«QUADRO GLOBALE FRAGILE L’ITALIA ANCORA TIENE»
È solo una conferma, quella arrivata ieri dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta. Che siamo dentro una crisi dagli sbocchi imprevedibili lo ripetono ormai tutti: governi, mercati, organismi internazionali.
Ogni giorno c’è qualcuno che racconta un equilibrio mondiale più instabile di quello che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni.
Eppure, dentro questa turbolenza, l’Italia continua a reggere. Le banche tengono, il lavoro resiste (bisognerebbe discutere anche della qualità del lavoro ma questo è altro discorso), i mercati non hanno ancora smesso di credere alla stabilità del Paese.
Andando al cuore del ragionamento di Panetta l’orizzonte che indica viene in realtà da lontano. Quello che stiamo vivendo non è una rottura improvvisa, dice.
È un’accelerazione.
Parlando ieri alla XVI Conferenza annuale MAECI–Banca d’Italia, ospitata alla Farnesina e organizzata insieme al Ministero degli Esteri, il governatore ha disegnato uno scenario molto meno contingente di quanto sembri.
Il titolo dell’incontro era tutto un programma: “Un mondo turbolento: crisi politiche, contrasti commerciali e shock economico-finanziari”. Presenti ministeri economici, sistema bancario, Confindustria, grandi aziende dell’energia e della finanza.
Il punto politico ed economico più forte del suo intervento è quello relativo all’impatto della crisi ener- getica: lo shock energetico non inaugura una nuova stagione, la accelera.
Secondo Panetta, infatti, la deriva attuale era già iniziata nel 2018, con la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina e con la progressiva trasformazione della globalizzazione in un sistema più frammentato, meno efficiente ma più guidato da interessi geopolitici e sicurezza strategica
.Le guerre in Ucraina e in Medio Oriente, le tensioni nel Golfo, il ritorno dei dazi americani e la competizione sulle tecnologie non hanno fatto altro che aumentare la velocità di un fenomeno già in corso.
Le catene globali del valore si stanno riconfigurando: più integrazione tra Paesi alleati, meno dipendenza da aree considerate instabili. È il passaggio dall’economia dell’efficienza a quella della sicurezza.
Il discorso di Panetta sembra dialogare con quello pronunciato da Mario Draghi ad Aquisgrana pochi giorni fa. L’ex presidente della BCE aveva parlato di un’Europa ormai sola, costretta a fare i conti con protezioni geopolitiche meno scontate e con la necessità di conquistare maggiore autonomia strategica: energia, materie prime, semiconduttori, difesa industriale.
Tradotto: non si può più dipendere dagli altri per ciò che è es- senziale.Panetta usa il linguaggio più prudente ma il messaggio coincide: il vecchio ordine economico non tornerà e l’Europa rischia di restare schiacciata tra Stati Uniti e Cina se non rafforza la propria capacità produttiva e tecnologica.
E l’Italia? Il governatore sceglie una linea di prudente ottimismo. L’economia rallenta ma non crolla. L’occupazione continua a tenere nonostante il rallentamento industriale.
La vera fragilità resta però il potere d’acquisto: i salari recuperano lentamente terreno dopo gli anni dell’inflazione, ma molte famiglie continuano a sentire il peso dei rincari, soprattutto sull’energia e sui servizi.
Panetta ha ricordato come il sistema abbia affrontato gli shock in condizioni migliori rispetto al passato.
Se il Paese avesse avuto finanze pubbliche più fragili, ha osservato, l’impatto sarebbe stato molto più pesante. Anche per questo il governatore ha insistito sulla necessità di mantenere credibilità sui mercati: il debito resta alto e in un mondo volatile basta poco perché cambi la percezione degli investitori, con effetti immediati sugli spread e sul costo del denaro.
Quanto alle banche, il messaggio resta cautamente rassicurante: il sistema italiano appare più solido rispetto alle crisi del passato, con capitale rafforzato e meno crediti deteriorati. Infine l’intelligenza artificiale, ormai presenza obbligata in ogni agenda economica.
Panetta la considera una leva straordinaria di produttività e innovazione, ma anche una possibile fonte di nuove disuguaglianze e squilibri occupazionali se lasciata senza regole. I
l tema è come governarla con un approccio solo apparentemente diverso da quello recente di Papa Leone. Ragionare da economista o guardare ai limiti morali che pone la Chiesa conduce in fondo allo stesso bivio: la produttività, lo sviluppo come impattano sul modello sociale e, in ultima istanza, sulla vita delle persone.
Due linguaggi diversi, ma la stessa domanda sullo sfondo, chi governerà davvero il cambiamento?
Lucia Serino

