È GIUSTO INFORMARE

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV IN SPAGNA (6-12 GIUGNO 2026) REPORT DA BARCELLONA 9~10 GIUGNO 2026

Il quartiere Raval a Barcellona, volto dell’emarginazione che il turismo non vede
Barcellona, reportage al quartiere Raval dove il Papa incontra le organizzazioni caritative
https://youtu.be/qkq-9H5T3EA?si=K0od9nYQw1dNVqSX
È una delle zone più problematiche della città catalana, dove si concentra un alto tasso di persone immigrate in condizioni di estrema povertà. Visita a Casa Betania, della Caritas, per il reinserimento sociale delle donne in carcere e colloquio con suor Jordan, che con la Fondazione Amaranta si occupa delle vittime di tratta e che il 10 giugno offrirà al Papa la sua testimonianza: “È un impulso importante che Leone si immerga nei margini di questa città”
Antonella Palermo – Inviata a Barcellona
A pochi metri dall’eleganza dei palazzi modernisti, imboccata una traversa della rambla, si entra nel barrio del Raval, lo spaccato di una umanità che si trascina ai margini, vive di espedienti, in uno stato di povertà ed esclusione sociale. È una delle zone più multiculturali con molte persone immigrate, soprattutto dall’America Latina, dalle Filippine e dal Pakistan. È qui che la Chiesa si fa prossimo, con varie iniziative di sostegno. Ed è proprio qui, nella chiesa di San Agustí, che il Papa agostiniano incontrerà nel pomeriggio del 10 giugno le realtà di carità e assistenza diocesane.
La Chiesa a Barcellona, hospital de campaña
Un’espressione molto viva a Barcellona, riferita all’opera della Chiesa, è hospital de campaña [ospedale da campo], di bergogliana memoria. È infatti spiccata la sua connotazione fortemente sociale che si manifesta generalmente nelle forme di ascolto e accompagnamento degli ‘scartati’. Il benessere diffuso e la vitalità catalana spesso nascondono un volto diverso: “L’80 per cento delle persone che assistiamo vive con tutta la famiglia in una stanza, in un appartamento condiviso. Sono persone che incontriamo nei negozi aperti 24 ore su 24, che puliscono le case o si prendono cura degli anziani, che non hanno contratti di lavoro in regola e che vivono al di sotto della soglia di povertà”, racconta Eduard Sala, direttore della Caritas diocesana. È il rostro [volto] che il turismo non vede.
Suor Jordan, “libertà e dignità umana sono diritti”
È il volto di chi arriva da altri paesi per cercare nuove opportunità di vita, in fuga da situazioni di violenza e conflitti, e che si ritrova nell’abbandono assoluto. “Li rendiamo invisibili perché ci danno anche fastidio”, dice suor Encarna Jordan, coordinatrice, per la Fondazione Amaranta, del progetto sociale a favore delle donne vittima di tratta e di e in situazioni di vulnerabilità. Porterà la sua testimonianza al Papa, frutto di un servizio iniziato nel 2002 per aiutare queste persone a far valere i propri diritti. “Offriamo un’accoglienza in modo integrale, di fronte a un mondo che a volte si chiude così tanto, che è così frammentato e che mostra anche tanto razzismo nella nostra città”. Perché “la dignità e la libertà sono diritti, non sono in discussione”, scandisce la religiosa, preoccupata e indignata perché per tante, troppe persone non è per nulla facile riprendersi, ritrovare fiducia in se stesse: “è un processo lungo e costoso”.
“Importante che il Papa si immerga nei margini della città”
“Mi ricordo di una donna che credo sia stata trattata talmente come un oggetto da dimenticare chi fosse, letteralmente. Ci è voluto parecchio tempo prima di poter recuperare la propria biografia, chi fosse la sua famiglia, come fosse arrivata qui. E ci è voluto molto dolore, ma anche molta pazienza e dedizione da parte di tutto il team che le sostiene giorno per giorno”. L’arrivo del Papa, proprio in queste carrer, “è un impulso importante. Che si immerga anche un po’ nei margini di questa città per ricordarci che è possibile alzare lo sguardo per poter continuare a vivere e a convivere con questa umanità così spesso maltrattata”.
A Casa Betania, dove le detenute si reinseriscono in società
Anche per Lourdes Ginesta, responsabile, per la Caritas diocesana, dei progetti di reinserimento sociale delle donne detenute, la speranza è che la venuta di Leone inneschi un maggior desiderio di creare ponti tra la società e i gruppi che si trovano in una situazione di massima discriminazione. Sono 60 mila le persone aiutate dall’organismo caritativo, grazie al coinvolgimento di tremila volontari che si spendono in maniera prodigiosa: basti pensare che il 70 percento degli aiuti proviene da fondi privati, segno che la solidarietà in questa città è molto forte. Tra i progetti, ce n’è uno che dal 2023 trova anche il sostegno della basilica della Sagrada Familia: è quello di Llar Betania, proprio nel quartiere del Raval. È una casa dove per le donne in carcere è possibile avviare le pratiche per i permessi di secondo grado, che prevedono circa 6 giorni al mese o una volta ogni 5 settimane. “Da qui inizia la catena dei permessi: si passa al terzo grado, che consente alle donne di venire qui tutti i fine settimana e di avere una settimana di permesso al mese, poi si arriva al regime di libertà condizionale o a quello in base al quale si può scontare la pena in strutture educative come questa”.
Ricominciare, con speranza
Qui le donne vengono seguite individualmente dalla ricerca di un alloggio, alla ricerca di un lavoro. Dopo tanti anni di prigione devono ricominciare a destreggiarsi con i cellulari, con gli appuntamenti online, con le difficoltà delle nuove tecnologie. Si tratta di ricostruire reti familiari, amicali, sociali. Molte vengono da storie di prostituzione, di povertà. Quelle straniere sono circa il 40 per cento. Vengono seguite a livello sanitario, sportivo. “Alla fine l’obiettivo è che il tempo che trascorrono qui lo vivano in un ambiente il più familiare possibile”
L’abbraccio di Papa Leone ad una delle giovani che hanno reso testimonianza nella Veglia di preghiera allo stadio Olimpico di Barcellona
Il Papa: il mondo crea anestetici per la coscienza, con Dio la vita rinasce sempre
Rispondendo alle domande di tre giovani, Leone XIV esorta a coltivare l’inquietudine per scendere nelle profondità del cuore. Invita a dare priorità al malessere invisibile dei ragazzi, ricorda che il perdono va invocato con costanza. “E’ un cammino lungo – ammette – si procede a piccoli passi”. Sui femminicidi, una “drammatica realtà” è necessario l’impegno di ognuno e di tutta la società
Benedetta Capelli – Città del Vaticano
Le parole a volte sono pesi da scaraventare via. E farlo vuol dire aver affrontato una strada tortuosa, perché già chiamare le cose con il proprio nome significa averle riconosciute nella loro ferocia e nel dolore che provocano. Dirle a voce alta è un passaggio in più perché è allora, in quel momento con commozione e davanti a tutti, che si inizia a depotenziarle.
Nelle tre storie che il Papa ascolta, nella veglia di preghiera nello stadio olimpico “Lluís Companys” di Barcellona, si percepisce che in quella strada tortuosa l’incontro con Gesù ha gettato luce nel buio. È “l’acqua”, come dice Leone XIV parlando in catalano e in spagnolo, che disseta completamente, è la mano che aiuta chi è all’angolo della strada mezzo morto.
A contatto con Gesù, anche chi si sente perso ritrova fiducia nella vita, guarisce dalla malattia e può rialzarsi per tornare a vivere.
LEGGI QUI LE RISPOSTE DEL PAPA NELLA VEGLIA DI PREGHIERA
VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV IN SPAGNA (6-12 GIUGNO 2026)
VEGLIA DI PREGHIERA
Stadio Olimpico “Lluís Companys”
Martedì, 9 giugno 2026
Dialogo del Santo Padre con i Giovani
Omelia del Santo Padre
Dialogo del Santo Padre con i Giovani
Santo Padre, cresciamo sentendoci dire che l’unico obiettivo nella vita è produrre, avere successo e curare la nostra immagine. Io stesso ci ho provato, ma ho trovato solo un vuoto immenso. Cercando risposte, la mia vita ha avuto una svolta, e in questa Pasqua ho ricevuto il Battesimo. Ora che mi trovo in questo nuovo cammino, Le chiedo: come possiamo tenere lo sguardo rivolto verso ciò che conta davvero, quando la società ci spinge a guardare costantemente verso il basso o solo a noi stessi? Come possiamo scoprire la nostra vera vocazione dentro questa corrente?
Grazie per questa testimonianza. Vorrei innanzitutto condividere la tua gioia e quella di tutti coloro che, durante la Pasqua di quest’anno, hanno ricevuto il sacramento del Battesimo. Numerosi giovani e adulti stanno riscoprendo la fede cristiana, magari dopo un periodo della vita in cui si erano un po’ allontanati da Dio. Si tratta di un passo davvero importante. Infatti, tutto ciò che scopriamo, accogliamo e viviamo gradualmente lungo il cammino contribuisce certamente alla nostra crescita, alla nostra maturità e ad ampliare gli spazi di vita dentro di noi; ma, allo stesso tempo, tra le gioie, i successi e le sconfitte, ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di un’altra acqua per dissetarci più profondamente. Il nostro desiderio di verità e di felicità ha bisogno di un orizzonte più ampio. E questa inquietudine è un dono che Dio stesso ci ha dato: siamo fatti su misura per l’infinito e per questo ogni orizzonte finito, ogni passo, ogni conquista, pur soddisfacendoci, allo stesso tempo ci spinge avanti e ci invita a continuare a cercare, a cercare avanzando, ma, soprattutto, a cercare «scendendo interiormente», cioè andando in profondità.
E qui torno alla domanda con due brevi riflessioni. La prima: è necessario coltivare quella sana inquietudine. Nelle nostre società, infatti, l’idolatria del profitto e del rendimento, la frenesia di dover sempre produrre ed essere vincitori, così come il culto della propria immagine, non sono altro che anestetici per addormentare la nostra coscienza e adattarla a una certa idea di società. Quando le persone imparano a fermarsi, a dare valore alle cose importanti, ad apprezzare il tempo in modo nuovo e a riflettere sulla propria vita lasciandosi illuminare dal Vangelo, sviluppano anche un pensiero critico nei confronti di un sistema sociale che non pone la persona al centro e provoca situazioni di ingiustizia e di povertà esistenziali a diversi livelli. Ecco perché l’inquietudine fa paura, così come la scoperta dell’interiorità, della spiritualità e ancor più del Vangelo. Seconda riflessione: è in questo mondo che dobbiamo coltivare l’inquietudine, non in un altro. È all’interno di questa società che tu e tanti altri avete scoperto il valore di una vita più umana, più piena, aperta all’incontro con Dio e alla gioia della fede. Ciò significa che, nonostante le difficoltà, il luogo in cui Dio si fa presente e dove dobbiamo trovare le sue tracce è sempre la realtà in cui ci troviamo. Crediamo che lo Spirito Santo agisca e operi silenziosamente in tutte le situazioni della vita e della storia, anche in quelle che sembrano più difficili. Ma dobbiamo coltivare questa inquietudine e farle spazio; come dicevo, «cercare dentro di noi», cercando di non lasciarci sopraffare dai ritmi e dalle seduzioni esterne, coltivando momenti di silenzio, fermandoci magari qualche minuto al giorno per leggere il Vangelo e parlare con Dio, e cercando anche di percorrere questo cammino interiore insieme ad altri, lasciandoci accompagnare negli itinerari ecclesiali e confrontandoci con i sacerdoti, i religiosi, le persone che come noi hanno intrapreso questo cammino.
Santo Padre, in un mondo dove le cose si gridano, ci sono aspetti della vita che rimangono nascosti, per vergogna, come la depressione, una malattia silenziosa che colpisce molte persone, giovani e adulti, e che porta con sé oscurità, isolamento e un dolore immenso. A volte questo dolore è così opprimente che l’idea di scomparire sembra l’unica via d’uscita. Io stessa ho lottato per uscire da questa malattia, in silenzio per anni, e un venerdì sera ho perso la battaglia e ho tentato di togliermi la vita. Sono qui perché Dio mi ha dato una seconda possibilità, e gli sarò eternamente grata; ma ci sono molti altri che continuano ad affrontare questa oscurità. Per questo, Le chiedo con tutto il cuore: dove possiamo vedere Dio quando l’oscurità è totale e non ce la facciamo più? Come possiamo avere fiducia in Dio, quando sembra che per nulla, nemmeno per noi stessi, ne valga la pena?
Prima di tutto, grazie per aver condiviso oggi la tua esperienza di sofferenza. Mi commuove che tu riesca a parlarne, che tu sia qui tra noi e che tu abbia trovato la forza di accogliere questa seconda possibilità che il Signore ti ha dato. Ti sei rialzato e hai ripreso il cammino, e questo è un miracolo meraviglioso che vediamo in molti personaggi del Vangelo: a contatto con Gesù, anche chi si sente perso ritrova fiducia nella vita, guarisce dalla malattia e può rialzarsi per tornare a vivere.
Nella tua domanda, hai fatto riferimento innanzitutto alla “malattia silenziosa” che è la depressione, ed è importante prendere coscienza di come la salute mentale sia sempre più minacciata nel contesto di società che si considerano avanzate. È un segnale che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in una certa idea di crescita che sottopone le persone a pressioni, aspettative e tensioni che compromettono equilibri fondamentali. Ecco perché è necessario un sistema sanitario che includa tra le sue priorità questo malessere invisibile e generalizzato, che colpisce anche i giovani.
Le tue parole, tuttavia, ci hanno anche mostrato che il dolore mette alla prova la fede e il senso che attribuiamo alla vita. Questo vale per tutti, non solo per coloro che, in un determinato momento, devono affrontare la prova della malattia.
