I MORTI DI AMENDOLARA E LA REPUBBLICA INCOMPIUTA
Quattro uomini bruciati vivi dentro un’automobile nelle campagne di Amendolara.
Quattro braccianti immigrati. Quattro lavoratori invisibili che fino a ieri raccoglievano frutta e ortaggi nei campi della piana di Sibari e Metaponto e che oggi entrano nella cronaca nera soltanto perché sono morti nel modo più atroce possibile
. Accade alla vigilia del 2 giugno.
E forse non esiste coincidenza più simbolica.
Così mentre l’Italia celebra gli ottant’anni della Repubblica, mentre ricordiamo la Costituzione, la democrazia conquistata, i diritti costruiti in decenni di battaglie sociali e civili, Amendolara ci restituisce un’immagine diversa del Paese.
Un’Italia che produce ricchezza ma non diritti. Che genera fatturati ma non cittadinanza. Che alimenta intere filiere economiche senza riuscire a garantire dignità a chi ne costituisce il fondamento.
Da anni il dibattito pubblico affronta l’immigrazione quasi esclusivamente attraverso la lente della sicu- rezza.
Gli sbarchi. I controlli. I rimpatri. Le quote.
Le emergenze. Ma c’è una questione economica che continuiamo a eludere.
Chi lavora nelle campagne italiane? Chi garantisce la sopravvivenza di un’agricoltura che continua a essere uno dei pilastri dell’economia italiana?
La risposta è sotto gli occhi di tutti e proprio per questo preferiamo non guardarla.
In vaste aree agricole del Paese il lavoro immigrato non rappresenta una com- ponente marginale del sistema.
Ne costituisce l’ossatura. Senza quelle migliaia di lavoratori molte produzioni semplicemente non esisterebbero.
Abbiamo bisogno di quelle braccia.
Ma non vogliamo vedere le persone. Accettiamo il lavoro ma Rifiutiamo il lavoratore e fatichiamo a riconoscere i diritti.
Nel frattempo si è consolidato un sistema che ha progressivamente abdicato alle proprie responsabilità. Troppi imprenditori agricoli hanno rinunciato persino alla gestione della manodopera.
Il reclutamento, il trasporto, l’organizzazione del lavoro, gli alloggi, perfino la determinazione effettiva dei salari vengono spesso de- legati a una filiera parallela.
Un servizio chiavi in mano.
C’è chi procura i lavoratori.
Chi li distribuisce nei campi. Chi decide chi lavora e chi resta fermo.
Chi stabilisce quanto va- le una giornata di fatica sotto il sole. I nuovi negrieri dell’economia globale. È una zona grigia che conviene a molti.
Conviene perché riduce i costi.
Conviene perché scarica le responsabilità. Ma produce un effetto devastante.
Distrugge il valore del lavoro.
E quando il lavoro perde valore, perde valore anche la convivenza sociale.
Perché anche il giovane che casomai avesse voglia di cercare un’occupazione stagionale (ipotesi molto improbabile) vedrebbe salari sempre più bassi.
Eppure continuiamo a percepire il lavoratore straniero come un concorrente anziché come l’ultimo anello di una catena di sfruttamento.
Perché il disagio sociale cerca un colpevole e lo trova nel volto più esposto e più fragile. Fa impressione osservare come tutto questo avvenga mentre la politica continua a inseguire il tema della sicurezza come risposta universale a ogni disagio.
Perfino figure cresciute nella tradizione delle lotte contadine e sindacali sembrano oggi convinte che la priorità sia moltiplicare pattuglie, presìdi, squadre di controllo.
Ma la sicurezza senza giustizia sociale è soltanto una tregua apparente. Può contenere la paura. Non elimina le cause che la generano.
La Repubblica nata dal referendum del 1946 aveva un’ambizione diversa. Sapeva che non esiste liber- tà senza lavoro.
Non esiste uguaglianza senza dignità.
Ottant’anni dopo la nascita della Repubblica, vale sempre l’articolo 1 della Costituzione, siano una repubblica fondata sul lavoro.
Chi tutela quello degli ultimi?
O vogliamo considerare i quattro morti di Amendolara estranei alla nostra Repubblica?
Lucia Serino
