RMI E TIS: «LA BASILICATA IMPARI DALLA CALABRIA»

I lavoratori chiedono stabilizzazione:  «Non pretendiamo favoritismi, ma un riconoscimento legale»

«Lavoro e dignità: la Basilicata impari dalla Calabria come stabilizzare gli RMI e TIS» sono le parole del presidio che presso la Regione Basilicata rivendica i diritti della platea dei lavoratori.

​«Non prendiamo lezioni da una regione dove la meritocrazia è solo sulle carte e i posti concorsuali sono solo per pochi intimi -dichiarano-

​Esiste una narrazione tossica, spesso alimentata da una parte della politica e dell’opinione pubblica, secondo cui i lavoratori dei bacini RMI (Reddito Minimo di Inserimento) e TIS (Tirocini di Inclusione Sociale) sarebbero fruitori di “assistenzialismo” o soggetti in cerca di scorciatoie e favoritismi.

C’è chi, persino nelle aule istituzionali, continua a sventolare la bandiera del “concorso pubblico tradizionale con prova scritta e orale” come unico faro di legalità – e proseguono- Bisogna essere chiari: questa posizione è totalmente fuori dalla realtà.

​Qui parliamo di persone che hanno alle spalle dieci anni di gavetta vera, spesso iniziata in condizioni di estrema precarietà e senza tutele economiche o previdenziali, ma che nonostante tutto hanno mandato avanti uffici, manutenzioni e servizi essenziali nei nostri Comuni.

​C’è un dato economico inconfutabile che la politica finge di non vedere: attraverso il nostro lavoro quotidiano, noi beneficiari della platea ex RMI e TIS facciamo risparmiare una quantità enorme di denaro pubblico agli enti locali.

Svolgiamo mansioni cruciali che, se dovessero essere appaltate a ditte esterne o coperte con nuove assunzioni a prezzo di mercato, costerebbero alle casse dello Stato il triplo.

Non siamo un costo -sottolineano- siamo una risorsa che ha permesso e permette ai Comuni il contenimento della spesa pubblica, garantendo standard di servizi che altrimenti crollerebbero.

​Dopo un decennio di esperienza sul campo, il concorso lo abbiamo ampiamente superato ogni singolo giorno, lavorando sul serio e garantendo il funzionamento della macchina pubblica.

Chiedere la stabilizzazione -concludono- non significa pretendere un favoritismo: significa esigere dignità e il riconoscimento legale del lavoro già svolto».

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