Mentre ti ascoltavo, ho pensato a quelle ore di oscurità, di angoscia e di dolore che Gesù ha vissuto quando si avvicinava l’ora della sua morte. I Vangeli, nei momenti dell’Ultima Cena e della preghiera nel Getsemani, sottolineano che stava calando il pomeriggio, che stava calando la notte, così come poco prima di morire sulla croce ci dicono che «si fece buio su tutta la terra» (Mt 27,45; Lc 23,44). Ma, in realtà, non si tratta solo di una sofferenza personale; il Figlio di Dio sta assumendo nella propria carne tutta l’angoscia, la solitudine e la sofferenza dell’umanità. In quelle ore buie, morendo sulla croce, Gesù condivide il nostro dolore e ci rivela il volto di un Dio compassionevole, che porta il peso delle nostre pene, che soffre con noi, piange le nostre lacrime e rimane al nostro fianco con la sua presenza piena di amore e misericordia.
Vivere questa esperienza è difficile, come testimonia più volte la Sacra Scrittura; ci sono momenti di oscurità e di sofferenza che la nostra società mette a tacere, perché proprio alcuni modelli culturali ci vogliono sempre vincitori e perfetti e, per questo, il limite, la fragilità e il dolore devono essere eliminati, confinati nel silenzio assordante della solitudine o addirittura della vergogna. E, in questi momenti, possiamo pensare istintivamente che anche Dio ci abbia abbandonati. Ma la croce di Gesù ci dice che Dio non ci abbandona, che Egli rimane crocifisso con noi nel momento del dolore e della solitudine estrema, che Egli raccoglie non solo le nostre lacrime, ma il grido della nostra sofferenza che gli altri non ascoltano, un grido che Gesù ha fatto suo sulla croce, dicendo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46).
C’è una catechesi sulle ultime ore di Gesù, in cui Benedetto XVI afferma che la sua sofferenza si trasforma in preghiera e grido, e che questo vale anche per noi: di fronte alle situazioni più difficili e dolorose, quando Dio sembra assente, dobbiamo affidargli ancora una volta i pesi che portiamo nel cuore, anche gridando a Lui, anche protestando come Giobbe, sicuri che in qualche modo Egli si renda presente e sia vicino anche quando apparentemente tace. Ma penso che non possiamo farlo da soli. Nelle ore di dolore, almeno per quanto possibile, dobbiamo aprirci a qualcuno che ci aiuti a esprimere una semplice preghiera, che ci accompagni con discrezione senza la fretta di spiegarci quel dolore, che ci prenda per mano e ci faccia uscire da quel grido. Queste esperienze offrono un messaggio anche a noi credenti, a tutta la Chiesa: non dobbiamo spiritualizzare il dolore, riconducendolo superficialmente alla “volontà di Dio” o a qualche suo misterioso progetto, perché questo rischia di minimizzare quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone. Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi e ci invita a confidare in Lui con perseveranza. Ricordiamo ciò che diceva Papa Francesco: con Dio, la vita rinasce sempre.
Buonasera, Santo Padre. Provengo da una famiglia di un quartiere molto povero di Barcellona. Quando ero piccola, mio padre ha cercato di uccidere mia madre, che si è salvata solo grazie all’intervento di un ragazzo che ha perso la vita. Mio padre è finito in prigione e mia madre è caduta nel mondo della droga. A dieci anni i servizi sociali mi hanno presa in custodia e mi hanno portata al centro di accoglienza minorile di San José de la Montaña. All’inizio è stata dura, perché mi ero costruita un muro per proteggermi, dove non lasciavo entrare nessuno. Ma a poco a poco ho sperimentato per la prima volta l’amore di una famiglia, e il mio cuore si è aperto. Lì mi hanno parlato di Gesù, ho iniziato a pregare e ho ricevuto il Battesimo. Ma durante l’adolescenza mi sono ribellata a Dio molte volte. Mi hanno invitata a un ritiro e lì, per la prima volta, ho sperimentato l’amore di Dio. Ma sono passati alcuni mesi e faccio ancora fatica a perdonare mio padre. E a volte alzo gli occhi al cielo e gli chiedo: «Dov’eri quando ero bambina?». Santo Padre, come posso perdonare mio padre, che stava per lasciarmi senza madre? Come posso riconciliarmi veramente con Dio?
Grazie per la tua testimonianza e grazie anche per la domanda sul perdono. È davvero un segno della grazia di Dio che questa domanda sorga da un passato così segnato dalla sofferenza e che, nonostante il dolore, si abbia il coraggio di chiedersi come sia possibile perdonare chi ci ha fatto del male. Vorrei dire anche qui due cose.
La prima completa ciò che dicevo prima sulla presenza di Dio nei momenti della nostra sofferenza; in fondo anche tu esprimi questa domanda riguardo alla tua infanzia, ma il contesto in cui si sono svolti gli eventi della tua vita ci chiede di ampliare il raggio della nostra domanda: dobbiamo chiederci “dov’era Dio” o dobbiamo interrogarci sull’uomo e sull’umanità, su come a volte siamo prigionieri del male fino a diventare violenti con gli altri, su come non riusciamo a coltivare l’amore e a rispettare gli altri nella loro dignità e libertà?
Tante notizie di cronaca nera, ancora oggi, riflettono un clima avvelenato nei rapporti familiari, caratterizzato da abusi e oppressioni, e in particolare dalla violenza contro le donne, che purtroppo spesso sfocia anche in femminicidi. Siamo tutti chiamati ad affrontare questa drammatica realtà – che ha radici antropologiche e culturali – sia personalmente che come società, perché spetta a noi affrontarla in tutte le sue dimensioni. Non possiamo attribuire a Dio ciò che è stato affidato alla nostra responsabilità; non possiamo immaginare che Dio dall’alto risponda automaticamente ai nostri bisogni o impedisca miracolosamente che il male accada; Egli ci ha dotati di intelligenza e volontà, ci ha dato una coscienza, ci ha rivestiti di dignità e di libertà, e soprattutto è venuto incontro a noi per indicarci, nel suo Figlio Gesù Cristo, la via da seguire affinché la nostra vita sia pienamente umana e nella nostra società regnino la giustizia, la pace e la fraternità. Ci ha dato il suo stesso Spirito, proprio affinché l’amore sia la chiave di tutti i nostri rapporti umani. Se esiste la violenza, se trionfa l’egoismo, se persino l’amore tra familiari si trasforma in odio, dobbiamo porci alcune domande su noi stessi, sulle dinamiche della nostra società, sulla cultura dell’individualismo, sulla tentazione della violenza, e non su Dio.
Una seconda cosa riguarda il perdono. Dobbiamo imparare a considerare il perdono, potente rimedio contro il male che guarisce le nostre ferite interiori, come parte di un processo, di un cammino. Lo stesso Vangelo, se lo leggiamo come un libro di indicazioni, di comandamenti e di doveri, rischia di causarci grande scoraggiamento e frustrazione, perché mentre Gesù ci invita al perdono noi ci rendiamo conto di non esserne capaci. Invece non è così. Il perdono dobbiamo soprattutto invocarlo dal Signore; continuare a chiedere – forse per tutta la vita – che il Signore allarghi in noi lo spazio dell’amore proprio là dove siamo stati feriti, che ci aiuti a riconciliarci con noi stessi e con quella parte della nostra storia segnata dalla sofferenza, che trasformi lentamente il risentimento in misericordia e compassione. È un cammino lungo, è un processo che richiede molta pazienza, è un lavoro che dobbiamo fare su noi stessi, sia personalmente sia attraverso altri percorsi di accompagnamento e di riconciliazione interiore. Ed è necessario non scoraggiarsi: nel perdono si procede a piccoli passi.
La riconciliazione con la storia è un processo graduale e, soprattutto, non dobbiamo pensare che il perdono equivalga sempre e in ogni caso a tornare alla situazione precedente o a vivere un rapporto pieno con chi ci ha ferito, specialmente quando il fatto è stato caratterizzato anche dalla violenza. Si può mantenere una buona disposizione del cuore verso la persona, rifiutare ogni forma di odio o di vendetta, sforzarsi di ricomporre il rapporto per quanto possibile e, magari, pregare per lui o per lei: tutto questo ci aiuta ad entrare sempre più nella dinamica del perdono e a riconciliarci con Dio e con gli altri. Siamo peccatori perdonati: perciò siamo in pace e siamo capaci di perdonare, capaci di essere portatori di pace.
Omelia del Santo Padre
Cari fratelli e sorelle, amati figli e figlie di Dio, anche noi siamo come Nicodemo, pellegrini nella notte. Questa icona evangelica ci offre innanzitutto un messaggio sul cammino della vita. Il nostro cammino, i nostri desideri e tutto ciò che abbracciamo e viviamo quotidianamente, nelle gioie e nelle sconfitte, nelle aspirazioni e nei progetti, è l’espressione della nostra continua ricerca: siamo mendicanti d’amore, abbiamo fame e sete di verità, cerchiamo un significato pieno che ci sostenga, ci incoraggi e ci aiuti a comprendere il mistero della nostra vita.
Mentre avanziamo lentamente, a piccoli passi, siamo chiamati a dialogare con la penombra della nostra stessa condizione umana: ci manca la verità tutta intera, non conosciamo in profondità il mistero di noi stessi e il vero volto degli altri, non sempre riusciamo a comprendere la verità nascosta della realtà che ci circonda e degli avvenimenti che si presentano davanti ai nostri occhi. Cerchiamo una luce che illumini il cammino.
Ma Nicodemo ci parla anche del cammino della fede. Non si tratta di un percorso parallelo a quello della nostra esistenza umana, ma questi due itinerari sono sempre intrecciati tra loro. Come abbiamo ascoltato nel Vangelo, Dio ha tanto amato il mondo da donarci il suo Figlio unigenito e, in Lui, si è unito per sempre alla nostra carne. Egli è sempre accanto al Padre e accanto a noi; così, ogni volta che il mistero della nostra vita si dispiega alla luce di un nuovo giorno, in tutto ciò che siamo e facciamo, siamo alla presenza di Dio e siamo custoditi dal suo abbraccio eterno: la nostra vita «è nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3). Eppure, a volte sperimentiamo la notte della fede, la fatica di credere, la stanchezza dello spirito, il senso di inadeguatezza di fronte alla chiamata del Vangelo, l’amarezza dei nostri fallimenti e la paura di non essere all’altezza.
Fratelli e sorelle, Nicodemo ci insegna che queste notti — che accompagnano la nostra vita, il cammino di fede e la storia in cui viviamo — sono un luogo di benedizione, uno spazio per rinascere, un grembo che genera sempre nuova vita. Queste notti ci spogliano e ci riportano all’essenziale; ci tolgono le maschere umane e religiose che indossiamo di giorno, per non essere riconosciuti o per dare un’immagine di noi diversa da ciò che siamo; ci lasciano a nudo, nelle nostre luci e nelle nostre ombre, riportandoci all’umiltà di saperci guardare nella verità, al di là della presunzione di pensare che il nostro cammino sia già compiuto e che avanziamo come se avessimo una luce chiara su tutto, su tutti e persino su Dio.
Questo «spazio vuoto» che la notte crea, anche quando si presenta sotto forma di sofferenza o insoddisfazione, di delusione o incredulità, può essere un’occasione per ricevere una nuova vita, per cambiare e rinnovarsi, per «rinascere dall’alto», come dice Gesù a Nicodemo. Dio, infatti, non è venuto per giudicare il mondo con il suo peccato e la notte della sua infedeltà, ma ha mandato il suo Figlio per salvarlo, per dare al mondo la vita eterna.
Per questo anche noi siamo chiamati a non giudicare le “notti”; né le notti della nostra vita, né quelle della Chiesa, né quelle della società che ci circonda. Nella notte, dobbiamo invece metterci in cammino come fa Nicodemo, continuare a interpellare il Signore, aprirci al vento dello Spirito per accogliere la notte non più come segno di un fallimento, ma come inizio di una nuova vita.
E pensando al nostro cammino personale, ma anche alle notti del nostro cammino ecclesiale e della Spagna, delle sue città, delle sue povertà antiche e nuove, della sua società e cultura, possiamo allora chiederci: quali sono le notti che stiamo attraversando? Cosa ci suggeriscono? Entrando in esse e guardando con umiltà e senza pregiudizi la realtà di ciò che siamo, cosa siamo chiamati a cambiare?, dove dobbiamo rinnovarci, in quale direzione vogliamo andare, quale società vogliamo costruire?
Non smettiamo di cercare, di interrogarci e di dialogare, con Dio e tra di noi, anche nel cuore della notte. Camminiamo insieme nella fede che armonizza la diversità delle nostre idee e sensibilità, per cercare la verità che ci guida verso il bene comune, affinché questo Paese sia uno spazio accogliente per tutti, dove ciascuno sia rispettato nella sua dignità di persona e amato per quello che è. Apriamoci al dono dello Spirito, cercando il Signore come Nicodemo e accogliendo la luce del suo Vangelo, con la certezza che sperimenteremo in noi una vita nuova, una presenza che benedice, un amore gratuito che ci aiuterà a passare dalla notte alla luce. Perché Dio vuole che nulla vada perduto e già da ora desidera darci la vita eterna, per condurci alla felicità che non ha fine.
Ci conceda il Signore, per l’intercessione della Vergine Maria, di aprirci a Lui e di farci scuotere dal vento del Suo Spirito.
Gli anestetici
L’acqua torna nella storia del giovane Ferran che nella notte di Pasqua ha ricevuto il Battesimo. Racconta al Papa di aver vissuto cercando di raggiungere obiettivi precisi e di curare la sua immagine per non sentire “un vuoto immenso”. Un vuoto colmato, nella sua vita, dall’incontro con Dio. Chiede al Vescovo di Roma come tenere lo sguardo verso ciò che conta davvero quando tutto rema contro. Come scoprire la vera vocazione?
Il Pontefice si sofferma sull’inquietudine che si avverte, quel desiderio di verità e di felicità che ha bisogno di un orizzonte più ampio. È “un dono di Dio” che ci spinge a cercare, scavando in profondità. La raccomandazione del Pontefice è di “coltivare quella sana inquietudine.
Nelle nostre società, infatti, l’idolatria del profitto e del rendimento, la frenesia di dover sempre produrre ed essere vincitori, così come il culto della propria immagine, non sono altro che anestetici per addormentare la nostra coscienza e adattarla a una certa idea di società.

