BERLINO, IL VERTICE E5 E LA SFIDA DELLA SOVRANITÀ UE

BERLINO, IL VERTICE E5 E LA SFIDA DELLA SOVRANITÀ UE

L’Europa deve assumersi le proprie responsabilità in termini di difesa e sicurezza».

È ormai un refrain che la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non manca di ripetere in ogni occasione.

Lo ha fatto anche l’altro ieri a Berlino, alla Cancelleria, dove Friedrich Merz ha ospitato il formato E5, ovvero i capi di governo di Germania, Francia, Italia, Polonia e Gran Bretagna, i cinque paesi europei militarmente più forti.

Pur con sfumature diverse a seconda dei singoli Stati, l’impressione è che nel Vecchio Continente stia maturando una nuova consapevolezza.

Le varie crisi geopolitiche in atto nel pianeta, a cominciare da quella Ucraina, la fine della globalizzazione e, soprattutto, l’”effetto Trump”, ovvero la brutale retorica del presidente USA che non manca di esprimere, ogni volta che gli è possibile, la sua insofferenza nei confronti degli alleati europei, stanno costringendo le classi dirigenti al di qua dell’Atlantico a comprendere che ormai non è più procrastinabile l’esigenza di dotare l’UE di una soggettività politica piena.

Un percorso non facile, che inevitabilmente dovrà passare per una revisione complessiva degli assetti istituzionali dell’Unione, magari superando luoghi comuni e visioni ormai datate, a cominciare da quel federalismo astratto, di matrice più o meno spinelliana, che negli ultimi trent’anni ha prodotto soltanto una burocrazia elefantiaca e tanto rancore in milioni di cittadini.

Per farlo occorreranno creatività e coraggio in misura ragguardevole, ma non accettare la sfida significherebbe tornare progressivamente a una pericolosa competizione intraeuropea.

Alcune sfide relativamente minori, ma straordinariamente importanti, vanno però affrontate immediatamente: da una parte occorre tempestivamente colmare i vuoti in ambito militare che il progressivo disimpegno americano sta lasciando, dall’altro bisogna rilanciare una politica industriale al passo con i tempi.

Sono questioni su cui si dibatte già da alcuni anni e che il paper sulla Competitività di Mario Draghi a sistematizzato, ma sulle quali adesso occorre agire, possibilmente superando alcune storture ideologiche presenti nella riflessione draghiana, dovute più a riflessi condizionati che a reali convinzioni, come appunto la vulgata federalista e l’utopia cosiddetta “green”.

Certamente il primo nodo da sciogliere riguarda il conflitto ucraino. Una sua soluzione va trovata il più rapidamente possibile, anche perché esso ormai pesa in larga misura sulle spalle dei paesi europei, da quando Washington ha deciso di sfilarsi, in particolare dal punto di vista finanziario, dal sostegno a Kiev.

Proprio quest’ultimo fattore consente oggi all’Europa di porsi come protagonista di un realistico percorso di pace.

Sembra averlo capito pienamente il cancelliere tedesco che non a caso ha invitato Vladimir Putin a sedersi al tavolo dei negoziati, proprio nel giorno in cui il capo della diplomazia russa Lavrov ha accusato gli Stati Uniti di aver disatteso gli impegni assunti ad Anchorage.

E lo ha ribadito ieri ad Antibes Giorgia Meloni, che al termine del vertice italo-francese ha affermato: «C’è spazio per un ruolo UE in un negoziato di pace».

E’ cosi. Sostenendo lo sforzo bellico ucraino da sola in questi mesi, l’Europa ha guadagnato questo ruolo.

Proprio questo conflitto che ha mandato all’aria gli assetti su cui si è fondata l’economia del Vecchio Continente nei primi due decenni del XXI secolo, potrebbe rappresentare oggi l’atto di nascita di una nuova Europa, protagonista nello scenario internazionale.

Questo obiettivo, inevitabilmente, ha dei costi.

Il primo è rappresentato dalle garanzie di sicurezza che l’Ucraina invoca a salvaguardia della propria sovranità.

Il grande tema del suo ingresso nell’Unione si pone in questa logica. Probabilmente Mosca lo accetterebbe più facilmente di un ingresso nella NATO, forse pretendendo ancora qualche rinuncia territoriale, ma inferiore a quelle rivendicate in Alaska.

Anche per noi europei avere la possibilità di poter incidere nelle dinamiche politiche di un paese ormai armato fino ai denti – i cui confini si trovano a poche centinaia di kilometri da Varsavia, Berlino, Budapest e Bucarest – non sarebbe un elemento trascurabile.

Il problema è che l’Ucraina “pesa”: peserebbe sul- l’agricoltura e sui bilanci degli altri paesi europei che dovrebbero sostenerne finanziariamente la ricostruzione ed anche la trasformazione degli as- setti politico-istituzionali.

E peserebbe geopoliticamente: non a caso proprio l’Italia ha posto contestualmente il tema dell’ingresso dei paesi balcanici nell’Unione.

Non sarebbe accettabile tenere l’Ucraina dentro e la Serbia o l’Albania ancora sul- l’uscio delle porte di Bruxelles.

E qui torniamo a Berlino. E’ infatti la Germania che dovrebbe assumersi gli onori e gli oneri di una leadership continentale, caricandosi il prezzo da pagare per trovare un equilibrio tra i vari interessi contrapposti degli altri partner.

Eppure la foto del “delegato europeo” che firma una pace giusta e duratura con il presidente russo varrebbe questo prezzo.

Alessandro Sansoni

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