FAIDA DEL GARGANO: ARRESTATI I KILLER DELLE LUPARE BIANCHE
A poche ore dall’ultimo, efferato omicidio a Vieste, mentre sui monti del Gargano torna a risuonare il piombo, la Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Bari e i carabinieri del ROS nelle prime ore di ieri mettono a segno un durissimo colpo contro le cosche foggiane più temute, i Romito-Lombardi-Ricucci – noto anche come gruppo Lombardi-Scirpoli-La Torre di Manfredonia e Mattinata, a cui appartengono i principali arrestati; e il clan Li Bergolis – storici rivali nella sanguinosa faida della Daunia.
Nove arresti alle prime luci dell’alba di ieri, per tre omicidi di cui due “lupara bianca”, a riprova che la guerra di mafia in terra di Capitanata è tutt’altro che chiusa.
Il provvedimento restrittivo emesso dal GIP del Tribunale di Bari ha colpito figure apicali della rete criminale garganica: Matteo Lombardi, Pietro La Torre, Francesco Scirpoli, Giuseppe Lorusso, Michele Silvestri e Luciano De Filippo.
Insieme a loro l’ordinanza ha raggiunto i collaboratori di giustizia Antonio Quitadamo, Andrea Quitadamo e Francesco Notarangelo, le cui rivelazioni sono state fondamentali per ricostruire la strategia di terrore attuata tra Manfredonia, Mattinata e Monte Sant’Angelo, tra il 2011 e il 2016.
Gli indagati devono rispondere, a vario titolo, di gravissime accuse.
Nei capi d’imputazione il GIP cristallizza il movente di fondo: i delitti furono commessi «al fine di agevolare l’attività dell’associazione di tipo mafioso», nell’ambito «della violenta guerra di mafia», con la fazione avversa «mirante ad acquisire il monopolio della gestione e del commercio degli stupefacenti».
Al termine della conferenza stampa a Bari, il procuratore aggiunto e coordinatore della DDA, Giuseppe Gatti, ha rilasciato dichiarazioni che inquadrano perfettamente la spietatezza del sodalizio criminale: «Una mafia che non si limita a farsi la guerra, una mafia che impone il controllo del territorio, annichilendo la comunità e facendo ricorso all’esercizio indiscriminato, generalizzato e spregiudicato della violenza.
Sono omicidi che segnano il brand operativo della mafia garganica, a cui non basta cancellare una vita, ma bisogna cancellare la memoria di quella vita.
Due di questi omicidi sono lupare bianche. La dinamica di espansione egemonica della mafia garganica, nel momento in cui ha sempre più coinvolto persone estranee ai circuiti associativi fino a colpire innocenti, ha suscitato quella dimensione di reazione che da tanto si aspettava. Lo Stato ha reagito».
I LUOGHI E LA RICOSTRUZIONE DEI FATTI
Le indagini dei carabinieri hanno svelato i contorni drammatici del- le lupare bianche che per anni hanno alimentato il clima di omertà.
Il blitz dei ROS fa luce sulla sparizione del 41enne Francesco Li Bergolis (avvenuta nel 2011) e del 29enne Francesco Armiento (nel 2016).
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Li Bergolis, che lavorava come allevatore di bestiame a Monte Sant’Angelo, venne attirato in un’imboscata mortale in località Tagliata, nell’agro di Manfredonia, dove la sua auto venne poi ritrovata. La sua unica colpa fu quel- la di portare un cognome pesante.
Pur non facendo parte dell’operatività del clan omonimo, fu eliminato per ritorsione trasversale contro la famiglia rivale.
L’ordinanza riporta nel dettaglio la trappola, si legge che gli indagati: «lo colpivano ripetutamente con calci, pugni e diversi oggetti contundenti chiedendo informazione sulle azioni criminali sul clan Li Bergolis fino a provocargli la morte».
Un omicidio commesso, secondo l’accusa: «con premeditazione, per motivi abbietti e con crudeltà».
Per quanto riguarda Armiento, che svolgeva l’attività di parcheggiatore a Mattinatella, il giovane fu attirato con un tranello a Mattinata, condotto in una zona boschiva del Gargano, torturato e infine sepolto sotto terra per occultarne i resti.