La paura del Vangelo
Papa Leone sottolinea che quando ci si ferma e si dà priorità alle cose importanti, cambia lo sguardo grazie al Vangelo e si sviluppa “un pensiero critico nei confronti di un sistema sociale che non pone la persona al centro – afferma – e provoca situazioni di ingiustizia e di povertà esistenziali a diversi livelli”.
Ecco perché l’inquietudine fa paura, così come la scoperta dell’interiorità, della spiritualità e ancor più del Vangelo.
09/06/2026
Il Papa: la Spagna sia accogliente per tutti, nel rispetto della dignità
Coltivare l’inquietudine
Ribadisce ancora la necessità di coltivare l’inquietudine proprio lì dove si è, con le persone che camminano accanto, nella realtà e nella società – afferma il Papa – in cui si scopre “il valore di una vita più umana, più piena, aperta all’incontro con Dio e alla gioia della fede”.
Dobbiamo coltivare questa inquietudine e farle spazio; come dicevo, «cercare dentro di noi», cercando di non lasciarci sopraffare dai ritmi e dalle seduzioni esterne, coltivando momenti di silenzio, fermandoci magari qualche minuto al giorno per leggere il Vangelo e parlare con Dio, e cercando anche di percorrere questo cammino interiore insieme ad altri, lasciandoci accompagnare negli itinerari ecclesiali e confrontandoci con i sacerdoti, i religiosi, le persone che come noi hanno intrapreso questo cammino.
La malattia silenziosa
Nella seconda storia di Carmina che in alcuni momenti si ferma per la commozione c’è una parola che fa paura: depressione. Una malattia che spesso viene nascosta per vergogna, che porta con sé “oscurità, isolamento e un dolore immenso”. La ragazza ammette di aver provato ad uscire dalla malattia ma senza successo e una sera tenta il suicidio. “Sono qui – racconta – perché Dio mi ha dato una seconda possibilità, e gli sarò eternamente grata”.“Come possiamo avere fiducia in Dio, quando – è la sua domanda – sembra che per nulla, nemmeno per noi stessi, ne valga la pena?”.

