estate, mentre l’America si preparava alla grande sfida.

La boxe celebra- va il suo mito irripetibile al tramonto di un periodo storico che sarebbe finito nell’imbuto controverso di un nuovo millennio.

Forse il vero rimpianto non è quello per l’America che fu.

È il rimpianto per un Occidente che aveva imparato a discutere senza smettere di riconoscersi.

Ed è questa, prima ancora della crisi economica o geopolitica, la sfida decisiva del nostro tempo.

Gianfranco Blasi

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