IL PROGETTO DELLA SOCIETÀ PARALLELA PER RACCOGLIERE SEGRETI
Ottobre 2006. Nei sistemi di controspionaggio italiano c’è un dossier classificato riservatissimo: la caccia al nuovo capo della “linea N”, il dipartimento dell’intelligence estera russa che gestisce gli “illegali”, le spie infiltrate in Occidente sotto falsa identità.
Vent’anni dopo, quel file riemerge nel computer di un ex maresciallo dei carabinieri in pensione, insieme a liste di agenti britannici, elenco di italiani in contatto con Mosca e schede NATO SECRET.
È il punto di partenza di quello che l’ordinanza firmata dal Gip del tribunale di Roma, Rosaria De Lellis, descrive come un sistema ventennale di estrazione di dati segreti: gli accessi abusivi al sistema dell’Arma partono dal 2006 e, dal 2013, secondo l’accusa, diventano una collaborazione retribuita con Mosca.
Non un’operazione estemporanea né una svista recente, ma un vero mercimonio così consolidato che nei progetti degli indagati c’era persino la creazione di una società di copertura per lo “spionaggio” filo-russo.
Lunedì gli uomini del ROS, con il supporto del GIS (Gruppo d’Intervento Speciale), hanno eseguito la misura degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico nei confronti di Gavino Raoul Piras e Vincenzo Di Pasquale, entrambi di 59 anni, ex appartenenti ai servizi segreti italiani, ritenuti rispettivamente il perno della rete e una delle sue fonti.
Altri cinque risultano indagati a piede libero, tra cui quattro militari in servizio in incarichi ad alta riservatezza, e un settimo rimasto finora nell’ombra: Antonio Guerra, anch’egli ex agente segreto.
Secondo il Gip, il destinatario delle informazioni militari alle quali venivano svenduti i segreti militari era Mikhail Astakhov, ufficiale del GRU sotto copertura di addetto militare all’ambasciata russa di Roma, protetto dall’immunità diplomatica.
SPIAVANO DAL 2006
Il dettaglio più critico sul piano della sicurezza nazionale, formalizzato negli atti del Tribunale, riguarda la cronologia del tradimento.
L’attività illecita di Piras copre un arco temporale di vent’anni.
Nel suo computer, infettato dal ROS con un trojan/captatore informatico, gli inquirenti hanno recuperato file rubati nel biennio 2006/2007.
Tra i file cui l’ex maresciallo avrebbe avuto abusivamente accesso figurano documenti che coprono quindici anni di segreti.
Il più delicato è un dossier del 2006, classificato come “Riservatissimo”, sulla caccia al nuovo capo delle spie senza identità.
Ci sono poi “un elenco D” del 2007 con i nomi degli italiani sospettati di legami con l’intelligence di Mosca, schede ufficiali del GRU – una classificata NATO SECRET – e un file del 2016: una lista che riporta le generalità di decine di presunti agenti britannici, capaci di compromettere la sicurezza di un Paese alleato.
Tuttavia, per tutte le intrusioni informatiche compiute tra il 2006 e il 2020, è stata dichiarata la prescrizione o l’imminente prescrizione, poiché i fatti sono antecedenti alla nuova legge sui reati informatici del 2024.
A Piras si contesta l’accesso alle schede di due carabinieri del ROS selezionati per il controspionaggio.
IL BIGLIETTO CON LE RICHIESTE DI MOSCA
Dagli atti emergono anche episodi finora inediti. Come il biglietto di sette richieste informative – dagli attacchi alle strutture nucleari iraniane fino al quesito se l’Italia “aiuterà l’Ucraina a fabbricare missili a lungo raggio” – consegnato da Astakhov e fotografato dalla polizia giudiziaria il 6 settembre 2025, quando gli investigatori entrarono in casa di Piras per installare le microspie: uno scatto che il Gip qualifica come prova atipica pienamente utilizzabile.
Nei capi d’imputazione spuntano anche pagamenti, tra il 2020 e il 2022, “finalizzati a compensare e gestire fonti”, tra cui un certo “Gabriele” mai identificato.
TELEFONI NEL MICROONDE PER EVITARE I CONTROLLI
Le intercettazioni descrivono la paranoia operativa della cellula Piras.
Durante l’incontro del 13 marzo 2026 nel suo appartamento a Ladispoli, l’ex militare costringe il diplomatico russo a nascondere il proprio telefono nel forno a microonde spento, usandolo come isolante radio contro la sorveglianza dei servizi segreti italiani.
Nonostante la gravità dei dati ceduti, comprese le mappature degli alloggi dei militari italiani a Novo Selo (Bulgaria), i piani dei missili Aster e Grifo prodotti da Avio, e dettagli sul drone navale prodotto da Leonardo S.p.A., il movente era puramente economico.
QUATTROMILA EURO A CONSEGNA: IL BUSINESS DELLE INFORMAZIONI
Astakhov pagava una tariffa fissa di 4.000 euro in contanti a consegna.
Poco dopo un incontro, Piras viene intercettato da solo mentre conta i contanti e sbotta contro i russi: «In dodici anni migliaia di informazioni… non mi avanzano neanche i soldi per un caffè… poi vengo pure arrestato… ma voi siete dei poveracci».
In un altro colloquio del 9 ottobre 2025 la spia millanta persino spese di penetrare nelle mura Oltretevere: «Quando mi avete detto di andare avanti con il Vaticano… ho dovuto dare pure un obolo a Papa Francesco».
IL PROGETTO DELLA SOCIETÀ DI COPERTURA
La rete mirava a istituzionalizzarsi.
Durante un incontro intercettato, in un bar di via Bra, Piras e Di Pasquale pianificano la creazione di una simulata società di consulenza aziendale.
L’agenzia avrebbe dovuto operare come paravento legale per gestire lo spionaggio “asimmetrico” su commissione dei russi senza esporre il capofila («io non mi devo esporre, ce la fate voi a prendere queste informazioni?»).
E tra i sei coindagati viene fuori il nome di Guerra: l’ex agente si sarebbe procurato, rivelandole a Piras, notizie riservatissime riguardanti gli incarichi operativi e le dislocazioni geografiche segrete di due agenti AISE in servizio effettivo.
LA FALLA PIÙ DIFFICILE DA BLOCCARE: IL FATTORE UMANO
L’inchiesta ha messo in evidenza una grave vulnerabilità legata alla gestione delle reti del Ministero della Difesa: i militari indagati sfruttavano i loro badge di ingresso e il proprio ruolo per accedere a dati riservati; le informazioni, una volta visualizzate, per non lasciare traccia, non venivano stampate ma ricopiate su dispositivi esterni.
E poi c’è quella per la quale, al momento, non esistono innovazioni tecnologiche tali da recuperare la cosiddetta “falla del fattore umano”: l’infedeltà.
Tiziana Magrì