Papa Leone resta colpito dal racconto di questa ragazza, la ringrazia per il coraggio avuto nel dire quello che è successo, richiama i tanti personaggi del Vangelo che con Gesù hanno ripreso a vivere. Si sofferma poi sulla “malattia silenziosa” che è la depressione notando quanto la salute mentale sia in pericolo nelle società più avanzate perché si è diffusa una idea di crescita “che sottopone le persone a pressioni, aspettative e tensioni che compromettono equilibri fondamentali”.
Ecco perché è necessario un sistema sanitario che includa tra le sue priorità questo malessere invisibile e generalizzato, che colpisce anche i giovani.
Con Dio la vita rinasce sempre
La società, evidenzia il Papa, mette a tacere il dolore perché molti modelli culturali inneggiano alla perfezione e infatti “per questo, il limite, la fragilità e il dolore devono essere eliminati, confinati nel silenzio assordante”. La croce di Gesù – aggiunge il Pontefice – ci dice che Dio non ci abbandona, che Egli rimane crocifisso con noi nel momento del dolore e della solitudine estrema. Ricorda poi la catechesi di Benedetto XVI sulle ultime ore di Gesù quando la sua sofferenza diventa preghiera e grido. Così bisogna agire, chiedere con insistenza, aprirsi con qualcuno “che ci prenda per mano e ci faccia uscire da quel grido”.
Non dobbiamo spiritualizzare il dolore, riconducendolo superficialmente alla “volontà di Dio” o a qualche suo misterioso progetto, perché questo rischia di minimizzare quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone. Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi e ci invita a confidare in Lui con perseveranza. Ricordiamo ciò che diceva Papa Francesco: con Dio, la vita rinasce sempre.

Prigionieri del male
La terza testimonianza di Cecilia è incentrata sul perdono. Una bambina vive il dolore di vedere il padre che cerca di uccidere la madre e invece ferisce a morte un ragazzo intervenuto per difenderla. Il dolore di una madre che si getta nella droga e di una piccola di dieci anni costretta a vivere in un centro di accoglienza minorile. Solo l’amore di una famiglia affidataria riesce ad aprire quel cuore nel quale entra anche Gesù. Oggi però il dolore torna alla sensazione di sentirsi abbandonata da Dio e al perdono di un padre che ha fatto male. Papa Leone invita a guardare da un’altra prospettiva.
Dobbiamo chiederci “dov’era Dio” o dobbiamo interrogarci sull’uomo e sull’umanità, su come a volte siamo prigionieri del male fino a diventare violenti con gli altri, su come non riusciamo a coltivare l’amore e a rispettare gli altri nella loro dignità e libertà?
Femminicidi, drammatica realtà
“Tante notizie di cronaca nera, ancora oggi, riflettono un clima avvelenato nei rapporti familiari, – spiega il Papa – caratterizzato da abusi e oppressioni, e in particolare dalla violenza contro le donne, che purtroppo spesso sfocia anche in femminicidi”. Necessario, aggiunge Leone, affrontare “questa drammatica realtà” che ha “ragioni antropogiche e culturali” sia in modo personale che come società. “Non possiamo attribuire a Dio ciò che è stato affidato alla nostra responsabilità”.
Se esiste la violenza, se trionfa l’egoismo, se persino l’amore tra familiari si trasforma in odio, dobbiamo porci alcune domande su noi stessi, sulle dinamiche della nostra società, sulla cultura dell’individualismo, sulla tentazione della violenza, e non su Dio.
A piccoli passi
Il perdono, afferma Papa Leone, è un “potente rimedio contro il male che guarisce le nostre ferite interiori, come parte di un processo, di un cammino”, va chiesto al Signore continuamente, “forse per tutta la vita”, perché “allarghi in noi lo spazio dell’amore proprio là dove siamo stati feriti, che ci aiuti a riconciliarci con noi stessi e con quella parte della nostra storia segnata dalla sofferenza, che trasformi lentamente il risentimento in misericordia e compassione”.
È un cammino lungo, è un processo che richiede molta pazienza, è un lavoro che dobbiamo fare su noi stessi, sia personalmente sia attraverso altri percorsi di accompagnamento e di riconciliazione interiore. Ed è necessario non scoraggiarsi: nel perdono si procede a piccoli passi.

