I PERSIANI, L’IRAN E LE NOTIZIE DI GUERRADal teatro grande di Pompei alla geopolitica del golfo Persico. Eschilo spiega ancora il presente

I PERSIANI, L’IRAN E LE NOTIZIE DI GUERRA

Ieri sono andata al Teatro Grande di Pompei a vedere “I Persiani” di Eschilo, nella regia del catalano Àlex Ollé, con Alessio Boni. Il tempo di riaccendere il telefonino e la cronaca aveva ripreso il sopravvento. Teheran annunciava ancora una volta la chiusura dello stretto di Hormuz.

Washington replicava che la rotta resta aperta e che il traffico commerciale continua, mentre chiedeva all’Iran un impegno pubblico a garantire la libertà di navigazione.

Intanto le compagnie di navigazione ricalcolavano le rotte, i premi assicurativi tornavano a salire e i mercati osservavano con attenzione uno dei passaggi marittimi più delicati del mondo. Un’altra battaglia di parole, destinata a produrre effetti ben oltre il Golfo Persico.

È difficile immaginare un luogo più lontano dal Golfo del Teatro Grande di Pompei. Eppure il passaggio dal teatro alle agenzie di stampa è stato sorprendentemente lineare.

“I Persiani” di Eschilo non possono spiegare gli iraniani di oggi, naturalmente.

Sarebbe una lettura intellettualmente troppo ardita. Ma il più antico testo politico del teatro occidentale sceglie un punto di osservazione che aiuta ancora a raccontare la guerra, oggi.

Eschilo aveva combattuto a Salamina. Avrebbe potuto celebrare la vittoria greca. Fa l’opposto.

Porta in scena la corte persiana. Racconta l’attesa delle notizie, il messaggero che annuncia la disfatta, la regina Atossa che comprende prima degli altri che il potere non è più quello di prima, il re sconfitto che torna senza esercito.

La guerra è già finita, ma il dramma comincia proprio allora. Sono le persone, con le loro paure, a occupare la scena molto più degli eserciti.

Oggi il confronto tra Iran e Stati Uniti si gioca contemporaneamente su più livelli.

C’è quello militare, fatto di basi, sistemi di difesa e presenza navale nel Golfo. C’è quello diplomatico, con gli alleati europei impegnati a evitare un’uteriore escalation e a mantenere aperti i canali del negoziato sul programma nucleare iraniano.

E poi c’è il livello della comunicazione, che spesso anticipa o accompagna le mosse sul campo.Lo stretto di Hormuz è il simbolo perfetto di questa doppia dimensione.

Da lì transita circa un quinto del petrolio commercializzato via mare nel mondo. Basta evocarne la chiusura perché si muovano prezzi dell’energia, mercati finanziari, assicurazioni marittime e strategie commerciali. Per questo Teheran insiste nel rivendicare la capacità di controllare il passaggio, mentre gli Stati Uniti ribadiscono che la navigazione non si è interrotta e che la libertà di transito sarà garantita.

La deterrenza passa anche attraverso le parole.

Quanto c’è di reale nelle minacce iraniane e quanto pesa la risposta americana? Quanto margine resta per una trattativa senza perdere credibilità davanti agli alleati e alle rispettive opinioni pubbliche?

Ogni comunicato entra nella partita diplomatica almeno quanto un movimento navale. Le guerre contemporanee si combattono anche così: con i missili, certo, ma anche con le dichiarazioni, le smentite, i messaggi destinati agli avversari, ai mercati e alle cancellerie.

Dietro questo rumore quotidiano restano però le persone che aspettano notizie e il vuoto che ogni guerra lascia dentro una società.

È questo che racconta Eschilo. Non la strategia militare, ma ciò che accade quando la politica entra nelle case.

Forse è questa la ragione per cui “I Persiani” continua a essere un testo politico e non soltanto un classico. Nei giorni scorsi Alessio Boni, che nello spettacolo interpreta Dario, ha osservato che il teatro non serve a distribuire risposte ma ad aprire domande.

Venticinque secoli dopo, mentre il lessico della guerra continua a riempire le agenzie di stampa, quelle domande restano ancora tutte lì.

Lucia Serino

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