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VIAGGIO APOSTOLICO DI PAPA LEONE XIV IN SPAGNA ~ REPORT
Il Papa: la carità non permette ritardi, non farsi contagiare da ideologie
https://youtu.be/n7g7mj39kZc?si=sKRm4ct4_8j0Nt_1
Leone XIV visita il Centro Cedia 24 Horas alla periferia di Madrid, una struttura di accoglienza e solidarietà che accoglienza persone fragili e senza fissa dimora. Tre testimonianze, due assistiti e una volontaria, accolgono il Pontefice che esorta a non disprezzare e ridicolizzare la carità e raccomanda i cristiani a non lasciarsi “contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o orientamenti politici ed economici che portano a ingiuste generalizzazioni e a conclusioni fuorvianti”
Salvatore Cernuzio – Inviato a Madrid
“En cada sueño te busqué, y ninguno fue en balde… In ogni sogno ti ho cercato, e nessuno è stato invano”.
I versi di Incomparable della nota cantante di flamenco Niña Pastori, fanno da colonna sonora alla visita di Leone XIV nel Centro Cedia 24 Horas. Dopo il Palacio Real, il Papa nel pomeriggio del suo primo giorno di viaggio in Spagna si reca in una struttura più piccola, meno maestosa, ma altrettanto regale, dove la regalità è data dalla “immensa misericordia” che, 24 ore su 24 e 365 giorni all’anno, si concretizza nell’opera di volontari, assistenti, sociali, psicologi e professionisti verso chi vive per strada, non ha documenti, un tetto né un letto, non ha vestiti, cuscini, e tante altre cose che a molti appaiono ‘normali’.
Non disprezzare la carità
È quella carità che “non permette ritardi” e che spesso viene disprezzata o ridicolizzata, talvolta anche dagli stessi cristiani, come dice Leone XIV nel suo discorso in spagnolo citando l’esortazione Dilexi te e ribadendo l’esortazione a non lasciarsi “contagiare da atteggiamenti segnati da ideologie mondane o orientamenti politici ed economici che portano a ingiuste generalizzazioni e a conclusioni fuorvianti”.
L’accoglienza da parte della gente
Al Cedia il Papa arriva in auto dopo le 18 passando per le strade del barrio di Lucero, distretto della Latina. Quartiere storicamente popolare, palazzi e palazzoni ben lontani dal barocco dell’architettura del centro città, con affitti più abbordabili e quindi ora abitato da studenti, giovani coppie e anche comunità latinoamericane. Lo si vede dalle bandiere che sventolano dalle finestre vicine: Messico, Venezuela, El Salvador e l’immancabile Perù. “El Papa es peruano, es peruano!”, grida un gruppo di donne per strada sventolando il cartello con la scritta Chiclayo presente. Perù con amor por el Papa. “Il Papa ha vissuto da noi, ha lavorato per noi”. Tanta gente è dispiegata lungo i marciapiedi bruciati dal sole a salutare il passaggio di Leone XIV. Che, arrivato a Lucero, saluta sorridendo a questo secondo appuntamento della trasferta spagnola, primo del programma pastorale.

“Chi è a Madrid, è di Madrid”
Ad accogliere il Papa c’è l’arcivescovo di Madrid, il cardinale José Cobo Cano, del quale Leone riprende una battuta nel suo discorso: “Chi è a Madrid, è di Madrid”.
Dunque anch’io sto in mezzo a voi come un madrileno: grazie, Madrid, per questo benvenuto, che mi fa sentire parte di una grande, meravigliosa famiglia in cui, come in tutte le famiglie, avvengono miracoli d’amore
Il cardinale e il direttore del Cedia accompagnano il Papa tra le stanze bianche e blu della struttura, abbellite per l’occasione da fiori e scritte sui muri. Uno degli assistiti spiega il funzionamento di questo polo di carità che, oltre a beni di prima necessità, fornisce assistenza sociale, aiuto per i documenti, supporto psicologico. Alcuni degli ospiti del Cedia attendono Leone XIV nella sala da pranzo e a loro il Papa dedica la scritta sul Libro degli ospiti. Si sposta poi nel cortile dell’adiacente parrocchia di Nostra Signora della Crocifissione, dove da ore sono sistemati i diversi ospiti, intrattenuti con musica e canti. Ci sono malati, persone con disabilità intellettiva o psichica, anziani; viene chiesto loro di scrivere un pensiero su un biglietto a forma di fiore. Alcuni lo esprimono pure al microfono, come Olga che rivela di avere due sogni: “Abbracciare il Papa ed essere santa”. Poi Jeróme che esclama: “Siamo una famiglia”.
Testimonianze commosse
Commosse e commoventi le testimonianze sul palco di Niurka, 33 anni, con in braccia i gemellini Ares e Atenea, venuta incinta da Cuba, e quella di Khadry, migrante dell’Africa occidentale. Con loro anche Alicia, in rappresentanza di tutti i volontari. Hanno applaudito anche loro all’arrivo del Papa, e hanno cantato insieme alla Pastori – già esibitasi per Giovanni Paolo II nel 2003 – questi versi che celebrano l’amore e la presenza dell’altro nella propria vita.
In ogni sogno ti ho cercato, e nessuno è stato invano