Disporre il cuore
C’è una indicazione importante, in conclusione della risposta del Papa, non è detto che con il perdono si torna alla situazione precedente né “vivere un rapporto pieno con chi ci ha ferito, specialmente quando il fatto è stato caratterizzato anche dalla violenza”. Ma qualcosa si può fare.
Si può mantenere una buona disposizione del cuore verso la persona, rifiutare ogni forma di odio o di vendetta, sforzarsi di ricomporre il rapporto per quanto possibile e, magari, pregare per lui o per lei: questo ci aiuta ad entrare sempre più nella dinamica del perdono e a riconciliarci con Dio e con gli altri.
“Siamo peccatori perdonati, – conclude Papa Leone – riconciliati e capaci di perdonare. Capaci di essere portatori di pace”
Highlights – Barcelona, Prayer Vigil, June 9, 2026 Pope Leo XIV
https://youtu.be/Nctfn1kaxAM?si=mX5D4qpXNYL07qaq
Il Papa: la Spagna sia accogliente per tutti, nel rispetto della dignità
Nell’omelia della veglia con 40 mila giovani nello stadio di Barcellona, l’incoraggiamento di Leone a non considerare le “notti” della vita come cadute definitive ma come “occasioni per togliere le maschere che indossiamo”. L’omaggio alla lingua catalana e poi l’invito: “Camminiamo insieme nella fede che armonizza la diversità delle nostre idee e sensibilità”
Antonella Palermo – Inviata a Barcellona
“L’any de Gaudí, el Papa és aquí!” [Nell’anno di Gaudí, il Papa sta qui!]. È il ritornello del coro potente dei giovani che hanno animato fin dal primo pomeriggio la preparazione dell’incontro con Papa Leone nello stadio che ha ospitato le Olimpiadi 34 anni fa, e in cui si rinnova stasera un agonismo fisico e spirituale, un allenamento del cuore a guardare in alto e a scommettere su Gesù.
È il pensiero a chi subisce le conseguenze della guerra a ispirare un gesto significativo che precede l’ingresso allo stadio: la benedizione da parte del Papa di 33 ambulanze pronte per essere inviate in Ucraina. Poi il lunghissimo giro in papamobile: la commozione visibile del Successore di Pietro sul canto che ripropone il motto del viaggio Alça la mirada. Tanti i bambini che hanno ricevuto la carezza del Papa, diversi neonati. L’accoglienza riservata a Leone si esprime con un Castell, una torre umana, tra i simboli culturali unici e più caratteristici di questa bella e nobile terra di Catalogna, riconosciuta patrimonio immateriale Unesco, come ricorda il cardinale Juan José Omella, metropolita di Barcellona.

La torre umana
Si compone dinanzi al Papa, questa meraviglia: uno sull’altro, i piedi sulle spalle dell’altro, fino a raggiungere circa sette metri di altezza, con un bambino che conquista la vetta e si erge come un faro, come una cupola. È il modello “tre di otto”, eseguito dal gruppo di Vilafranca del Penedès. “Una bella manifestazione di ciò che siamo capaci di fare noi esseri umani quando lavoriamo uniti per un obiettivo comune”, sottolinea il porporato. È l’omaggio a una tradizione radicata che fu di ispirazione allo stesso Gaudí per la realizzazione della Sagrada Familia. Un preludio di quella Torre di Gesù Cristo progettata dall’architetto catalano e che domani sera il Papa inaugurerà.

