«VOGLIO DIVORZIARE» SPUNTA IL MOVENTE
Non è un “delitto d’impeto”. Né la violenza silenziosa di una coltellata o quella rumorosa di un colpo di pistola a spezzare la vita di Antonella De Ielsi e della figlia Sara De Vita.
Il caso di Pietracatella, piccolo centro in provincia di Campobasso, si conferma uno degli episodi di cronaca nera più inquietanti degli ultimi anni: un omicidio silenzioso, avvenuto tra le mura domestiche tramite l’uso della ricina. Una tossina letale capace di annientare gli organi vitali in pochi giorni.
Nel silenzio più assordante. A mesi di distanza, l’inchiesta coordinata dalla Procura di Larino e condotta sul campo dalla Squadra Mobile di Campobasso sta vivendo una profonda metamorfosi. Abbiamo cercato di raggiungere direttamente il dirigente dell’ufficio investigativo, il vice questore Marco Graziano, per raccogliere elementi su questa improvvisa accelerazione nelle indagini, ma da parte sua e dei suoi uomini viene mantenuto il massimo riserbo sul caso.
Potrebbero essere vicini a chiudere il caso dell’omicidio di Antonella e Sara, avvelenate con la ricina. Al centro degli approfondimenti investigativi c’è ora il rapporto tra Antonella De Ielsi e il marito Gianni Di Vita, superstite insieme all’altra figlia della coppia.
Quella che fino a ieri appariva come una famiglia modello, perfetta e priva di ombre, nascondeva una profonda rottura coniugale.
LE CHAT DELLA VERITÀ SMENTISCONO LA VERITÀ
La chiave di svolta sarebbe emersa dalle analisi dei dispositivi elettronici effettuati dallo SCO (Servizio Centrale Operativo): le chat di WhatsApp hanno smentito del tutto la narrazione di una vita serena.
Una testimone, un’amica intima della vittima, è stata indagata per favoreggiamento: avrebbe infatti mentito agli inquirenti in tre diverse occasioni, omettendo le confidenze ricevute proprio da Antonella. «Voglio divorziare»: sono queste le parole che, intercettate nelle conversazioni digitali, irrompono come parole sulla possibile matrice del duplice omicidio.
LA MANO DEL KILLER
L’ipotesi degli inquirenti è che la ricina non sia stata usata solo per uccidere, ma per inscenare una tragica fatalità, preservando così un’immagine pubblica coerente con quello che si pensava di loro.
Davanti a una dinamica così spietata, unicum nel suo genere, l’opinione pubblica fa fatica a trovare un senso logico.
Eppure, la cronaca insegna che, in contesti in cui il controllo e l’apparenza prevalgono su ogni cosa, la richiesta di una separazione può intollerabile, tanto da trasformare in un fattore di innesco devastante, L’inchiesta di Pietracatella ora prosegue in salita, si è alle battute finale prima di rinvii a giudizio: un braccio di ferro contro il muro del silenzio di una comunità che, per mesi ha preferito negare l’evidenzia, e che la pressione mediatica potrebbe essere da catalizzatore per conoscere la verità su quella che si preannuncia come una delle pagine più buie della storia locale.
Tiziana Magrì