La gioia e il dolore di tutti
E proprio da quelle strofe si snoda la riflessione del discorso del Papa, tutto in spagnolo, in cui cita a più riprese Papa Francesco, l’esortazione Dilexi te e pure la preghiera di Giovanni Paolo II dinanzi alla Virgen de la Almudena. Strofe che “ben sintetizzano” le testimonianze ascoltate e il lavoro quotidiano al Cedia. “Grazie a un sogno”, infatti, e “a una piccola porta aperta”, Niurka ha dato ai figli “la vita, il suo amore di mamma, la grazia del Battesimo e la promessa di un futuro felice”. Grazie a un sogno e alla stessa porta, Khadri ha affrontato il tunnel buio della pandemia e un viaggio pieno di incognite, ma “con l’aiuto di chi gli ha teso una mano”, ha trovato un lavoro e soprattutto la voglia di “continuare il cammino” e “di essere a sua volta di sostegno ad altri”. E sempre grazie a un sogno e alla porta, ogni giorno Alicia e altri volontari del Progetto speranza aiutano tante donne a “iniziare una vita nuova”, ritrovando “dignità, autonomia, speranza e rispetto”.
Qui la gioia e il dolore di ciascuno sono la gioia e il dolore di tutti e, nell’ascolto reciproco, le sfide si affrontano insieme…
Finestre verso un panorama di mamme, bambini, migranti, volontari
Il Cedia, in questo senso, “cammina sulla strada del Vangelo”, rimarca Papa Leone XIV, ringraziando per i simboli ricevuti in dono: il nastro con i nomi dei bambini che “dice la gioia che ogni nascita porta nel mondo”; il permesso di soggiorno che “racconta una storia di fatica, ma soprattutto di impegno, onestà e accoglienza”; il sandalo che richiama la “terra santa” che “tutti siamo tenuti a rispettare in ogni umana esistenza.”
Questi simboli richiamano esperienze “dolorose, ma soprattutto luminose”: “Specchi” in cui si riflette la carità di Dio; “finestre” che aprono ad “un panorama immenso” abitato da un numero infinito di mamme, bambini, migranti e volontari. A tutti loro, il Papa rilancia il motto della visita: “Alzad la mirada”. Alzate lo sguardo verso “la carità” che “non permette ritardi”, che è come una mietitura: “Se non si miete quando il grano è maturo, il raccolto va perduto, e questa è la nostra responsabilità di fronte a chi ha bisogno”.
L’esercizio della carità
Su questa scia il Pontefice richiama la Dilexi te.
Il fatto che l’esercizio della carità risulti disprezzato o ridicolizzato, come se si trattasse della fissazione di alcuni e non del nucleo incandescente della missione ecclesiale, mi fa pensare che bisogna sempre nuovamente leggere il Vangelo, per non rischiare di sostituirlo con la mentalità mondana. Non è possibile dimenticare i poveri, se non vogliamo uscire dalla corrente viva della Chiesa che sgorga dal Vangelo e feconda ogni momento storico

Le parole di Papa Francesco
Un’altra citazione torna nel discorso di Leone XIV ed è il monito di Papa Francesco contro “il pericolo di un cuore piatto, freddo, accomodato nel quieto vivere, che si blinda nell’indifferenza e diventa impermeabile, che si indurisce”. “Un cuore vivo è caldo e pulsante, e dà vita. Un cuore gelido è immobile, non pompa più sangue, e comporta la morte della persona”, afferma il Papa. E del predecessore ancora ricorda la domanda: “Quando tu dai l’elemosina, guardi negli occhi il mendicante? Gli tocchi la mano per sentire la sua carne?”. Perché chi riceve più grazia dall’elemosina è proprio “colui che la dà”.
Coloro che amano veramente non si limitano a dare qualcosa: ascoltano, dialogano, cercano di capire la situazione e le sue cause attenti al bisogno materiale e anche a quello spirituale, alla promozione integrale della persona
GUARDA IL VIDEO COMPLETO DELL’INCONTRO
https://youtu.be/sbcIYp41XEI?si=zxHaxwI9aWSMnDNa
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Il sogno di Olga, giovane disabile: “Abbracciare il Papa”. E a Madrid ce l’ha fatta