Stasera non è la fiamma olimpica ad essere accesa, ma è la fiamma dello Spirito Santo di unità, invocato con il canto e la preghiera. È fiamma dei braceri posti sotto la grande croce di Gesù portata in spalla e intronizzata sul palco allestito in questo stadio.
També nosaltres som com Nicodem, peregrins en la nit. Aquesta icona evangèlica, sobretot, ens ofereix un missatge del camí de la vida.
Sintonizzarsi con il popolo giovane di Barcellona parlando nella stessa lingua. È quello che fa il Papa pronunciando in catalano le prime parole dell’omelia della veglia nello stadio Olimpico Lluís Companys. È un omaggio tanto atteso che arriva dritto nelle radici di questa gente:
Siamo anche noi come Nicodemo, pellegrini nella notte. Questa icona evangelica ci offre innanzitutto un messaggio sul cammino della vita.
LEGGI QUI IL TESTO DELL’OMELIA DEL PAPA NELLA VEGLIA DI PREGHIERA A BARCELLONA
VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV IN SPAGNA (6-12 GIUGNO 2026)
VEGLIA DI PREGHIERA
Stadio Olimpico “Lluís Companys”
Martedì, 9 giugno 2026
Dialogo del Santo Padre con i Giovani
Omelia del Santo Padre
Dialogo del Santo Padre con i Giovani
Santo Padre, cresciamo sentendoci dire che l’unico obiettivo nella vita è produrre, avere successo e curare la nostra immagine. Io stesso ci ho provato, ma ho trovato solo un vuoto immenso. Cercando risposte, la mia vita ha avuto una svolta, e in questa Pasqua ho ricevuto il Battesimo. Ora che mi trovo in questo nuovo cammino, Le chiedo: come possiamo tenere lo sguardo rivolto verso ciò che conta davvero, quando la società ci spinge a guardare costantemente verso il basso o solo a noi stessi? Come possiamo scoprire la nostra vera vocazione dentro questa corrente?
Grazie per questa testimonianza. Vorrei innanzitutto condividere la tua gioia e quella di tutti coloro che, durante la Pasqua di quest’anno, hanno ricevuto il sacramento del Battesimo. Numerosi giovani e adulti stanno riscoprendo la fede cristiana, magari dopo un periodo della vita in cui si erano un po’ allontanati da Dio. Si tratta di un passo davvero importante. Infatti, tutto ciò che scopriamo, accogliamo e viviamo gradualmente lungo il cammino contribuisce certamente alla nostra crescita, alla nostra maturità e ad ampliare gli spazi di vita dentro di noi; ma, allo stesso tempo, tra le gioie, i successi e le sconfitte, ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di un’altra acqua per dissetarci più profondamente. Il nostro desiderio di verità e di felicità ha bisogno di un orizzonte più ampio. E questa inquietudine è un dono che Dio stesso ci ha dato: siamo fatti su misura per l’infinito e per questo ogni orizzonte finito, ogni passo, ogni conquista, pur soddisfacendoci, allo stesso tempo ci spinge avanti e ci invita a continuare a cercare, a cercare avanzando, ma, soprattutto, a cercare «scendendo interiormente», cioè andando in profondità.
E qui torno alla domanda con due brevi riflessioni. La prima: è necessario coltivare quella sana inquietudine. Nelle nostre società, infatti, l’idolatria del profitto e del rendimento, la frenesia di dover sempre produrre ed essere vincitori, così come il culto della propria immagine, non sono altro che anestetici per addormentare la nostra coscienza e adattarla a una certa idea di società. Quando le persone imparano a fermarsi, a dare valore alle cose importanti, ad apprezzare il tempo in modo nuovo e a riflettere sulla propria vita lasciandosi illuminare dal Vangelo, sviluppano anche un pensiero critico nei confronti di un sistema sociale che non pone la persona al centro e provoca situazioni di ingiustizia e di povertà esistenziali a diversi livelli. Ecco perché l’inquietudine fa paura, così come la scoperta dell’interiorità, della spiritualità e ancor più del Vangelo. Seconda riflessione: è in questo mondo che dobbiamo coltivare l’inquietudine, non in un altro. È all’interno di questa società che tu e tanti altri avete scoperto il valore di una vita più umana, più piena, aperta all’incontro con Dio e alla gioia della fede. Ciò significa che, nonostante le difficoltà, il luogo in cui Dio si fa presente e dove dobbiamo trovare le sue tracce è sempre la realtà in cui ci troviamo. Crediamo che lo Spirito Santo agisca e operi silenziosamente in tutte le situazioni della vita e della storia, anche in quelle che sembrano più difficili. Ma dobbiamo coltivare questa inquietudine e farle spazio; come dicevo, «cercare dentro di noi», cercando di non lasciarci sopraffare dai ritmi e dalle seduzioni esterne, coltivando momenti di silenzio, fermandoci magari qualche minuto al giorno per leggere il Vangelo e parlare con Dio, e cercando anche di percorrere questo cammino interiore insieme ad altri, lasciandoci accompagnare negli itinerari ecclesiali e confrontandoci con i sacerdoti, i religiosi, le persone che come noi hanno intrapreso questo cammino.
Santo Padre, in un mondo dove le cose si gridano, ci sono aspetti della vita che rimangono nascosti, per vergogna, come la depressione, una malattia silenziosa che colpisce molte persone, giovani e adulti, e che porta con sé oscurità, isolamento e un dolore immenso. A volte questo dolore è così opprimente che l’idea di scomparire sembra l’unica via d’uscita. Io stessa ho lottato per uscire da questa malattia, in silenzio per anni, e un venerdì sera ho perso la battaglia e ho tentato di togliermi la vita. Sono qui perché Dio mi ha dato una seconda possibilità, e gli sarò eternamente grata; ma ci sono molti altri che continuano ad affrontare questa oscurità. Per questo, Le chiedo con tutto il cuore: dove possiamo vedere Dio quando l’oscurità è totale e non ce la facciamo più? Come possiamo avere fiducia in Dio, quando sembra che per nulla, nemmeno per noi stessi, ne valga la pena?
Prima di tutto, grazie per aver condiviso oggi la tua esperienza di sofferenza. Mi commuove che tu riesca a parlarne, che tu sia qui tra noi e che tu abbia trovato la forza di accogliere questa seconda possibilità che il Signore ti ha dato. Ti sei rialzato e hai ripreso il cammino, e questo è un miracolo meraviglioso che vediamo in molti personaggi del Vangelo: a contatto con Gesù, anche chi si sente perso ritrova fiducia nella vita, guarisce dalla malattia e può rialzarsi per tornare a vivere.
Nella tua domanda, hai fatto riferimento innanzitutto alla “malattia silenziosa” che è la depressione, ed è importante prendere coscienza di come la salute mentale sia sempre più minacciata nel contesto di società che si considerano avanzate. È un segnale che c’è qualcosa di profondamente sbagliato in una certa idea di crescita che sottopone le persone a pressioni, aspettative e tensioni che compromettono equilibri fondamentali. Ecco perché è necessario un sistema sanitario che includa tra le sue priorità questo malessere invisibile e generalizzato, che colpisce anche i giovani.
Le tue parole, tuttavia, ci hanno anche mostrato che il dolore mette alla prova la fede e il senso che attribuiamo alla vita. Questo vale per tutti, non solo per coloro che, in un determinato momento, devono affrontare la prova della malattia.
Mentre ti ascoltavo, ho pensato a quelle ore di oscurità, di angoscia e di dolore che Gesù ha vissuto quando si avvicinava l’ora della sua morte. I Vangeli, nei momenti dell’Ultima Cena e della preghiera nel Getsemani, sottolineano che stava calando il pomeriggio, che stava calando la notte, così come poco prima di morire sulla croce ci dicono che «si fece buio su tutta la terra» (Mt 27,45; Lc 23,44). Ma, in realtà, non si tratta solo di una sofferenza personale; il Figlio di Dio sta assumendo nella propria carne tutta l’angoscia, la solitudine e la sofferenza dell’umanità. In quelle ore buie, morendo sulla croce, Gesù condivide il nostro dolore e ci rivela il volto di un Dio compassionevole, che porta il peso delle nostre pene, che soffre con noi, piange le nostre lacrime e rimane al nostro fianco con la sua presenza piena di amore e misericordia.
Vivere questa esperienza è difficile, come testimonia più volte la Sacra Scrittura; ci sono momenti di oscurità e di sofferenza che la nostra società mette a tacere, perché proprio alcuni modelli culturali ci vogliono sempre vincitori e perfetti e, per questo, il limite, la fragilità e il dolore devono essere eliminati, confinati nel silenzio assordante della solitudine o addirittura della vergogna. E, in questi momenti, possiamo pensare istintivamente che anche Dio ci abbia abbandonati. Ma la croce di Gesù ci dice che Dio non ci abbandona, che Egli rimane crocifisso con noi nel momento del dolore e della solitudine estrema, che Egli raccoglie non solo le nostre lacrime, ma il grido della nostra sofferenza che gli altri non ascoltano, un grido che Gesù ha fatto suo sulla croce, dicendo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46).
C’è una catechesi sulle ultime ore di Gesù, in cui Benedetto XVI afferma che la sua sofferenza si trasforma in preghiera e grido, e che questo vale anche per noi: di fronte alle situazioni più difficili e dolorose, quando Dio sembra assente, dobbiamo affidargli ancora una volta i pesi che portiamo nel cuore, anche gridando a Lui, anche protestando come Giobbe, sicuri che in qualche modo Egli si renda presente e sia vicino anche quando apparentemente tace. Ma penso che non possiamo farlo da soli. Nelle ore di dolore, almeno per quanto possibile, dobbiamo aprirci a qualcuno che ci aiuti a esprimere una semplice preghiera, che ci accompagni con discrezione senza la fretta di spiegarci quel dolore, che ci prenda per mano e ci faccia uscire da quel grido. Queste esperienze offrono un messaggio anche a noi credenti, a tutta la Chiesa: non dobbiamo spiritualizzare il dolore, riconducendolo superficialmente alla “volontà di Dio” o a qualche suo misterioso progetto, perché questo rischia di minimizzare quella sofferenza, di metterla a tacere, di ferire le persone. Dio non vuole la sofferenza, la porta con noi e ci invita a confidare in Lui con perseveranza. Ricordiamo ciò che diceva Papa Francesco: con Dio, la vita rinasce sempre.
Buonasera, Santo Padre. Provengo da una famiglia di un quartiere molto povero di Barcellona. Quando ero piccola, mio padre ha cercato di uccidere mia madre, che si è salvata solo grazie all’intervento di un ragazzo che ha perso la vita. Mio padre è finito in prigione e mia madre è caduta nel mondo della droga. A dieci anni i servizi sociali mi hanno presa in custodia e mi hanno portata al centro di accoglienza minorile di San José de la Montaña. All’inizio è stata dura, perché mi ero costruita un muro per proteggermi, dove non lasciavo entrare nessuno. Ma a poco a poco ho sperimentato per la prima volta l’amore di una famiglia, e il mio cuore si è aperto. Lì mi hanno parlato di Gesù, ho iniziato a pregare e ho ricevuto il Battesimo. Ma durante l’adolescenza mi sono ribellata a Dio molte volte. Mi hanno invitata a un ritiro e lì, per la prima volta, ho sperimentato l’amore di Dio. Ma sono passati alcuni mesi e faccio ancora fatica a perdonare mio padre. E a volte alzo gli occhi al cielo e gli chiedo: «Dov’eri quando ero bambina?». Santo Padre, come posso perdonare mio padre, che stava per lasciarmi senza madre? Come posso riconciliarmi veramente con Dio?
Grazie per la tua testimonianza e grazie anche per la domanda sul perdono. È davvero un segno della grazia di Dio che questa domanda sorga da un passato così segnato dalla sofferenza e che, nonostante il dolore, si abbia il coraggio di chiedersi come sia possibile perdonare chi ci ha fatto del male. Vorrei dire anche qui due cose.
La prima completa ciò che dicevo prima sulla presenza di Dio nei momenti della nostra sofferenza; in fondo anche tu esprimi questa domanda riguardo alla tua infanzia, ma il contesto in cui si sono svolti gli eventi della tua vita ci chiede di ampliare il raggio della nostra domanda: dobbiamo chiederci “dov’era Dio” o dobbiamo interrogarci sull’uomo e sull’umanità, su come a volte siamo prigionieri del male fino a diventare violenti con gli altri, su come non riusciamo a coltivare l’amore e a rispettare gli altri nella loro dignità e libertà?
Tante notizie di cronaca nera, ancora oggi, riflettono un clima avvelenato nei rapporti familiari, caratterizzato da abusi e oppressioni, e in particolare dalla violenza contro le donne, che purtroppo spesso sfocia anche in femminicidi. Siamo tutti chiamati ad affrontare questa drammatica realtà – che ha radici antropologiche e culturali – sia personalmente che come società, perché spetta a noi affrontarla in tutte le sue dimensioni. Non possiamo attribuire a Dio ciò che è stato affidato alla nostra responsabilità; non possiamo immaginare che Dio dall’alto risponda automaticamente ai nostri bisogni o impedisca miracolosamente che il male accada; Egli ci ha dotati di intelligenza e volontà, ci ha dato una coscienza, ci ha rivestiti di dignità e di libertà, e soprattutto è venuto incontro a noi per indicarci, nel suo Figlio Gesù Cristo, la via da seguire affinché la nostra vita sia pienamente umana e nella nostra società regnino la giustizia, la pace e la fraternità. Ci ha dato il suo stesso Spirito, proprio affinché l’amore sia la chiave di tutti i nostri rapporti umani. Se esiste la violenza, se trionfa l’egoismo, se persino l’amore tra familiari si trasforma in odio, dobbiamo porci alcune domande su noi stessi, sulle dinamiche della nostra società, sulla cultura dell’individualismo, sulla tentazione della violenza, e non su Dio.
Una seconda cosa riguarda il perdono. Dobbiamo imparare a considerare il perdono, potente rimedio contro il male che guarisce le nostre ferite interiori, come parte di un processo, di un cammino. Lo stesso Vangelo, se lo leggiamo come un libro di indicazioni, di comandamenti e di doveri, rischia di causarci grande scoraggiamento e frustrazione, perché mentre Gesù ci invita al perdono noi ci rendiamo conto di non esserne capaci. Invece non è così. Il perdono dobbiamo soprattutto invocarlo dal Signore; continuare a chiedere – forse per tutta la vita – che il Signore allarghi in noi lo spazio dell’amore proprio là dove siamo stati feriti, che ci aiuti a riconciliarci con noi stessi e con quella parte della nostra storia segnata dalla sofferenza, che trasformi lentamente il risentimento in misericordia e compassione. È un cammino lungo, è un processo che richiede molta pazienza, è un lavoro che dobbiamo fare su noi stessi, sia personalmente sia attraverso altri percorsi di accompagnamento e di riconciliazione interiore. Ed è necessario non scoraggiarsi: nel perdono si procede a piccoli passi.
La riconciliazione con la storia è un processo graduale e, soprattutto, non dobbiamo pensare che il perdono equivalga sempre e in ogni caso a tornare alla situazione precedente o a vivere un rapporto pieno con chi ci ha ferito, specialmente quando il fatto è stato caratterizzato anche dalla violenza. Si può mantenere una buona disposizione del cuore verso la persona, rifiutare ogni forma di odio o di vendetta, sforzarsi di ricomporre il rapporto per quanto possibile e, magari, pregare per lui o per lei: tutto questo ci aiuta ad entrare sempre più nella dinamica del perdono e a riconciliarci con Dio e con gli altri. Siamo peccatori perdonati: perciò siamo in pace e siamo capaci di perdonare, capaci di essere portatori di pace.
Omelia del Santo Padre
Cari fratelli e sorelle, amati figli e figlie di Dio, anche noi siamo come Nicodemo, pellegrini nella notte. Questa icona evangelica ci offre innanzitutto un messaggio sul cammino della vita. Il nostro cammino, i nostri desideri e tutto ciò che abbracciamo e viviamo quotidianamente, nelle gioie e nelle sconfitte, nelle aspirazioni e nei progetti, è l’espressione della nostra continua ricerca: siamo mendicanti d’amore, abbiamo fame e sete di verità, cerchiamo un significato pieno che ci sostenga, ci incoraggi e ci aiuti a comprendere il mistero della nostra vita.
Mentre avanziamo lentamente, a piccoli passi, siamo chiamati a dialogare con la penombra della nostra stessa condizione umana: ci manca la verità tutta intera, non conosciamo in profondità il mistero di noi stessi e il vero volto degli altri, non sempre riusciamo a comprendere la verità nascosta della realtà che ci circonda e degli avvenimenti che si presentano davanti ai nostri occhi. Cerchiamo una luce che illumini il cammino.
Ma Nicodemo ci parla anche del cammino della fede. Non si tratta di un percorso parallelo a quello della nostra esistenza umana, ma questi due itinerari sono sempre intrecciati tra loro. Come abbiamo ascoltato nel Vangelo, Dio ha tanto amato il mondo da donarci il suo Figlio unigenito e, in Lui, si è unito per sempre alla nostra carne. Egli è sempre accanto al Padre e accanto a noi; così, ogni volta che il mistero della nostra vita si dispiega alla luce di un nuovo giorno, in tutto ciò che siamo e facciamo, siamo alla presenza di Dio e siamo custoditi dal suo abbraccio eterno: la nostra vita «è nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3). Eppure, a volte sperimentiamo la notte della fede, la fatica di credere, la stanchezza dello spirito, il senso di inadeguatezza di fronte alla chiamata del Vangelo, l’amarezza dei nostri fallimenti e la paura di non essere all’altezza.
Fratelli e sorelle, Nicodemo ci insegna che queste notti — che accompagnano la nostra vita, il cammino di fede e la storia in cui viviamo — sono un luogo di benedizione, uno spazio per rinascere, un grembo che genera sempre nuova vita. Queste notti ci spogliano e ci riportano all’essenziale; ci tolgono le maschere umane e religiose che indossiamo di giorno, per non essere riconosciuti o per dare un’immagine di noi diversa da ciò che siamo; ci lasciano a nudo, nelle nostre luci e nelle nostre ombre, riportandoci all’umiltà di saperci guardare nella verità, al di là della presunzione di pensare che il nostro cammino sia già compiuto e che avanziamo come se avessimo una luce chiara su tutto, su tutti e persino su Dio.
Questo «spazio vuoto» che la notte crea, anche quando si presenta sotto forma di sofferenza o insoddisfazione, di delusione o incredulità, può essere un’occasione per ricevere una nuova vita, per cambiare e rinnovarsi, per «rinascere dall’alto», come dice Gesù a Nicodemo. Dio, infatti, non è venuto per giudicare il mondo con il suo peccato e la notte della sua infedeltà, ma ha mandato il suo Figlio per salvarlo, per dare al mondo la vita eterna.
Per questo anche noi siamo chiamati a non giudicare le “notti”; né le notti della nostra vita, né quelle della Chiesa, né quelle della società che ci circonda. Nella notte, dobbiamo invece metterci in cammino come fa Nicodemo, continuare a interpellare il Signore, aprirci al vento dello Spirito per accogliere la notte non più come segno di un fallimento, ma come inizio di una nuova vita.
E pensando al nostro cammino personale, ma anche alle notti del nostro cammino ecclesiale e della Spagna, delle sue città, delle sue povertà antiche e nuove, della sua società e cultura, possiamo allora chiederci: quali sono le notti che stiamo attraversando? Cosa ci suggeriscono? Entrando in esse e guardando con umiltà e senza pregiudizi la realtà di ciò che siamo, cosa siamo chiamati a cambiare?, dove dobbiamo rinnovarci, in quale direzione vogliamo andare, quale società vogliamo costruire?
Non smettiamo di cercare, di interrogarci e di dialogare, con Dio e tra di noi, anche nel cuore della notte. Camminiamo insieme nella fede che armonizza la diversità delle nostre idee e sensibilità, per cercare la verità che ci guida verso il bene comune, affinché questo Paese sia uno spazio accogliente per tutti, dove ciascuno sia rispettato nella sua dignità di persona e amato per quello che è. Apriamoci al dono dello Spirito, cercando il Signore come Nicodemo e accogliendo la luce del suo Vangelo, con la certezza che sperimenteremo in noi una vita nuova, una presenza che benedice, un amore gratuito che ci aiuterà a passare dalla notte alla luce. Perché Dio vuole che nulla vada perduto e già da ora desidera darci la vita eterna, per condurci alla felicità che non ha fine.
Ci conceda il Signore, per l’intercessione della Vergine Maria, di aprirci a Lui e di farci scuotere dal vento del Suo Spirito.
Quella fatica di credere, l’amarezza dei fallimenti
Dopo il dialogo con chi si è fatto portavoce delle inquietudini delle nuove generazioni, il Papa invita ad assumere lo stesso atteggiamento di Nicodemo, il personaggio biblico che definisce “pellegrino nella notte”. Icona evangelica che dice anche ai contemporanei quanto per natura l’essere umano sia un “mendicante d’amore”, assetato di verità, in ricerca di una luce che illumini il cammino.
[…] a volte sperimentiamo la notte della fede, la fatica di credere, la stanchezza dello spirito, il senso di inadeguatezza di fronte alla chiamata del Vangelo, l’amarezza dei nostri fallimenti e la paura di non essere all’altezza.

