MEDIO ORIENTE, EQUILIBRIO FRAGILE: TRUMP AI MARGINI

MEDIO ORIENTE, EQUILIBRIO FRAGILE: TRUMP AI MARGINI

Lo avevamo detto: non è possibile espungere dal negoziato tra Usa e Iran il conflitto in Libano tra Israele e Hezbollah. I due dossier – e le relative tregue – viaggiano di pari passo e nella logica di Teheran non sono separabili.

In realtà la questione era chiara sin dai primi incontri tenutisi ad Islamabad, ma, oramai, noi occidentali facciamo fatica a comprendere la prospettiva degli altri, per cui molti commentatori – e, quel che è peggio, persino politici e diplomatici – avevano immaginato che i due scenari potessero viaggiare su binari negoziali diversi.

Il senso dell’attacco iraniano contro Israele di domenica è servito a chiarire innanzitutto questo alla controparte.

Lo ha spiegato ieri con estrema precisione il presidente del parlamento Mohammed Bagher Ghalibaf su X: “Finché non dimostrerete una reale volontà di costruire fiducia, la risposta dell’Iran sarà esattamente questa.

Abbiamo spezzato la logica di un cessate il fuoco solo sulla carta e delle sue ripetute violazioni sul terreno”, allorché le ripetute violazioni cui fa riferimento l’esponente politico persiano sono quelle israeliane nel Libano del Sud.

Avere ben chiaro quali sono le linee rosse e i termini negoziali su cui si sta trattando è indubbiamente il primo passo per raggiungere una vera tregua.

L’altro è la ricostruzione di un clima di fiducia tra le parti, che in questo momento è ai minimi termini, dopo che per ben due volte Washington ha attaccato l’Iran proprio mentre erano in corso in Oman in- contri diplomatici ad alto livello.

Oramai il nucleare non è più il cuore del problema. L’uccisione di Ali Khamenei ha fatto precipitare la situazione: dal punto di vista politico ha messo gli ayatollah con le spalle al muro, rendendo quella in corso una lotta per la sopravvivenza sia della Repubblica islamica, sia dei suoi dirigenti, nessuno escluso; dal punto di vista religioso, invece, l’uccisione della guida suprema ha comportato l’assunzione di consapevolezza che quella in corso era ormai diventata una guerra che coinvolgeva tutto il mondo sciita nel suo complesso.

Un universo religioso che fa del messianesimo e della disponibilità al martirio a difesa della fede la sua cifra teologica sin dal 680 d.C., quando ebbe luogo la tragica battaglia di Karbala, in cui perse la vita al-Husain, figlio di Alì ibn Abi Talib e nipote di Maometto, segnando la definitiva rottura con la maggioranza sunnita.

Il “martirio” di Khamenei non ha prodotto affatto rassegnazione o disperazione. Al contrario è stato vissuto da tutti gli sciiti, non solo dagli iraniani, in una dimensione escatologica, come una chiamata alle armi causata da un destino che ciclicamente ricorre nella storia dei seguaci di Alì.

Tanto l’aspetto politico quanto quello religioso hanno giocato un forte ruolo nella decisione senza precedenti di chiudere lo stretto di Hormuz e pertanto il percorso verso la cessazione delle ostilità coinvolge inevitabilmente l’intera Mezzaluna sciita, dalla Persia al Libano, dallo Yemen all’Iraq.

Tanto più che a Teheran sono ormai consapevoli che gli Stati Uniti hanno subordinato la propria politica in Medio Oriente alle decisioni di Israele.

Il legame tra Washington e Tel Aviv è sempre stato molto stretto, ma, oggettivamente, mai così condizionante per gli americani come da quando Trump si è insediato per la seconda volta alla Casa Bianca.

Una situazione molto pericolosa. Sia perché Netanyahu spesso prende le proprie iniziative senza consultarsi con l’alleato (come nel caso dell’ultimo bombardamento di Beirut), anche quando è ben consapevole che esse ne compromettono obiettivi e interessi, forte del fatto che, al netto di qualche sfuriata telefonica, Donald non lo abbandonerà.

Sia perché il premier israeliano non solo ha bisogno di “uno stato di guerra permanente” per puntellare il suo governo, condizionato dai partiti dei super-falchi Smotrich e Ben Gvir, ma appare ormai convinto di essere investito da una missione storica: edificare Eretz Yisrael, il “Grande Israele” biblico, esteso dal Nilo al- l’Eufrate, eterna promessa del messianismo ebraico, di cui suo padre Benzion, esponente intellettuale di spicco del “sionismo revisionista” e segretario personale del suo fondatore Ze’ev Jabotinsky, era uno strenuo fautore.

Non c’è dubbio che Trump sia l’unico in grado di pacificare la situazione (i paesi arabi del Golfo, il Pakistan e, soprattutto, Xi Jinping possono solo fluidificare il dialogo con la parte iraniana), ma non è chiaro se abbia davvero in mano qualche carta efficace da giocare per costringere Netanyahu ad accettare i suoi altolà per un orizzonte temporale che vada oltre qualche settimana o qualche mese.

Forse la mancata attivazione dei sistemi di intercettazione dei missili balistici iraniani lanciati l’altra notte a 20 km da Tel Aviv, segnalata ieri da un funzionario statunitense alla CNN, potrebbe essere la risposta a questa esigenza.

Alessandro Sansoni

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