Ventitré anni, originaria della Russia, abbandonata a 16 mesi dalla mamma a causa della malattia, è stata adottata da una famiglia spagnola che l’ha cresciuta offrendole il massimo delle cure. A sostenerla anche le suore guanelliane nella Casa Santa Teresa. Da anni la ragazza esprime il desiderio di poter incontrare il Papa. Un incontro era già stato fissato con Francesco, poi sfumato a causa del ricovero del Pontefice. Ora Leone è andato nella sua città e Olga ha potuto coronare un sogno
Salvatore Cernuzio – Inviato a Madrid
Ce l’ha fatta Olga Elvira. Ce l’ha fatta a realizzare quel desiderio che esprime da anni: “Abbracciare il Papa”. Insieme a questo, anche un altro auspicio: “Cosa vuoi fare da grande?” “La santa”. Per quello si vedrà, ma intanto oggi pomeriggio, 6 giugno, alla fine della visita di Leone XIV nel Centro Cedia 24 Horas, polo di carità e accoglienza di Madrid, la giovane 23enne, disabile intellettiva, fisico minuto, occhi di un blu oceano, durante il saluto ha consegnato una lettera al Papa e subito dopo gli ha buttato le braccia al collo, venendo ricambiata con affetto dal Pontefice. Insieme a suora Elisette, la religiosa delle guanelliane che gestiscono la Casa Santa Teresa, ha poi saltellato ed esultato come una bambina. Perché è un po’ questa la condizione a cui la costringe la sua malattia, una perenne infanzia, ma sono anche la sua purezza e ingenuità a renderla tale. E pure la fede, quella che non si sa come Olga ha maturato venendo da una famiglia russa non credente, con una mamma vittima dell’alcol che l’ha abbandonata in orfanotrofio da piccolissima, circa 16 mesi, a causa proprio della sua disabilità. L’ha adottata una coppia di Madrid, Gema e Julián, partiti per la Russia per conoscerla dopo che la bimba era stata già rifiutata da tre famiglie.
La famiglia che l’ha accolta
Non era un “caso” facile quello di Olga. Se n’era accorta pure Gema quando l’ha tenuta in braccio per la prima volta e ha visto che riusciva a malapena a tenere la testa alta. Nessuno credeva che sarebbe mai stata in grado di parlare o camminare e la direttrice dell’orfanotrofio non aveva detto tutta la verità sulla sua diagnosi. Gema e Julián, d’altronde, erano l’ultima speranza per questa bambina cresciuta con limitazioni fisiche infinite quanto è infinita la profondità del suo cuore.
Quell’incontro saltato con Francesco
Radiosa e coraggiosa, pronta ad affrontare il mondo, così l’hanno cresciuta i genitori che da anni ricevono il sostegno delle suore guanelliane in questo centro di Plaza Castilla (vicina al Bernabeu) che, oltre a Olga, ospita altri 35 disabili intellettivi. E proprio alle suore, oltre che alla mamma ed al papà, Olga ripete da anni questo desiderio: “Voglio abbracciare il Papa”. Una giornalista, molto amata da Papa Francesco, ha raccolto il suo desiderio: Eva Fernández, corrispondente di Radio Cope. Ha scritto a Jorge Mario Bergoglio, raccontandogli della storia di questa ragazza e chiedendo come era possibile organizzare un baciamano all’udienza generale. Francesco ha chiamato Eva – lo racconta lei stessa ai media vaticani – il giorno stesso: “Voglio vedere Olga e i suoi genitori. Quando è possibile?”.
L’incontro era stato fissato per febbraio 2025, proprio nei giorni in cui Jorge Mario Bergoglio è stato ricoverato al Policlinico Gemelli per quello che è stato l’ultimo ricovero prima della morte. A maggio è stato eletto Papa Leone XIV, ma Olga non ha abbandonato il suo desiderio: “Voglio incontrare il Papa”. E, sì, pure “ser santa… essere santa”.
La visita di Leone
L’occasione si è presentata con l’annuncio del viaggio papale in Spagna. La ragazza insieme a suor Elisette è stata invitata al Centro Cedia, nella platea del cortile insieme ad altri malati, anziani, assistenti e assistiti. Quando, in attesa del Pontefice, gli animatori hanno chiesto ad alcuni dei presenti di scrivere un proprio pensiero su un biglietto a forma di fiore oppure di dirlo al microfono, Olga si è alzata e ha ripetuto: “Quiero abrazar al Papa”.
Ce l’ha fatta alla fine dell’appuntamento, quando Leone, sceso dal palco e passando nel corridoio centrale in mezzo alle due ali di folla, è stato richiamato all’attenzione da questa ragazzina magrolina con la maglietta rosa che agitava le braccia in segno di “vieni qua”. Si è avvicinato, lei gli ha dato una busta bianca e, mentre lui le teneva la mano, l’ha stretto in un forte abbraccio. Una delle scene certamente più emozionanti di questi primi istanti del quarto viaggio apostolico di Leone XIV.
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Leone XIV ai giovani: troppe voci illudono e comprano, cercate la verità che resta
https://youtu.be/Fpmv1FHb3j4?si=jbaXQYS2pbikLvEK
Nella veglia in Plaza de Lima a Madrid insieme a circa 600mila fedeli, al termine del primo giorno del suo viaggio apostolico in Spagna, il Papa risponde a domande poste da ragazze e ragazzi, ricordando gli anni da missionario in Perù e la testimonianza di una fede “segnata da molte difficoltà ma piena di speranza”: siate pienamente “umanI”, “volti affidabili” e non “apparenze” per i vostri coetanei, e traete il gusto della vita senza attendere ricchezza, piacere o potere
Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano
“Se i giovani si trovassero di fronte alla domanda: ‘Vuoi andare a vedere Bad Bunny o il Papa?’, penso che molti andrebbero a vedere Bad Bunny. Ma penso che ci saranno anche diversi a vedere il Papa. E anche questo la dice lunga”. Sono tante, “mille”, le voci che sgomitano per catturare una sempre maggiore porzione di attenzione delle nuove generazioni. Questa mattina, 6 giugno, rispondendo alle domande dei giornalisti sul volo che da Roma lo ha condotto a Madrid, il Pontefice ha riconosciuto la forza di fenomeni come quello del celebre cantante portoricano, il cui concerto nella capitale spagnola coincide con la veglia di preghiera organizzata in Plaza de Lima al crepuscolo del prima giorno del viaggio apostolico in Spagna. Qui le voci sono 600 mila, e al “frastuono” contemporaneo, che troppo spesso illude i desideri, compra “senza nutrire” e grida “per tornaconto”, il Vescovo di Roma offre il silenzio: quello che libera dal tempo che passa e rimane. Un’idea che si fa vita, volto concreto e non apparenza, capace di trovare senso in ciò che già esiste, senza attendere possedimenti, piaceri o potere.