Le “notti” ci tolgono le maschere
Il buio delle desolazioni può essere, incoraggia Leone, il punto di partenza per ribaltare l’esistenza, l’opportunità per aprire il cuore alla fantasia insospettabile di Dio su ciascuno.
Queste notti ci spogliano e ci riportano all’essenziale; ci tolgono le maschere umane e religiose che indossiamo di giorno, per non essere riconosciuti o per dare un’immagine di noi diversa da ciò che siamo; ci lasciano a nudo, nelle nostre luci e nelle nostre ombre, riportandoci all’umiltà di saperci guardare nella verità, al di là della presunzione di pensare che il nostro cammino sia già compiuto e che avanziamo come se avessimo una luce chiara su tutto, su tutti e persino su Dio.
09/06/2026
Il Papa: il mondo crea anestetici per la coscienza, con Dio la vita rinasce sempre
I fallimenti, inizio di una nuova vita
L’invito del Successore di Pietro è ad abbandonare l’immagine di un Dio giudicante. Come Dio non giudica i presunti fallimenti, così non deve farlo l’uomo, la donna. Questo è presupposto per cambiare davvero prospettiva. Nulla è vuoto infecondo, tutto concorre a far crescere in umanità. Sofferenza, insoddisfazione, delusione, incredulità non possono, scandisce Leone, frenare la voglia di vita. Il Papa propone così un esame di coscienza, lanciando stavolta lui qualche domanda per aiutare nel percorso: “cosa siamo chiamati a cambiare?”.
Siamo chiamati a non giudicare le “notti”; né le notti della nostra vita, né quelle della Chiesa, né quelle della società che ci circonda. Nella notte, dobbiamo invece metterci in cammino come fa Nicodemo, continuare a interpellare il Signore, aprirci al vento dello Spirito per accogliere la notte non più come segno di un fallimento, ma come inizio di una nuova vita.

