CAMPO LARGO URNE STRETTE
Ci avevano creduto. Forse più di tutti ci aveva creduto Elly Schlein, che del cosiddetto “campo largo” ha fatto la cifra politica della sua leadership e il perno della strategia con cui provare a contendere il governo del Paese al centrodestra.
Eppure la tanto annunciata “spallata” non c’è stata. Le elezioni amministrative delle ultime settimane consegnano un quadro assai diverso da quello immaginato da una parte dell’opposizione: non il tramonto della maggioranza di go- verno, ma la conferma di una sostanziale tenuta del centrodestra, persino in contesti dove alla vigilia molti osservatori pronosticavano difficoltà.
Il dato politico più significativo è proprio questo. A un anno dalle elezioni politiche, il centrodestra continua a dimostrare una capacità competitiva che va oltre i sondaggi e le narrazioni mediatiche.
Le vittorie al primo turno nei comuni più simbolici, come Venezia e Reggio Calabria, e i successi nei ballottaggi, con la conquista di Lecco ai danni del Partito Democratico e le affermazioni ad Arezzo, Macerata e Vigevano, raccontano una realtà più solida di quanto molti fossero disposti ad ammettere. Particolarmente significativa è la vicenda di Vigevano.
Qui il generale Roberto Vannacci aveva investito capitale politico e visibilità personale nel tentativo di mettere in difficoltà il centrodestra tradizionale.
Il risultato finale dimostra però che, almeno per ora, l’elettorato conservatore continua a riconoscersi maggiormente nelle forze che sostengono il governo nazionale piuttosto che nelle spinte centrifughe o nelle tentazioni di rottura.
L’opposizione aveva letto l’esito del referendum di marzo come l’inizio di una nuova fase politica. Il successo del “No”, accompagnato da una forte mobilitazione di settori della sinistra radicale e da quella retorica identitaria che molti hanno definito della “Generazione Gaza”, era stato interpretato come il segnale di una crescente insofferenza verso il governo Meloni.
Da qui l’idea che le amministrative potessero trasformarsi in una sorta di referendum politico nazionale.
È stato probabilmente questo il principale errore di valutazione. Le elezioni amministrative hanno una loro autonomia, premiano candidature, radicamento territoriale, credibilità amministrativa. Ma soprattut- to puniscono chi attribuisce loro un significato sproporzionato.
Quando Elly Schlein, da Venezia, proclamò che da lì sarebbe partita l’offensiva per “mandare a casa Meloni”, trasformò una competizione locale in una sfida simbolica nazionale.
Le urne hanno restituito quell’enfasi sotto forma di boomerang politico. Naturalmente il centrosinistra non esce sconfitto ovunque.
Le vittorie ad Agrigento, Chieti e Trani rappresentano risultati reali e meritano di essere riconosciute. Tuttavia appare eccessivo trasformarle nella prova generale di una futura vittoria nazionale.
Basti pensare proprio ad Agrigento, dove il successo è maturato attorno a una figura politica proveniente dall’esperienza grillina più movimentista e giustizialista, vicina alle posizioni di Alessandro Di Battista.
Difficile considerarlo un trionfo del “campo largo” nel senso immaginato dai vertici del Partito Democratico. Le urne raccontano dunque un Paese più equilibrato e contendibile di quanto sostengano sia gli ottimisti della maggioranza sia quelli dell’opposizione.
La distanza tra i due schieramenti resta ridotta. Nessuno può considerarsi al sicuro e nessuno può immaginare scorciatoie.
Tuttavia emerge un elemento che la sinistra farebbe bene a non sottovalutare: il centrodestra continua a possedere una base elettorale fedele che si mobilita quando percepisce in gioco temi identitari e questioni economiche che toccano direttamente famiglie, imprese e ceto medio. In questo quadro resta aperta la questione Vannacci. Il fenomeno non può essere liquidato come una semplice parentesi.
Esso rappresenta una sensibilità culturale e politica presente nell’elettorato conservatore.
Per Giorgia Meloni si apre una riflessione strategica non semplice: integrare questa componente, contenerla oppure mantenerla in una posizione autonoma ma non conflittuale.
È un nodo che accompagnerà inevitabilmente il centro- destra nei prossimi mesi.
Sul fronte opposto, invece, iniziano già ad affacciarsi temi che potrebbero diventare divisivi. La discussione su una patrimoniale, sulle imposte immobiliari e sulla revisione del catasto torna periodicamente nel dibattito del centrosinistra e rischia di alimentare la tradizionale diffidenza di ampi settori dell’elettorato moderato.
Non si tratta necessariamente di proposte destinate a entrare in un programma di governo, ma la loro sola evocazione offre al centrodestra un terreno favorevole per riproporre il tema del “voto utile” contro una politica percepita come incline all’aumento della pressione fiscale.
Da qui al 2027 mancano ancora molti mesi e la politica italiana ha dimostrato più volte di saper cambiare rapidamente scenario.
Tuttavia una prima indicazione emerge con chiarezza: il centrodestra non è affatto in disarmo e il campo largo non è ancora diventato quella macchina da vittoria che alcuni immaginavano.
Le amministrative non hanno incoronato vincitori definitivi, ma hanno smontato una previsione. La spallata annunciata non c’è stata.
E quando la politica costruisce aspettative troppo alte, il rischio è che il risultato reale, anche appena negativo, finisca per assomigliare a una sconfitta.
Gianfranco Blasi