I santi che hanno guidato Leone
Sembra quasi paradossale, invocare il silenzio, quando le urla dei giovani entusiasti sovrastano una delle vie più trafficate della città, a pochi passi dall’amplificatore di rumore che è lo stadio Santiago Bernabéu, casa del Real Madrid. Eppure una volta terminato il vivace arrivo in papamobile, l’atmosfera si fa raccolta quando il Pontefice parla ai giovani dei suoi modelli di riferimento. Se la risposta “sant’Agostino” sarebbe apparsa scontata, Leone XIV indica invece altre tre figure che lo hanno accompagnato nel suo cammino di fede. San Giovanni Crisostomo, detto “bocca d’oro” per la sua eloquenza, sacerdote e vescovo.
E colgo l’occasione per dire a tutti voi: non abbiate mai paura di pensare a una vocazione alla vita sacerdotale, alla vita religiosa o ad altri servizi nella Chiesa!
San Giovanni colpì il giovane Robert Francis Prevost per le sue “catechesi” capaci di coniugare “l’amore per la verità e la rettitudine della sua vita”. Poi Tommaso da Villanova, discepolo del santo vescovo di Ippona e riformatore della Chiesa in Spagna, la cui ardente carità, rivela il Pontefice, “mi ha incoraggiato nei momenti di prova”. Infine san Turibio de Mogrovejo, esempio di “dedizione al popolo”, instancabile evangelizzatore e voce contro i “soprusi coloniali e la corruzione” nella sua missione in Perù.
Difficoltà e speranza nella missione
Il riferimento al Paese dell’America Latina è immediato: proprio lì il Papa, allora missionario e vescovo, ha trascorso diversi anni della sua vita. Rispondendo alla domanda di Maria José Secada, ventunenne peruviana arrivata in Spagna ad appena tre anni, ricorda in particolare la testimonianza di fede di un popolo “segnato da molte difficoltà, ma pieno di speranza”.
È stato proprio l’incontro con le ferite e le gioie del popolo a farmi crescere nel cammino di sequela di Gesù. Mentre lo annunciavo, anch’io venivo trasformato dal Vangelo, trasformato dalla vita e dalla fede di questi popoli, spesso materialmente molto poveri, ma ricchi di fede, e vivendo questa esperienza, questa fede nella Parola del Signore, ho visto come la Parola di Dio possa trasformare il conflitto in pace, possa essere fonte di riconciliazione, di pace e di giustizia.