Camminare nella fede che armonizza le diversità
L’esortazione finale del Pontefice è a rafforzare la fratellanza, a valorizzare le differenze che non sono ostacolo ma ricchezza umana e spirituale. Dio vuole la felicità senza fine, “che nulla vada perduto”.
Camminiamo insieme nella fede che armonizza la diversità delle nostre idee e sensibilità, per cercare la verità che ci guida verso il bene comune, affinché questo Paese sia uno spazio accogliente per tutti, dove ciascuno sia rispettato nella sua dignità di persona e amato per quello che è.
La benedizione finale dell’omelia riprende ancora la lingua catalana:
Que el Senyor ens concedeixi, per intercessió de la Mare de Déu, obrir-nos a Ell i deixar-nos sacsejar pel vent del seu Esperit. [Ci conceda il Signore, per l’intercessione della Vergine Maria, di aprirci a Lui e di farci scuotere dal vento del Suo Spirito].
In un minuto la quarta giornata di Leone XIV in Spagna
Le immagini esclusive di Vatican Media che raccontano l’arrivo e gli appuntamenti del Papa in Spagna, nel quarto giorno del suo viaggio apostolico
Vatican News
L’incontro con i volontari all’IFEMA di Madrid e il trasferimento in aereo a Barcellona, seguito dalla preghiera dell’Ora Media nella cattedrale della Santa Croce e sant’Eulalia e la veglia di preghiera allo stadio Olimpico Lluís Companys.
Questi i momenti salienti della quarta giornata di Papa Leone XIV nell’ambito del suo viaggio apostolico in Spagna.
Highlights of Pope Leo XIV’s third day in Barcelona, Spain
https://youtu.be/rycELLz0rDM?si=CfWiWuvnq8uOsTfy
Casa Betania, la storia di una detenuta che ha ritrovato se stessa
https://youtu.be/2272kaf9Hdo?si=p9CpG3m7oHqBqBPU
Casa Betania a Barcellona, storia di una detenuta che ha ritrovato se stessa
Rosita (nome di fantasia) racconta una vita sbandata fatta di spaccio, tossicodipendenza, notti in strada. L’arresto, gli anni in carcere, per un periodo al Brians. Il cuore si ammala e alla fine ottiene di poter scontare la pena in un alloggio della Caritas, al Raval. “Qui ho trovato una famiglia, ho imparato a volermi bene”. Ora è in attesa di trapianto, e qualche volta prega: “Mi sento più leggera. Vorrei che Leone visitasse un carcere in Italia”
(Antonella Palermo, inviata a Barcellona)

Le carcerate al Papa: nella fede abbiamo trovato la libertà dal nostro rancore
Le testimonianze di due detenute al centro “Brians 1” di Barcellona, portate al Papa nel quinto giorno del suo viaggio apostolico in Spagna, raccontano il paradosso di una reclusione fisica che, attraverso i percorsi della pastorale penitenziaria, dona un senso alle incomprensioni interiori, restituendo il sonno perduto e creando sana impazienza per quando “riprenderà la vita”

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano
“Hola, Santo Padre, voglio ringraziare il Signore perché, tra tutto ciò che ha fatto per me, mi ha anche fatto il dono di poter dormire”
Nel portare questa riconoscenza poco convenzionale dinanzi al Papa il volto di Montse, detenuta al centro penitenziario “Brians 1” di Barcellona, tradisce ancora i segni della stanchezza. Se il riposo presume la quiete, gli occhi rigonfi sono quelli di chi ha passato notti a scontrarsi con il “silenzio di Dio”, a non capire, al pari di Josefina, anch’ella detenuta, “perché avesse dovuto portare via” i loro figli. La rabbia, il senso di colpa, diventano allora le celle interiori paradossalmente ben più soffocanti di quelle fisiche. Dove, anzi, attraverso un’opera di pastorale penitenziaria che accompagna, riaccende il desiderio e ridona respiro. E restituisce il sonno, per non farsi trovare stanca quando la vita “riprenderà”

Le testimonianze di Montse e Josefina si uniscono a quella di padre Jesús Bel Gaudó, dell’Ordine dei Mercedari, cappellano del penitenziario situato nel Comune di Sant Esteve Sesrovires, a Barcellona, visitato questa mattina, 10 giugno, da Papa Leone XIV, nel quinto giorno del suo viaggio apostolico in Spagna.
10/06/2026
Casa Betania a Barcellona, storia di una detenuta che ha ritrovato se stessa
“Non lo dimenticheremo mai”
A dare il benvenuto al Pontefice è il direttore del carcere di custodia cautelare che ad oggi conta un migliaio di uomini e 150 donne in attesa di giudizio. Tuttavia, per l’arrivo del vescovo di Roma sono presenti anche alcuni detenuti dei centri Brians 2 e Wad Ras, una piccola rappresentanza della comunità cristiana dell’insieme delle detenute e dei detenuti della Catalogna, accompagnati dai cappellani delle carceri e dalle volontarie e dai volontari della pastorale penitenziaria. “Non sa l’onore che significa per tutti noi che abbia trovato il tempo per farci visita. Non lo dimenticheremo mai”.
“Conversare sulle nostre preoccupazioni e desideri”
Dell’importanza di questa visita in un posto dove “ci sono persone che portano una croce molto pesante”, aveva già parlato ai media vaticani don Bel Gaudó, che rivolgendosi a Leone in qualità di delegato diocesano della pastorale penitenziaria, spiega in cosa essa concretamente consiste: celebrazione settimanale dell’Eucarestia, preparazione e impartizione dei Sacramenti, incontri per approfondire la Bibbia o, più semplicemente, “conversare sulle nostre preoccupazioni e sui nostri desideri”. Un accompagnamento che è quindi comunitario, ma che non trascura la dimensione personale. “Grazie per guardarci con occhi di misericordia e per dire al mondo che esistiamo, che soffriamo, che vogliamo rialzarci e andare avanti”.
09/06/2026
L’attesa del Papa nel carcere Brians, il cappellano: la Chiesa segua la via della misericordia
“Attendo la libertà”
Anche Montse si sofferma sulla gioia che la visita di un Pontefice può portare a persone che “molto spesso si sentono dimenticate”. La storia della detenuta risiede tutta nell’aver trovato dentro il carcere la via della fede. “Per molto tempo avevo cercato di credere in Dio e non ci ero riuscita. In realtà la vita non me lo aveva permesso”. La perdita di persone care aveva portato a uno “scontro” con quell’appiglio che proprio esse le avevano trasmesso, “e mi ci è voluta una vita intera per capire che Dio non ha la colpa”. Oggi, Montse è libera dal fardello del rancore, e quello spazio libero è riempito di “cose che non sapevo di avere dentro di me”. Oggi, Montse riposa bene, dopo avere sofferto di un’insonnia così grave che né farmaci né ricoveri riuscivano a placare. “Una notte, tenendo in mano una croce, sono riuscita a dormire. So che è stato Gesù ad aiutarmi”. Infine, oggi, Montse vive non una, ma due attese: “ricongiungermi con mio figlio in cielo”, ma “anche la libertà” fuori dal carcere.

“Non so come avrei potuto resistere”
La storia di Josefina ricalca in molti aspetti quella della sua compagna detenuta. Un’educazione alla fede cristiana, poi un incidente occorso al figlio e un carattere per sua stessa ammissione impulsivo che mette in discussione tutto, persino Dio, “al quale chiedevo spiegazioni su ogni cosa”. Vedere un figlio soffrire scuote anche la fede meglio costruita, ma con il tempo Josefina si convince di “non voler chiedere spiegazioni”. “Mio figlio è sopravvissuto ed è oggi un miracolo. E io crederò sempre che è stato Dio. È sempre Dio; altrimenti non so come avrei potuto resistere”. “Passerà”, il tempo della resistenza, ma Josefina rimarrà “unita a Dio”.

🔹

#sapevatelo2026
