BRUXELLES APRE I CORDONI DELLA BORSA
L’ Europa apre i cordoni della borsa, Giorgetti porta a casa un risultato e il governo italiano ha l’energia per andare avanti, è il caso di dire.
Bruxelles ha infatti aperto alla richiesta avanzata da Roma di riconoscere uno spazio fiscale aggiuntivo per gli investimenti energetici, introducendo una limitata flessibilità di bilancio che consentirà agli Stati membri di sostenere la sicurezza energetica senza che queste spese pesino integralmente sui vincoli del nuovo Patto di stabilità.
La decisione è arrivata con il pacchetto del Semestre europeo e rappresenta una risposta, almeno in parte, alle sollecitazioni avanzate nelle ultime settimane dal governo Meloni.
Non è la deroga ampia che Roma avrebbe voluto per finanziare qualsiasi intervento contro il caro energia, ma è comunque un’apertura politica significativa: fino a pochi mesi fa un’ipotesi del genere sarebbe stata considerata impraticabile nei palazzi europei.
La soddisfazione del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è quindi comprensibile. «La Commissione ha recepito le nostre proposte», ha commentato, sottolineando il lavoro diplomatico condotto nel- le ultime settimane.
In concreto, Bruxelles ha deciso di estendere alla resilienza energetica una parte della clausola nazionale di salvaguardia già prevista per le spese della difesa.
Il meccanismo consente agli Stati di ottenere margini aggiuntivi di bilancio entro il tetto complessivo dell’1,5% del Pil già previsto per il settore militare.
Per l’energia viene però fissato un limite molto più ristretto: fino allo 0,3% del Pil all’anno tra il 2026 e il 2028, con un massimo cumulato dello 0,6% nel triennio. Per l’Italia significa poter contare su uno spazio fiscale stimato tra i 13,5 e i 14 miliardi di euro.
I margini, tuttavia, non potranno essere utilizzati liberamente.
La Commissione ha stabilito condizioni precise. Non saranno ammessi interventi che aumentino il consumo di petrolio o gas, né misure generalizzate come tagli indiscriminati delle accise.
Bruxelles punta invece a sostenere investimenti nelle reti elettriche, nei sistemi di accumulo, nell’elettrificazione dei consumi, nell’efficienza energetica e nello sviluppo del- le fonti rinnovabili. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la resilienza energetica europea e accelerare il percorso di decarbonizzazione.
Per il governo italiano si tratta comunque di una vittoria negoziale.
La premier Giorgia Meloni aveva chiesto espressamente che l’emergenza energetica fosse trattata con la stessa flessibilità riconosciuta alle spese per la difesa, sostenendo che il costo dell’energia rappresenta oggi un problema strategico per la competitività europea non meno rilevante della sicurezza militare.
Bruxelles non ha accolto integralmente la richiesta, ma ne ha recepito la logica di fondo: la sicurezza energetica entra ufficialmente tra le priorità che giustificano un allentamento, seppur limitato, delle regole fiscali.
La concessione arriva in un momento delicato per i conti pubblici italiani. Il Paese resta sotto procedura per deficit eccessivo e continua a convivere con un debito superiore al 135% del Pil.
Proprio per questo la Commissione ha accompagnato l’apertura con una lunga serie di raccomandazioni. Bruxelles riconosce i progressi compiuti sul fronte della stabilità finanziaria e dell’attuazione del Pnrr, ma richiama ancora l’Italia sui nodi storici dell’economia nazionale: bassa produttività, ritardi nell’innovazione, lentezza della giustizia civile, squilibri territoriali e sostenibilità del sistema pensionistico.
La stessa Commissione insiste sulla necessità di accelerare le riforme, migliorare l’efficienza della pubblica amministrazione e favorire investimenti in ricerca e sviluppo.
Da una parte l’Europa riconosce che la transizione energetica richiede investimenti straordinari e concede un margine di manovra supplementare.
Dall’altra ribadisce che la flessibilità non può trasformarsi in una scorciatoia per rinviare il risanamento dei conti pubblici.
Per Roma si apre ora la fase più delicata: decidere come utilizzare concretamente quei miliardi aggiuntivi.
Se indirizzati verso reti, accumuli e fonti pulite, potranno contribuire a ridurre strutturalmente il costo dell’energia e la dipendenza dall’estero.
Se dispersi in misure emergenziali e di breve respiro, rischiano invece di trasformarsi nell’ennesima occasione mancata.
Per il momento, però, il dato politico resta. Dopo settimane di pressing diplomatico, il governo torna da Bruxelles con un risultato tangibile. E in una stagione segnata da crescita debole, margini di bilancio ridotti e costi energetici ancora elevati, non è poco.
Lucia Serino

