ISOLATO E CON IL VOLTO SUL PAVIMENTO
A Potenza non c’è più solo un contenzioso scolastico, ma esiste un vero e proprio ‘caso’ che interroga in modo diretto la tenuta dell’inclusione a scuola e chiama in causa, con forza, la gestione dell’istituto comprensivo ‘Leonardo Sinisgalli’ guidato dalla dirigente scolastica Giovanna Gallo.
Una serie di vicende che, per come viene raccontato dalla famiglia attraverso le carte bollate, sollevano interrogativi pesantissimi sulla gestione di un minore affetto da autismo, sul senso stesso dell’inclusione e sul ruolo specifico del corpo docente e della dirigente.
I genitori- contattati telefonicamente per avere contezza dei fatti- citano numerosi episodi di vessazioni, di esclusione del ragazzo dalle attività scolastiche e di integrazione nell’ambito della comunità studentesca, ma soprattutto di gestione punitiva di una fragilità.
Sullo sfondo si stagliano le due sentenze che avevano escluso responsabilità genitoriali avanzate dalla scuola e che avevano già aperto una falla nella gestione dell’ambiente scolastico.
Il ragazzo, con disturbo dello spettro autistico, dopo la sospensione a seguito di alcuni episodi verificatisi a metà maggio, è rientrato a scuola se pur con un orario ridotto per sole due ore al giorno.
Ma, secondo la famiglia, quel rientro non avrebbe segnato alcun ritorno alla normalità anzi, avrebbe reso ancora più complicate le cose. Sarebbe stato lasciato da solo in un’aula, separato dai compagni, in una condizione che i genitori descrivono come umiliante e sostanzialmente escludente.
Controllato dall’insegnante di sostegno o, in sua assenza, da altri docenti che farebbero la spola tra l’aula e le altre pertinenze della scuola senza però garantire una presenza fissa così come imposto dalla legge. Ma anche dal buon senso e da una sorta di umanità che dovrebbe essere intrinseca in chi sceglie di diventare insegnante.
Nel mirino dei genitori c’è la dirigente scolastica Giovanna Gallo, non nuova ad esposti da parte di altri genitori per gli atteggiamenti che in quella scuola sembrerebbero una prassi consolidata di alcuni inse- gnanti.
La Gallo viene accusata dai familiari del minore affetto da autismo di aver gestito la vicenda in modo rigido e di aver mantenuto una linea che avrebbe finito per isolare ulteriormente il ragazzo invece di proteggerlo.
La fine dell’anno scolastico avrebbe aggiunto un ulteriore elemento di amarezza: una festa organizzata senza invitarlo: episodio che i genitori leggono come l’ennesima conferma di una marginalizzazione già evidente ma soprattutto ingiustificata.
Il punto più drammatico di tutta la vicenda resta la crisi, dovuta a pesanti rimproveri per la rottura di un’ampolla in vetro, per cui fu richiesto l’intervento del 118.
La madre- racconta al telefono- una volta giunta a scuola avrebbe trovato il figlio a terra, isolato in un’aula e con il volto rivolto verso il pavimento mentre i sanitari lo trattenevano con forza.
Una scena che, se confermata nei dettagli, aprirebbe interrogativi pesantissimi sulla gestione di quell’emergenza e sulla capacità della scuola di prevenire l’escalation.
Da qui le accuse più gravi: vessazioni continue e costanti da parte di alcuni insegnanti ed un clima che, secondo la famiglia, avrebbe portato il ragazzo a vivere la scuola non come un luogo di tutela, ma come un ambiente ostile.
A supporto di questa vicenda ne spuntano altre che avrebbero avuto come protagonisti sempre alcuni insegnanti dei vari gradi scolastici dell’istituto comprensivo ed alcuni alunni in situazione di fragilità anche emotiva.
Alcuni genitori che ci hanno contatto dopo il primo articolo in cui è venuto fuori il ‘caso’, raccontano di essere in possesso di registrazioni di interrogazioni dei loro figli (effettuate durante la pandemia Covid-19 e quindi in un contesto di didattica a distanza) in cui con alcuni studenti in particolare gli insegnanti del ciclo primario di primo grado avevano atteggiamenti poco consoni all’ambiente: in un caso specifico ci viene riferito di un’insegnante che durante un’interrogazione collettiva aiuta tutti gli altri allievi mentre con uno studente ‘fragile’ l’atteggiamento è ostile, intimidatorio, offensivo e giudicante.
Allo stesso modo ci viene raccontato di compiti in classe fatti fare di proposito per vessare ed umiliare bambini con le proprie fragilità interiori, chiedendo ai compagni di classe di raccontare quali sarebbero gli atteggiamenti di quel ragazzino durante le ore di lezione.
Sono solo alcuni spunti che delineano una forma di inadeguatezza di un corpo docente difronte alle problematiche di alcuni studenti.
Vale la pena ricordare che la scuola non ha il compito solo di formare bravi allievi dagli ottimi voti ma dovrebbe essere formativa, inclusiva, educante e comprensiva soprattutto là dove ci siano ragazzi o bambini con svariate difficoltà.
E anche se un contesto familiare dovesse essere ‘complesso’, la scuola ha il ruolo primario di capire innanzitutto, poi di accogliere e tendere una mano evitando di amplificare problematiche di un nucleo già fragile bramando il ricorso agli assistenti sociali che in alcuni casi si porrebbero ai comandi di dirigenti scolastici inappropriati per quel ruolo e certamente approssimativi.
Salvo poi scoprire che non ci sono responsabilità genitoriali ma che, al contrario la famiglia è collaborante e collaborativa.
Nella vicenda che vi stiamo raccontando, gli atteggiamenti della dirigente scolastica della ‘Sinisgalli’ non avrebbero nemmeno tenuto conto delle sentenze già intervenute del Tribunale dei Minori che hanno escluso qualsivoglia responsabilità dei genitori e riconosciuto un contesto familiare normale e in grado di affrontare il dialogo costruttivo che ci si aspettava venisse proposto dalla scuola.
E allora la domanda diventa inevitabile: perché continuare a spostare il baricentro sul presunto problema familiare invece di affrontare la reale difficoltà di gestione dentro la scuola?
Allo stesso modo bisogna interrogarsi sul come sia stato seguito nel tempo il minore e perché è arrivato a quella condizione.
Emerge anche un sospetto da parte della famiglia: l’istigazione ad amplificare alcuni atteggiamenti – come lo strappo di un cartellone – che poi sarebbe rimbalzata addosso allo studente come responsabilità personale atta a giustificare il presunto strattonamento da parte di un insegnante.
È un passaggio gravissimo, che andrà verificato nelle sedi competenti, ma che descrive un clima di tensione ormai esploso ben oltre i confini di un normale rapporto scuola-famiglia.
Sul piano istituzionale, il caso ha già prodotto un segnale netto: il TAR Basilicata ha riaffermato il diritto allo studio e all’inclusione, mentre i giudici minorili hanno escluso responsabilità familiari.
Eppure, nel concreto, la gestione che la famiglia contesta avrebbe continuato a produrre isolamento, fratture e nuove esclusioni. Ed è qui che il caso Potenza diventa nazionale.
Perché non riguarda solo un ragazzo, né solo una scuola, né solo una dirigente. Riguarda il punto in cui l’inclusione smette di essere un principio e diventa, nei fatti, un’etichetta vuota.
Riguarda il momento in cui un minore fragile non viene accompagnato, ma lasciato ai margini.
Eliana Positano

