ANCHE LA REPUBBLICA HA BISOGNO DEL SUO PRINCIPE
Scossoni, crisi di governo, contesti internazionali critici, guerre: nulla di tutto ciò è riuscito a scalfire le fondamenta del nostro sistema istituzionale.
Dal 1943 ad oggi si è costruita un’impalcatura politica che “tiene botta” e regge.
Nonostante una formale rigidità della nostra carta costituzionale, la capacità del sistema politico di adattarsi e di evolversi ha fatto sì che si arrivasse ad oggi grazie alle capacità – e ai poteri – del “Principe”, ovvero del Presidente della Repubblica che interviene (ed è intervenuto) per colmare le inevitabili falle di un sistema complesso.
Da qui le analisi dei Prof. Gaetano Quagliariello e Lorenzo Castellani nel loro ultimo lavoro “Il Principe e la Repubblica.
Potere e Istituzioni in Italia dal 1943 ad oggi” (Luiss University Press).
Prof. Quagliariello, il vostro lavoro parte dal 1943, due anni prima della conclusione for- male del secondo conflitto bellico. Perché sono importanti quei tre anni prima di approdare al referendum tra monarchia e repubblica del 2 giugno 1946?
«Quei tre anni contengono il patrimonio genetico della Repubblica. Molti elementi che ne avrebbero condizionato l’esistenza si fissano allora.
Uno è stato spesso ricordato dagli storici: in Italia i partiti sono nati prima delle istituzioni e già dal 1945 hanno assunto un ruolo istituzionalmente decisivo.
In qui tre anni, poi, si fissa la debolezza dell’Italia nel contesto internazionale dovuta anche a scelte improvvide come quella di non difendere la Capitale dopo l’8 settembre.
Ed è sempre in questo lasso di tempo che si stabilisce il mito della “via italiana al comunismo”, legato alla svolta di Salerno.
Quel mito ha resistito fino all’apertura degli archivi dell’ex Unione Sovietica, quando si è scoperto che in realtà la scelta derivava in primo luogo dalle indicazioni di Stalin».
Spesso, anche tra gli analisti politici, si tende a considerare le destre parlamentari a destra della DC come residuali negli assetti politici e statuali nell’Italia degli anni ‘50-‘60. È proprio così? E il PCI che ruolo aveva?
«Uno degli spartiacque della nostra storia è proprio la crisi Tambroni del 1960.
È allora che si fissa la formula di “arco costituzionale” e da allora in poi le destre vengono a costituire un polo escluso che solo in alcuni momenti rientra nei giochi.
Prima, però, la storia è diversa. Soprattutto negli anni compresi tra il 1953 e il 1960.
Nel libro chiamiamo questo periodo “gli anni del centrismo a margine”, in quanto quasi tutti gli attori politici ritengono che il centrismo sia condannato e lavorano sul margine per immaginarne il seguito.
In questa fase, l’immaginazione corre sia verso sinistra sia verso destra.
D’altro canto, nel 1953 dalle elezioni che sanciscono la fine della stagione centrista vera e propria, erano state le destre a uscirne più forti».
La “leaderizzazione” della politica è cambiata in Italia con la discesa in campo di Berlusconi. Come e dove si colloca, con l’evoluzione della comunicazione politica, la figura del “Principe” nel panorama politico odierno?
«Con Berlusconi si ha il compiuto passaggio dalla “democrazia dei partiti” alla “democrazia del pubblico” nella quale l’interlocuzione tra il Principe e il suo popolo si fa più diretta e immediata.
Negli altri principali paesi occidentali il processo era già partito da tempo.
L’Italia ci arriva con un quarto di secolo di ritardo per il blocco del sistema che sconta la presenza del partito comunista più forte tra quelli che operano da questa parte della cortina di ferro.
Sottotraccia, però, il processo era già iniziato con la Presidenza Pertini. Da allora l’acquisizione di centralità del Quirinale sarà ininterrotta e sostanzialmente incontrastata.
Anche quando la forza mediatica di Berlusconi è all’apice, in ultima istanza lo scettro rimane nelle mani del Capo dello Stato».
Giorgia Meloni è una “principessa”? In che modo la sua leadership è differente rispetto ai suoi predecessori (Renzi per esempio).
«Risponderei con una provocazione: Giorgia Meloni è il personaggio politico della Prima Repubblica che ha avuto più successo nella Seconda.
Nel senso che il suo retroterra, la sua sensibilità politica, la capacità di prescindere dall’esclusività dell’immagine sono cose che appartengono al tempo della sua formazione, della quale si avverte la solidità.
Poi, tutti questi elementi sono mediati con le obbligazioni della politica del tempo presente. Ne scaturisce una presenza che ha molti punti di forza e pure qualche debolezza (esempio: non riuscire a prendere distacco dalla classe politica che ne ha seguito la parabola, troppo spesso non all’altezza). Renzi è stata tutt’altra cosa.
Per l’essenziale: il tentativo di sconfiggere il populismo sul suo stesso terreno. Da questa differenza, dipende anche la diversa durata dei fenomeni che i due hanno suscitato».
Antonio Mollo