I clan decisero di farlo sparire perché considerato un testimone scomodo, avendo assistito al feroce assassinio di un suo caro amico.
Per il PM Gatti l’occultamento di cadaveri in questi luoghi risponde a un preciso rituale mafioso: negare un corpo e una tomba non serve solo a eludere le indagini, ma mira a eliminare del tutto la vittima dalla memoria collettiva.
Il blitz di ieri risolve anche il terzo delitto, quello di Ivan Rosa av- venuto nel 2014, con il rituale tipico dei clan foggiani.
I sicari si appostarono lungo la strada rurale di Bosco Quarto, aprendo il fuoco contro la sua vettura con fucili calibro 12 e pistole.
Dopo aver speronato l’auto facendola finire fuori strada al termine di un inseguimento, i killer si avvicinarono ed esplosero il colpo di grazia con un fucile a canne mozze direttamente sul volto.
Una firma simbolo della mafia garganica, che mira alla cancellazione dei connotati della vittima.
LE ACCUSE
Undici capi d’imputazione. Il più grave è l’omicidio pluriaggravato di Francesco Li Bergolis.
Al capo 3 dell’ordinanza la lupara bianca: quattro indagati «al fine di non far ritrovare i resti sopprimevano il cadavere di Li Bergolis gettando il corpo in una fossa…due fucili calibro 12 e due pistole che detevano illegalmente», e l’incendio della vettura usata per il sequestro.
L’OMBRA DELLA VENDETTA
Il recente omicidio di Antonello Scirpoli, noto negli ambienti malavitosi con il soprannome di “Musulim”, consumato lungo la carreggiata stradale in località Defensola a Vieste la sera di venerdì 3 luglio scorso, dimostra che la resa dei conti interna resta il motore della violenza militare di conquista.
La vittima era un pregiudicato di 35 anni inserito a pieno titolo nei circuiti della cri- minalità organizzata di Vieste, a differenza dei profili estranei, ma legati da un filo di Li Bergolis e Armiento.
Ritenuto dagli investigatori un fiancheggiatore del gruppo criminale facente capo al boss pentito Marco Raduano, Scirpoli era stato condannato nel dicembre 2022 per aver favorito la latitanza di Gianluigi Troiano, braccio destro di Raduano; entrambi arrestati nel 2024 rispettivamente in Spagna e in Corsica, hanno poi deciso di collaborare con la giustizia.
A poche ore dal blitz contro i clan arriva la morte del loro aiutante, freddato con colpi di fucile mentre era in sella al suo scooter.
LA FAIDA INTERNA
Questa escalation si inserisce in un quadro ancora più ampio denunciato dalla DDA: l’espansione egemonica di una mafia che, oltre a regolare i conti interni, ha progressivamente valicato i con- fini storici arrivando a colpire anche soggetti del tutto estranei e vittime innocenti.
La sanguinosa scia di sangue è lo strumento con cui la mafia garganica ribadisce la sua presenza sul territorio e punta al monopolio assoluto delle principali risorse economiche della Capitanata.
Le carte processuali del maxi-processo “Omnia nostra” e le costanti relazioni della DDA delineano come il core business dei clan del Gargano abbia superato i confini della criminalità ordinaria.
Oltre al traffico internazionale di stupefacenti e alla detenzione di armi da guerra, l’inchiesta documenta un capillare controllo egemonico del mercato ittico e della commercializzazione del pesce lungo tutta l’area costiera.
A questo si affiancano le truffe agro-pastorali ai danni dell’Unione Europea, l’imposizione del pizzo a tappeto e la gestione dei servizi di security e di guardiania presso strutture ricettive.
Ma il vero pilastro su cui la Quarta Mafia scarica i proventi del narcotraffico è diventata l’infiltrazione strategica nel turismo.
In molti casi, la mafia non si limita a chiedere la tangente, ma entra direttamente nelle proprietà di hotel, villaggi turistici, b&b e ristoranti.
E lo fa sfruttando le difficoltà economiche degli imprenditori.
Tiziana Magrì