Liberi dal frastuono
“Le vogliamo bene!” è l’esclamazione spontanea di Myriam Más – della parrocchia di Santa Teresa di Gesù a Tres Cantos, 23 chilometri da Madrid – che pone il tema del riconoscimento della voce di Dio tra le molte altre. Arriva qui il riferimento al silenzio, quando “molte volte andiamo in giro con le cuffie, con la musica, con le distrazioni” e si fa fatica a “discernere la voce di Dio”.
Quando cerchiamo il silenzio, decidiamo che cosa non ascoltare e da quali rumori non essere distratti. Liberandoci dal frastuono di mille voci, riconosciamo che alcune illudono i nostri desideri, altre ci comprano senza nutrirci, altre parlano per tornaconto. Nel silenzio capiamo che le ideologie passano, mentre la verità resta.
“Dio conosce bene la nostra voce”
“Cercare sempre la verità”, ripete Leone, in mezzo a “molte cose sui social” che inganno e “raccontano bugie”.
Cercate sempre la Verità. Dio è la Verità, e se qualcosa vi allontana da Dio, non è vero. Non dimenticatelo.
Una certezza a cui affianca l’idea che il Signore “conosce bene” la voce di ciascuno, la ascolta e risponde nella preghiera: una voce liberata dal bisogno di apparire o di giustificarsi davanti agli altri.
L’adorazione eucaristica, che stasera condividiamo, è proprio il luogo giusto per fare silenzio, liberare il cuore e dire noi stessi dinanzi al Signore, dialogando con Lui, eloquente nel suo amore fatto cibo per tutta l’umanità.

La santità di vita, non un’idea
Dal riconoscimento delle voci alla testimonianza della fede, il Pontefice richiama anche chi ha responsabilità educative: “Nessuno di noi è nato maestro, tutti siamo discepoli del Signore”. La testimonianza passa prima di tutto dalla coerenza.
È importante rendersi conto che nessuno è solo quando crede in Gesù. Guardate quanti siete qui! E così, anche in comunità, nei gruppi giovanili, in famiglia, possiamo tutti imparare a cogliere la bellezza della nostra fede. Infatti, condividendo il vostro cammino spirituale, la volontà di seguire Gesù vi rinnoverà costantemente.
Un “fuoco”, quello dell’amore divino, che il Pontefice esorta a non smettere di cercare, specialmente nelle cadute, per poi essere capaci di tendere la mano.
È lì che la fede in Gesù Cristo si fa viva, ed è lì che Gesù ci aiuterà a sostenerci a vicenda lungo il cammino.

Abitare la società da giovani cristiani
Le influenze del presente non vanno escluse a priori. Fernando, giovane promesso sposo, chiede infatti come vivere da credenti impegnati nella società contemporanea, al pari dei fedeli nei secoli di storia della Chiesa. Prima di rispondere il Papa fa le congratulazioni al giovane, e precisa un concetto.
Se prima ho detto “non abbiate paura di pensare a una vocazione”, anche il matrimonio è una vocazione. Non abbiate paura del matrimonio e di mettere su famiglia!
Riguardo la questione posta da Fernando, invece, il Papa ribatte citando la Lettera a Diogneto, per descrivere il modo di essere discepoli: “Come l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani”
I discepoli di Gesù sono sempre contemporanei, ma mai prigionieri del tempo che passa. In Cristo siamo liberi! E Cristo ci ha liberato con il suo amore. Grazie a quest’amore, restiamo sempre liberi davanti a ogni forzatura e inganno. Siamo liberi dalle mode, perché discepoli della verità; siamo aperti al futuro, perché sappiamo che non ci attende la morte.

