LE PREFERENZE FANNO PAURA E IL QUIRINALE ANCORA DI PIÙ

LE PREFERENZE FANNO PAURA E IL QUIRINALE ANCORA DI PIÙ

La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”, scriveva Oriana Fallaci.

Non è un caso che Giorgia Meloni l’abbia più volte indicata come una delle figure intellettuali che più hanno inciso sulla sua formazione.

Al di là delle appartenenze politiche, la giornalista fiorentina aveva un tratto che oggi sembra diventato raro: non temeva il giudizio degli uomini liberi.

Credeva che la democrazia fosse anzitutto assunzione di responsabilità, confronto aperto, rischio della scelta.

È forse per questo che il dibattito sulla nuova legge elettorale appare così sorprendente. Si parla di riforme, di governabilità, di equilibrio istituzionale.

Poi, però, basta pronunciare una parola – preferenze – perché tutto rallenti, si complichi, si arresti. È singolare.

Perché le preferenze rappresentano probabilmente l’istituto che più di ogni altro restituisce al cittadino il potere di scegliere chi lo rappresenterà.

Non soltanto un simbolo di partito, ma una persona. Un volto. Una storia.

Una responsabilità. Un territorio. Eppure è proprio questo che sembra spaventare una parte significativa della politica.

Non soltanto la maggioranza, che pure ap- pare prudente sul tema, ma anche un’opposizione che, al netto delle dichiarazioni di principio, non sembra manifestare una particolare nostalgia per un sistema nel quale il consenso personale torni a contare davvero.

La diffidenza verso le preferenze non è un dettaglio tecnico. È un problema di qualità democratica.

Significa accettare che siano le segreterie dei partiti a decidere chi entrerà nelle istituzioni, riducendo il rapporto diretto tra elettori ed eletti.

Significa continuare a privilegiare la cooptazione rispetto alla rappresentanza. Significa, in fondo, avere poca fiducia nella maturità degli italiani.

Naturalmente le preferenze non sono la soluzione di ogni male. Hanno avuto anche pagine controverse nella storia repubblicana.

Ma eliminarle non ha prodotto una politica migliore. Ha prodotto parlamentari più dipendenti dai vertici dei partiti e meno responsabili nei confronti dei cittadini.

Una democrazia liberale dovrebbe avere meno paura del giudizio popolare, non di più. Ma il vero sguardo lungo riguarda un’altra questione.

Il Quirinale. Da tempo si avverte una certa inquietudine all’idea che, alla scadenza del mandato di Sergio Mattarella, possa essere eletto un Presidente della Repubblica proveniente dall’area del centrodestra e, più precisamente, della destra democratica. È una preoccupazione che sorprende.

La storia della Repubblica dimostra che il Colle non è mai stato patrimonio esclusivo di una cultura politica. L’Italia ha avuto Presidenti provenienti da tradizioni diverse, capaci di interpretare il proprio ruolo con equilibrio istituzionale.

Luigi Einaudi, liberale, resta uno dei grandi riferimenti della nostra storia repubblicana.

Giovanni Leone, espressione della parte meno sociale della Democrazia Cristiana, rappresentò un’altra stagione politica del Paese. Nessuno pensò che la loro appartenenza culturale fosse incompatibile con la funzione di garante della Costituzione.

Perché dovrebbe esserlo oggi? La risposta, probabilmente, non riguarda il Quirinale. Riguarda Giorgia Meloni. La vera inquietudine di una parte della sinistra sembra essere un’altra: immaginare che la leader che ha già infranto il soffitto di cristallo diventando la prima donna a Palazzo Chigi possa completare il proprio percorso politico salendo un giorno al Colle, dopo aver guidato uno dei governi più longevi della storia repubblicana.

È questa prospettiva, più ancora del profilo del futuro Presidente, a generare un’evidente ossessione politica. Naturalmente sarà il Parlamento, insieme ai delegati regionali, a scegliere il Capo dello Stato secondo le regole della Costituzione.

E nessuno può oggi prevedere chi sarà eletto. Ma in una democrazia ma- tura dovrebbe essere considerata normale l’alternanza delle culture politiche anche nelle più alte istituzioni della Repubblica.

Ciò che conta non è la provenienza ideologica, bensì il rispetto della Costi- tuzione, l’equilibrio istituzionale e la capacità di rappresentare l’unità nazionale.

Allo stesso modo, una politica che teme le preferenze e considera eccezionale che anche la destra democratica possa esprimere un Presidente della Repubblica finisce per trasmettere un messaggio poco rassicurante: la fiducia nella democrazia vale soltanto quando produce risultati graditi.

La democrazia, invece, vive proprio dell’opposto. Vive della libertà di scegliere, della responsabilità degli elettori e dell’alternanza.

Quando si comincia ad avere paura di tutto questo, il problema non è il sistema elettorale. È la politica..

Gianfranco Blasi

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