Entusiasmo motivato dalla fede
In tale prospettiva, Leone XIV incoraggia i giovani a dare “direzione nuova” alla società che abitano, diventando protagonisti del suo cambiamento, cominciando dagli ambienti del quotidiano.
Vedendo voi, cari giovani, pieni di questo entusiasmo contagioso motivato dalla fede, penso con speranza alla capacità che avete di testimoniare Cristo nel mondo, inclusa la realtà digitale, per comunicare i valori e la bellezza del Vangelo.

Oltre indifferenza e qualunquismo
Trasformare la società, prosegue il Vescovo di Roma, significa abitarla con saggezza, splendendo “nella gioia come nella prova”, dando sapore alla realtà.
Come una persona che trae il gusto della vita da dentro di sé, senza aspettare che glielo diano la ricchezza, il piacere o il potere.
Una libertà che sgorga dalla fede. Che quando manca, toglie sapore all’esistenza.
Davanti al vuoto dell’indifferenza e del qualunquismo, davanti alla violenza della guerra e della menzogna, siate voi stessi scintilla di un’umanità nuova.
La missione affidata dal Papa
Infine, a María Azargui 21 della JOC (Gioventù Operaia Cristiana), che gli chiede di affidare loro una missione, il Papa esorta i giovani a essere semplicemente, ma non facilmente, “umani”. A offrire “volti affidabili” e non “apparenze”, a cercare la giustizia come si cerca il pane quando se ne ha fame, e a desiderare una vita onesta, “facendo volentieri agli altri ciò che vorrebbero fosse fatto a loro.”
Siate umani come lo è Cristo, l’uomo perfetto, il Risorto che condivide con noi la storia, in ogni tempo. Coltivando quest’impegno, guardate agli Apostoli, ai primi cristiani, abitanti di un mondo pagano. Sul loro esempio, siate missionari del Vangelo davanti alle povertà materiali e spirituali del nostro tempo, ben sapendo che la nostra fede è uno stile di vita, che si compie nella carità. È questa, carissimi giovani, la virtù che più di tutte cambia la storia. Voi potete cambiare la storia! Fatelo con l’amore

Il saluto del cardinale arcivescovo Cobo Cano
A precedere il discorso del vescovo di Roma è il saluto di benvenuto del cardinale arcivescovo metropolita di Madrid, José Cobo Cano. Il porporato spiega che agli abitanti della capitale spagnola piace vantarsi “di avere dei colori del cielo speciali”, specialmente al tramonto. Ed è in alto, come ricorda il motto del viaggio apostolico, che Cobo Cano invita a guardare, “per non rimanere chiusi nell’immediato né nella disperazione” e ascoltare la voce di Dio che chiede a ogni giovane: “Per chi è la tua vita?” Domanda a cui per tanti giovani è difficile trovare risposta: pieni di entusiasmi e vitalità, ma anche sofferenti, toccati dalla precarietà, dalla solitudine, dai drammi di migrazioni forzate e suicidi. “Per questo abbiamo bisogno della sua parola”, afferma il porporato. Perché “la storia di ciascuno” deve essere ancora scritta, “e Dio non ha smesso di contare su nessuno. Oggi la scriviamo insieme al Santo Padre”.

L’adorazione eucaristica
Dopo le parole di Cobo Cabo si tiene una rappresentazione scenica intitolata Godspell diretta dall’attore Antonio Banderas. L’opera si concentra su un gruppo di giovani che, in un contesto urbano contemporaneo, incontrano un personaggio che rappresenta Gesù e intraprendono un percorso segnato da vari insegnamenti e parabole tratti dal Vangelo di Matteo. Dopo il suo discorso, il Pontefice firma il retro della “Croce dei Giovani”.

Si ritira poi brevemente in sagrestia prima di tornare nuovamente sull’altare per l’adorazione eucaristica.

Ed è negli istanti di raccoglimento, nei “volti affidabili” da cui sgorga anche qualche lacrima, che il silenzio chiesto dal Papa prende vita. E inizia a parlare. Già nelle luci del suggestivo spettacolo pirotecnico che chiude la veglia.

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La lunga notte madrileña, il Papa e i giovani tra arte, preghiera, silenzio

Oltre 600 mila ragazzi e ragazze da tutta la Spagna in Plaza de Lima per la veglia con il Papa, ultimo appuntamento della prima giornata del viaggio apostolico in Spagna.
Una piccola Giornata della Gioventù all’ombra del Bernabeu che ha visto rosari, testimonianze, momenti di musica pop e liturgica, con il dialogo tra il Pontefice e alcuni giovani e l’Adorazione Eucaristica finale, con tutti i presenti in ginocchio e in silenzio
Salvatore Cernuzio – Inviato a Madrid
“Il Papa ha battuto Bad Bunny!”
Alcune ragazze madrileñe, con la t-shirt bianca e verde della organizzazione, ridacchiano dal palco allestito per la stampa guardando alla distesa umana che si snoda da Plaza de Lima fino alle vie circostanti del Paseo de la Castellana.
Il noto cantante portoricano, in tour a Madrid e Barcellona proprio negli stessi giorni del viaggio apostolico di Leone XIV in Spagna, sembra abbia fatto sold-out con quasi 600 mila persone lungo le dodici tappe dei suoi concerti.
Oltre 600 mila ragazzi e ragazze (e non solo), da tutta Madrid (e non solo), erano tutti presenti in un’unica sera, oggi 6 giugno, alla grande veglia con il Papa in quest’area centrale e trafficata della capitale iberica, scenario di eventi e concerti, all’ombra dell’iconico Bernabeu che si staglia imponente tra grattacieli, negozi e aree pedonali. È il terzo e ultimo appuntamento della prima giornata di viaggio del Pontefice, che ha voluto ritagliarsi un momento di quasi tre ore insieme alla juventud.
Il modello Gmg
Il modello o, meglio, l’obiettivo era una Gmg. Una Giornata della Gioventù magari non mondiale ma tutta spagnola che tornasse a far vibrare la capitale come nel lontano 2011 con Benedetto XVI. E in qualche modo ci sono riusciti gli organizzatori della “vigilia” a replicare quel grande evento del quale ci sono tutti gli elementi. La musica che rimbomba nella cassa toracica, le bandiere che sventolano all’unisono, i cori, gli applausi, il sole che tramonta tardivamente intorno alle 22 dietro la croce (e i tramonti a Madrid hanno qualcosa di artistico), l’altra croce – quella pellegrina di legno – che sale verso il palco in processione. E, ancora, la gente ai balconi, la gente in piedi o a terra fino a coprire ogni angolo della strada, la gente che corre da una parte all’altra delle transenne per inseguire la papamobile.
L’incontro col Vicario di Cristo
Una festa, un momento di arte e preghiera, con l’esuberante esibizione della compagnia del musical Godspell, lo show teatrale di Antonio Banderas, neppure mezz’ora dopo la conclusione dei misteri del Rosario recitati per tutto il pomeriggio e intervallati dalle testimonianze di alcuni catechisti, sacerdoti, fidanzati o padri e madri di famiglia, in rappresentanza delle diverse realtà dispiegate nella Plaza. Qualcuno diceva che i partecipanti sarebbero stati poco più di 400 mila, altri azzardavano addirittura un milione. Poco importa, non è mica una gara di numeri: è l’incontro dei giovani col Vicario di Cristo, il Papa, colui al quale forse l’attuale Gen Z guarda con maggiore distanza o solo dietro a un display rispetto a quelli che erano i giovani di quindici anni fa, ma che, come loro, hanno “sete”. Di conoscenza, di risposte di senso, di punti di riferimento. E che stanno imparando che dal Papa e dalla Chiesa possono provenire queste risposte, questi riferimenti, l’acqua che placa questa sete. Lo afferma Omar, missionario italiano trasferitosi da 7 anni in Spagna dove insegna religione in una scuola di periferia e in questi giorni impegnato per l’organizzazione della veglia.
Alzare lo sguardo
“Alzad la mirada” è il motto della visita papale, nonché il ritornello del canto intonato e reintonato per tutta la sera da una trentina di giovani accompagnati dal coro e dall’orchestra dell’Escorial. “Alzate lo sguardo”

Il Papa – giunto in papamobile e poi salito sul palco dopo un rapido giro di abbracci, saluti e strette di mano – indica dove guardare: alla Croce di Cristo. Quella su cui alla fine della serata, dopo aver risposto alle domande di cinque ragazzi seduto in una sorta di salottino allestito al lato del palco, imprime la sua firma con un pennarello bianco: León XIV.
Una piazza in ginocchio
È un punto in cui qualcosa cambia nella veglia, tutta musicata, animata, riscaldata. Il Papa conclude infatti il momento ritirandosi brevemente in sagrestia. Ne esce con indosso i paramenti; accanto a lui il cardinale arcivescovo di Madrid, José Cobo Cano, tutto il tempo al suo fianco. Leone XIV si ferma davanti all’altare. È l’Adorazione Eucaristica, atto finale di ogni incontro giovanile, come Tor Vergata ventisei anni fa e Madrid quindici; il preludio alla celebrazione eucaristica del Corpus Domini in Plazza de Cibeles e la successiva processione lungo Calle de Alcalá in direzione Gran Vía.
E in silenzio
Il silenzio irrompe quasi improvviso su Plaza de Lima, i cronisti radiofonici proseguono le loro dirette sussurrando. Si sente solo il ronzio delle torri delay del suono e dei motori degli impianti. Un palloncino, sfuggito da una delle innumerevoli mani, vola nel cielo. Molti giovani, e anche i residenti sui balconi, si mettono in ginocchio. Rimangono immobili, anche durante la lettura di un passo del Vangelo da parte di un giovane diacono. Ancora silenzio subito dopo, poi il Papa prende il microfono e dà la sua benedizione. La folla si disperde, molti dei ragazzi andranno a visitare musei o sistemarsi nelle parrocchie, aperte tutta la notte per rendere ancora più memorabile questo evento che, forse, racconta qualcosa di più e di diverso di questa gioventù tutt’altro che secolarizzata, astratta e distratta, come spesso viene invece descritta.

Religiosità popolare e attenzione agli ultimi
Nelle parole di Leone ai fedeli spagnoli un’indicazione per tutta la Chiesa
Andrea Tornielli
Non devozioni private che ci chiudono nell’intimismo, né un museo da visitare e rivisitare con sentimenti nostalgici per la rilevanza sociale che aveva la Chiesa nel passato, ma una vera e propria scuola. Una scuola che ci apre all’impegno, all’incontro, all’accoglienza, alla gratuità. Così Papa Leone, nell’omelia per la Messa del Corpus Domini celebrata in Plaza de Cibeles a Madrid, ha parlato della religiosità che ha plasmato il volto della Spagna. Una religiosità fatta di processioni, di pietà, di arte, di musica e di architettura.
“Il Cristo che passa per le strade nell’ostensorio”, ha detto il Pontefice, “è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati”. Non è casuale dunque che in questo Paese la Chiesa abbia unito per anni la solennità del Corpus Domini con la Giornata della Carità. Leone XIV ha lasciato una consegna alla Spagna, dove la religiosità popolare è ancora viva e presente, chiedendo che essa “non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo; una scuola da cui apprendiamo che Dio è presenza reale e anche noi siamo chiamati ad essere presenti nelle situazioni e nelle sfide della società, a non fuggire, a impegnarci in prima persona per la costruzione del bene comune”.
Sono parole che entrano nella carne viva dell’esperienza cristiana spagnola, in una società fortemente polarizzata, dove divisioni e polemiche anche molto accese sono all’ordine del giorno. Il Papa invita innanzitutto i cristiani a cogliere e a mettere in pratica il cuore del messaggio contenuto nella festa del Corpus Domini: quello di un Dio che si fa prossimo e ci chiede di farci prossimo e di riconoscerlo nel fratello che soffre, che non ha cibo o tetto, che è immigrato. La rilevanza sociale della Chiesa, in quest’ottica, è una rilevanza nel servizio, nel venire incontro al bisogno degli ultimi, nella riconciliazione, nel superamento delle polarizzazioni, nell’impegno per la giustizia, nella costruzione di una società inclusiva.
“Gesù Eucaristico”, ha detto il Papa, è “quell’eterna fonte nascosta: fonte che scorre e disseta ma senza abbagliare, senza imporsi con potenza esteriore, senza presentarsi in modo spettacolare”. Per questo celebrare pubblicamente il Corpus Domini “non ci chiude in una devozione privata ma ci manda a irrigare i fratelli, le famiglie, i poveri, coloro che soffrono, coloro che hanno perduto la speranza. La grazia eucaristica ci trasforma, ma ci rende anche protagonisti della trasformazione della storia e segno di speranza per coloro che incontriamo”.
Anche i cristiani non sono esenti dal rischio di rimanere invischiati nelle contrapposizioni polarizzanti, nelle sterili semplificazioni, negli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici. Per questo è importante che la memoria storica delle processioni del Corpus Domini non si lasci “imprigionare da un ricordo nostalgico” ma diventi “un invito per l’oggi, per la nostra vita personale, per le nostre relazioni, per la società”. Diventi cioè servizio per rispondere alla sete del cuore umano che cerca riconciliazione e pace.

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